Giorgio Caproni

Muro della terra

A mio figlio Attilio Mauro

Quella che segue è una delle poesie più belle di Caproni, che la scrisse nel 1972, quando aveva sessant’anni (il figlio Attilio Mauro, il destinatario del testo, ne aveva trentuno). 

   



    Portami con te lontano
    ... lontano...
    nel tuo futuro.
   
    Diventa mio padre, portami
    per la mano
    dov’è diretto sicuro
5   il tuo passo d’Irlanda
    – l’arpa del tuo profilo1
    biondo, alto
    già più di me che inclino
    già verso l’erba2.
   
    Serba
10   di me questo ricordo vano
    che scrivo mentre la mano
    mi trema.
   
    Rema
    con me negli occhi al largo
    del tuo futuro, mentre odo
15   (non odio) abbrunato3 il sordo
    battito del tamburo
    che rulla – come il mio cuore: in nome
    di nulla – la Dedizione4.





Metro: una lunga strofa di 19 versi, preceduta da una sorta di prologo o invocazione di tre versi. I versi hanno misure varie, e non formano uno schema metrico riconoscibile. 

IL DISTACCO  È la lettera di un padre al figlio, e non è una lettera qualsiasi. Il modo in cui il poeta si rappresenta fa pensare a un congedo definitivo, a un messaggio scritto quasi in articulo mortis, a un testamento piuttosto che a una lettera: «Inclino già verso l’erba», «la mano mi trema», «la Dedizione», cioè la resa finale; ma anche il pronome possessivo «tuo», connesso per due volte a «futuro», fa capire che il poeta sente di non poter partecipare a quel futuro che appartiene soltanto al figlio. O meglio, consapevole di non poter esserci, nel futuro, il padre chiede al figlio di portarlo con sé nel ricordo: è quanto dicono non solo i vv. 12-13 «Serba / di me questo ricordo vano» (dove vano vuol dire sia ‘evanescente, labile’ sia ‘inutile’), ma soprattutto la splendida immagine dei vv. 15-16 «Rema / con me negli occhi». Messo di fronte alla prospettiva del distacco dal figlio, il padre evoca immagini aeree, leggere come il «passo d’Irlanda» e «l’arpa del tuo profilo», o lo stesso «largo del tuo futuro», come se la vita a venire fosse una nuotata in mare aperto; mentre la descrizione che dà di sé è quella di un uomo rassegnato, un uomo che ode, sente, ma non odia il suono del tamburo che segna la sua resa (e questa rassegnazione ricorda gli ultimi versi del Congedo del viaggiatore cerimonioso: «son giunto alla disperazione / calma, senza sgomento»). Quanto al «passo d’Irlanda», una volta in un’intervista Caproni ha chiarito questo dettaglio: «mio figlio, quand’era più giovane, aveva proprio l’aria bionda d’un irlandese, ecco perché dico “il tuo passo d’Irlanda”».

SINTASSI SEMPLICE  La struttura sintattica è semplice, scandita com’è dai quattro imperativi Portami, Diventa, Serba, Rema. Mancando uno schema metrico ‘regolare’, come accade quasi sempre nelle liriche di Caproni, la coerenza metrico-ritmica dell’insieme è ottenuta attraverso le rime e le assonanze, in particolare nella parte centrale del testo, dove si susseguono le rime baciate erba : serba, vano : mano, trema : rema. A parte queste, rimano tra loro lontano (vv. 1 e 2) e mano (v. 5), futuro (v. 3) e sicuro (v. 6); e si osservi anche la rima interna rulla : nulla (vv. 21 e 22); e assuonano profilo : inclino (vv. 8 e 10), odo : sordo (vv. 18-19) nome : Dedizione (vv. 21 e 22). Quasi tutti i versi, insomma, sono collegati ad altro o altri versi da un effetto di suono, e questo effetto affiora con particolare forza nel finale, là dove la rima interna rulla : nulla sembra imitare il suono del tamburo a cui si allude al v. 20. Tipica di Caproni è infine la tecnica che prevede la frammentazione del verso e la disposizione delle parole in punti diversi del rigo: un accorgimento grafico che, insieme alla rima, fa sì che le parole così isolate, sospese tra due pause, si carichino di una particolare forza semantica (è il caso per esempio degli imperativi Serba e Rema).

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  1. L’arpa del tuo profilo: il profilo del figlio è paragonato alla sagoma dell’arpa.
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  3. Inclino … erba: perché la schiena delle persone anziane s’incurva.
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  5. Abbrunato: participio passato di abbrunare , che significa ‘parare a lutto’ (c’è quindi una sorta di sinestesia, perché il suono cupo del tamburo è associato all’impressione visiva del colore scuro del lutto).
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  7. Dedizione: da intendersi non nel senso corrente di "dedicarsi con tutto se stesso a una determinata attività", ma in quello di "resa, capitolazione", che è il senso della parola deditio in latino. Il tamburo immaginato dal poeta rulla , cioè suona, scandisce con in suoi colpi (che vengono paragonati ai battiti del cuore) la resa di chi si prepara a morire.
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