Wystan Hugh Auden

Another Time

1° settembre 1939

Il 1o settembre 1939 la Germania di Hitler invase la Polonia: cominciava la Seconda guerra mondiale. Auden apprese la notizia mentre si trovava a New York (si era appena trasferito negli Stati Uniti, e vi sarebbe rimasto per circa trent’anni), e scrisse una poesia in cui rifletteva su quell’avvenimento, e chiamava a raccolta, come in una sorta di pacifico esercito, i suoi amici sparsi per il mondo:

 

    Siedo in una delle bettole
    della Cinquantaduesima strada1
    incerto e spaventato
    vedendo scadere le astute speranze
5   d’un decennio2 basso e disonesto:
    onde di rabbia e di paura
    circolano per le luminose
    e oscurate contrade della terra,
    ossessionando le nostre vite private;
10   l’indicibile odore della morte
    offende la notte di settembre.

 

    Le ricerche degli esperti possono
    riesumare intera l’offesa
    che da Lutero ad oggi
15   ha fatto impazzire una cultura3,
    scoprire quello che successe a Linz4,
    quale immensa illusione ha creato
    un dio psicopatico5:
    io e il pubblico sappiamo
20   quel che i bambini imparano a scuola,
    coloro a cui male è fatto,
    male faranno in cambio.

 

 

    L’esule Tucidide6 sapeva
    tutto quello che può dire un discorso
25   sulla Democrazia,
    e quello che fanno i dittatori,
    l’antiquato ciarpame che raccontano
    a un apatico sepolcro7;
    egli analizzò tutto nel suo libro,
30   la ragione messa al bando,
    il dolore che plasma l’abitudine,
    il cattivo governo e il cordoglio:
    tutto questo ci è inflitto un’altra volta.

 

 

    In quest’aria neutrale8
35   dove ciechi grattacieli usano
    tutta la loro altezza a proclamare
    la forza dell’Uomo Collettivo9,
    ogni lingua versa a gara
    la sua scusa vana:
40   ma chi può vivere a lungo
    in un sogno euforico;
    essi10 guardano fuori dallo specchio
    la faccia dell’imperialismo
    e il torto internazionale.

 

 

45   Le facce lungo il bancone11
    s’aggrappano al loro giorno medio12:
    le luci non devono mai spegnersi,
    la musica deve sempre andare,
    tutte le convenzioni cospirano
50   perché questa fortezza13 assuma
    l’arredamento di casa;
    perché non vediamo dove stiamo,
    persi in un mondo stregato,
    bambini spaventati dalla notte
55   che mai felici sono stati o buoni.

 

 

    Le idiozie di partito più vacue
    che gridano le Persone Importanti
    non sono radicali come il nostro
    desiderio: quel che il folle Nijinsky
60   ha scritto su Diaghilev
    vale per il cuore di tutti14;
    ché ogni donna e ogni uomo
    nutre nelle fibre l’errore
    di bramare quel che non può avere,
65   non l’amore universale,
    ma d’avere per sé solo ogni amore15.

 

 

    Dal buio conservatore
    gli ottusi pendolari entrano
    nella vita etica,
70   ripetendo il voto mattutino16:
    «Sarò fedele a mia moglie,
    mi concentrerò di più sul lavoro»,
    e i governanti impotenti si svegliano
    riprendendo il loro gioco obbligato:
75   chi può liberarli adesso,
    chi può arrivare ai sordi,
    chi può parlare per i muti?

 

 

    Tutto quello che ho è una voce
    per svelare la bugia nascosta,
80   la bugia romantica ch’è nel cervello
    del sensuale uomo della strada
    e la bugia dell’Autorità
    i cui edifici frugano il cielo:
    non c’è una cosa chiamata Stato
85   e nessuno esiste da solo;
    la fame non lascia scelta
    al cittadino né alla polizia;
    dobbiamo amarci l’un l’altro o morire.

 

 

    Senza difesa il nostro mondo
90   giace sotto la notte attonito;
    eppure, accesi ovunque,
    ironici punti di luce
    lampeggiano là dove i Giusti
    si scambiano i loro messaggi17:
95   oh, che io possa, composto come loro
    d’Eros e di polvere18,
    assediato dalla medesima
    negazione e disperazione,
    mostrare una fiamma affermativa.

 


Metro: nove stanze di undici versi ciascuna, versi di misura diversa, con rime irregolari (ma è spesso rimato il verso che chiude la stanza: bright / night, learn / return, pain / again ecc.).

 

 

    September 1, 1939

 

    I sit in one of the dives
    On Fifty-second Street
    Uncertain and afraid
    As the clever hopes expire
5   Of a low dishonest decade:
    Waves of anger and fear
    Circulate over the bright
    And darkened lands of the earth,
    Obsessing our private lives;
10   The unmentionable odour of death
    Offends the September night.

 

    Accurate scholarship can
    Unearth the whole offence
    From Luther until now
15   That has driven a culture mad,
    Find what occurred at Linz,
    What huge imago made
    A psychopathic god:
    I and the public know
20   What all schoolchildren learn,
    Those to whom evil is done
    Do evil in return.

 

    Exiled Thucydides knew
    All that a speech can say
25   About Democracy,
    And what dictators do,
    The elderly rubbish they talk
    To an apathetic grave;
    Analysed all in his book,
30   The enlightenment driven away,
    The habit-forming pain,
    Mismanagement and grief:
    We must suffer them all again.

 

    Into this neutral air
35   Where blind skyscrapers use
    Their full height to proclaim
    The strength of Collective Man,
    Each language pours its vain
    Competitive excuse:
40   But who can live for long
    In an euphoric dream;
    Out of the mirror they stare,
    Imperialism’s face
    And the international wrong.

 

45   Faces along the bar
    Cling to their average day:
    The lights must never go out,
    The music must always play,
    All the conventions conspire
50   To make this fort assume
    The furniture of home;
    Lest we should see where we are,
    Lost in a haunted wood,
    Children afraid of the night
55   Who have never been happy or good.

 

    The windiest militant trash
    Important Persons shout
    Is not so crude as our wish:
    What mad Nijinsky wrote
60   About Diaghilev
    Is true of the normal heart;
    For the error bred in the bone
    Of each woman and each man
    Craves what it cannot have,
65   Not universal love
    But to be loved alone.

 

    From the conservative dark
    Into the ethical life
    The dense commuters come,
70   Repeating their morning vow;
    «I will be true to the wife,
    I’ll concentrate more on my work»,
    And helpless governors wake
    To resume their compulsory game:
75   Who can release them now,
    Who can reach the deaf,
    Who can speak for the dumb?

 

    All I have is a voice
    To undo the folded lie,
80   The romantic lie in the brain
    Of the sensual man-in-the-street
    And the lie of Authority
    Whose buildings grope the sky:
    There is no such thing as the State
85   And no one exists alone;
    Hunger allows no choice
    To the citizen or the police;
    We must love one another or die.

 

    Defenceless under the night
90   Our world in stupor lies;
    Yet, dotted everywhere,
    Ironic points of light
    Flash out wherever the Just
    Exchange their messages:
95   May I, composed like them
    Of Eros and of dust,
    Beleaguered by the same
    Negation and despair,
    Show an affirming flame.

ANALISI DEL TESTO

IL POETA    Wystan Hugh Auden è stato uno dei più grandi poeti in lingua inglese del XX secolo ed è stato anche un eccezionale saggista: i suoi scritti sulla letteratura sono ancora oggi un modello di critica per la loro chiarezza e la loro profondità (in Italia li ha tradotti l’editore Adelphi: Lo scudo di PerseoLa mano del tintore).Nato a York nel 1907, studia all’università di Oxford, rivelando un talento eccezionalmente precoce: nel 1930 pubblica la raccolta Poems, che lo rivela al mondo letterario britannico, quindi Spain (1937) e Another Time (1940). Da allora sino alla morte, nel 1973, è uno dei poeti più letti e amati del pianeta.

POESIA-SAGGIO SULLA GUERRA    In una strada di New York, da solo, Auden pensa all’Europa, dove è appena scoppiata la guerra. 1o settembre 1939 è, per così dire, una poesia-saggio che riflette su origini, ragioni, responsabilità del conflitto. La riflessione prende due vie. Da un lato ci sono le possibili cause storico-politiche. Gli intellettuali, i professori – scrive Auden – possono ingegnarsi a scavare nel passato, trovare le radici della follia nazista nella storia della Germania, nelle idee antisemite di Martin Lutero. Auden, più semplicemente, dice di sapere «quel che i bambini imparano a scuola» (v. 20), ovvero una verità elementare: «coloro a cui male è fatto, / male faranno in cambio» (vv. 21-22), ed è un’allusione ai trattati di Versailles che, alla fine della prima guerra mondiale, avevano punito la nazione tedesca in maniera durissima, smembrandone il territorio e costringendola a pagare enormi risarcimenti di guerra (più di 130 milioni di marchi d’oro, oltre alla cessione dei diritti di estrazione nelle miniere della Saar).

L’AMORE PER «OGNI DONNA E OGNI UOMO»   Che fare, di fronte a questo disastro che, scrive Auden, ci viene «inflitto un’altra volta», v. 33)? Anche qui si profilano due strade. La prima è quella di una virtuosa neutralità: fare il proprio dovere, essere un buon marito, un buon lavoratore, un buon cittadino, osservare tutte le «convenzioni» (v. 49), fare insomma come se ciò che sta al di fuori del nostro campo visivo non dovesse riguardarci. È la strada scelta dal «sensuale uomo della strada» (v. 81), il tipo umano che Auden si vede attorno nel bar di New York in cui si è fermato a bere. Ma non basta, e nella penultima strofa Auden prova a dire la sua verità, opposta sia a quella delle persone comuni sia a quella che passa per essere la verità ufficiale: non è questione di storia, di politica, di rapporti tra Stati. Le cose sono più semplici: la fame spinge alla violenza, e l’unica via d’uscita dalla violenza passa attraverso l’amore, non l’amore per questa o quella creatura ma l’amore per «ogni donna e ogni uomo» (v. 62).

LA «FIAMMA AFFERMATIVA»    L’ultima strofa prova a ribaltare, o almeno a correggere, il quadro tragico che il poeta ha tratteggiato sin qui: «il nostro mondo / giace sotto la notte attonito» (vv. 89-90), ma non è perduta ogni speranza; in tutto il pianeta esistono ancora dei «Giusti» che come fari, come lampade che mandano segnali Morse, «si scambiano i loro messaggi» (v. 94). A questi Giusti, idealmente, si unisce il poeta, sperando che la sua luce – dubbiosa, esitante, fioca – si riveli una «fiamma affermativa» (v. 99), cioè contribuisca a salvare e a far vivere tutto ciò che «l’indicibile odore della morte» (v. 10) minaccia di sommergere.

UNA POESIA ODIATA E AMATA    Auden aveva poco più di trent’anni quando scrisse questa poesia, che è una delle più celebri poesie politiche del Novecento. All’Auden maturo non piaceva: la trovava retorica, oratoria, e trovava brutto e sbagliato soprattutto il verso «dobbiamo amarci l’un l’altro o morire» (v. 88), perché – osservava – la triste realtà è che, anche amandoci l’un l’altro, dovremo morire (e infatti più tardi mise e al posto di o: «dobbiamo amarci l’un l’altro e morire»). È vero, si tratta di una poesia-manifesto, una poesia che non si limita a suggerire immagini o sentimenti (come quelle che in quegli stessi anni scrivevano gli ermetici italiani), ma esige che il lettore ascolti le idee dell’autore, e se ne persuada. Ma l’occasione era tragica e solenne: l’inizio della guerra in Europa. Letta a distanza di anni, 1o settembre 1939 può infastidire per il suo tono predicatorio, per le affermazioni recise, che non ammettono repliche («non c’è una cosa chiamata Stato», v. 84), e anche per il suo elitismo (il sarcasmo sugli «ottusi pendolari», v. 68, sul «sensuale uomo della strada», v. 81); letta nell’ottobre del 1939 (uscì sulla rivista americana «The New Republic»), commosse profondamente i lettori e diventò una delle più amate tra le poesie di Auden. Non è affatto detto, insomma, che il giudizio di chi scrive coincida con il giudizio di chi legge; e non è affatto detto che i testi letterari rimangano sempre gli stessi, immobili nel tempo – cambiamo noi, cambiano le circostanze in cui li leggiamo, cambiano loro. 


  1. Cinquantaduesima strada: le strade di New York, per la maggior parte, non hanno nomi ma numeri.

  2. d’un decennio … disonesto: gli anni Trenta, durante i quali la viltà e la disonestà degli uomini hanno fatto sì che maturasse la seconda guerra mondiale.

  3. da Lutero … cultura: quella del popolo tedesco, che sembra essere stata plasmata da idee antisemite come quelle espresse da Martin Lutero nel Cinquecento (Lutero scrisse tra l’altro un trattato dal titolo Sugli ebrei e sulle loro menzogne).

  4. Linz: Adolf Hitler nacque in villaggio vicino a Linz, Braunau am Inn, e a Linz fece i suoi primi studi. Per capire la follia nazista occorre forse – si domanda il poeta – rileggere la storia tedesca da Lutero in poi? O scoprire che cosa è successo nell’adolescenza di Hitler?

  5. un dio psicopatico: altra allusione a Hitler, onnipotente e pazzo.

  6. L’esule Tucidide: il grande storico ateniese del V secolo a.C. visse per vent’anni in esilio.

  7. a un apatico sepolcro: nel suo capolavoro, La guerra del Peloponneso, Tucidide riporta l’orazione funebre che Pericle tenne in onore degli ateniesi caduti in battaglia. È un testo celebre, un manifesto della democrazia, che qui Auden liquida come antiquato ciarpame (v. 27); il sepolcro è detto apatico, perché non può né sentire né rispondere.

  8. quest’aria neutrale: gli Stati Uniti non entreranno nella guerra fino alla fine del 1941.

  9. Uomo Collettivo: la massa degli operai che hanno costruito i grattacieli; ciechi (v. 35) forse perché è buio e le loro finestre sono opache.

  10. essi: sono i grattacieli stessi, le cui finestre riflettono l’imperialismo (v. 43) e il torto internazionale (v. 44); fuor di metafora, Auden vuol dire che gli americani possono restare neutrali, ciechi come i loro grattacieli, ma non possono ignorare che la violenza tedesca rischia di devastare il mondo.

  11. Le facce … bancone: torniamo nella bettola sulla Cinquantaduesima strada (vv. 1-2): Auden descrive gli avventori che vede accanto a sé.

  12. al loro giorno medio: alla routine della vita quotidiana in America.

  13. questa fortezza: gli Stati Uniti vengono descritti come una fortezza al di fuori della quale infuria la guerra.

  14. quel che … tutti: a Mosca, tra le due guerre, il celebre ballerino Nijinskij e l’impresario Djaghilev (l’inventore dei celebri “Balletti russi”, una pietra miliare nella storia della danza) erano amanti, ma il primo lasciò il secondo per sposarsi con una giovane aristocratica ungherese. Auden qui si riferisce a una lettera scritta da Nijinskij (che dopo la prima guerra mondiale cominciò ad avere gravi problemi mentali: di qui l’aggettivo folle) all’antico amante.

  15. non … amore: l’errore capitale consiste nel volere non l’amore universale ma l’amore solo per se stessi.

  16. ripetendo … mattutino: come i fedeli di una religione, ogni mattina gli ottusi pendolari (v. 68) che Auden vede accanto a sé a New York pronunciano un voto, un voto che si rivela però insufficiente: non basta fare il proprio piccolo dovere quotidiano per salvare il mondo.

  17. ironici … messaggi: nel buio della notte che sembra avvolgere, contemporaneamente, tutto il mondo, Auden immagina che splendano le luci di alcuni, di molti esseri umani che si comportano ancora secondo giustizia, e che – benché assediati da negazione e disperazione (v. 98) – sono in comunicazione tra loro, si parlano, e i loro messaggi sono ironici, probabilmente perché nessuno di loro crede alle grida delle Persone Importanti (v. 57), cioè agli slogan della politica.

  18. d’Eros e di polvere: la carne (la polvere, come è definita nella Bibbia) e lo spirito, identificato con l’Eros, che è il nome greco dell’Amore (e non solo l’amore sensuale).