Pier Paolo Pasolini

Lettere luterane

Accattone dopo il genocidio

Il 7 ottobre 1975 Accattone venne proiettato per la prima volta in televisione. Riportiamo qui di seguito un brano tratto dall’articolo di Pasolini Il mio Accattone in Tv dopo il genocidio, pubblicato sul «Corriere della Sera» il giorno successivo alla trasmissione televisiva del film.

 
Quando Accattone è uscito, benché fossimo agli inizi di quello che veniva chiamato “boom” […], eravamo in un’altra età.
Un’età repressiva. Niente era in realtà cambiato – attraverso tutti gli anni Cinquanta – di ciò che aveva caratterizzato l’Italia degli anni Quaranta e prima. La continuità tra il Regime fascista e il Regime democristiano era ancora perfetta. In Accattone due fenomeni di tale continuità sono impressionanti: primo, la segregazione del sottoproletariato in una marginalità dove tutto era diverso; secondo, la spietata, criminaloide, insindacabile1 violenza della polizia […]. Nel 1961 Accattone ha scatenato fenomeni di “razzismo” per la prima volta espliciti in Italia. […] Nel 1961 i borghesi vedevano nel sottoproletariato il male, esattamente come i razzisti americani lo vedevano nell’universo negro. E allora, del resto, i sottoproletari erano “negri” a tutti gli effetti. La loro “cultura” – una “cultura particolaristica2” nel quadro di una più vasta cultura a sua volta “particolaristica”, quella contadina meridionale – dava ai sottoproletari romani non solo degli originari “tratti” psicologici, ma addirittura degli originali “tratti” fisici. Creava una vera e propria “razza”. Lo spettatore di oggi può constatarlo vedendo i personaggi di Accattone. Nessuno dei quali – lo ripeto per la millesima volta – era attore: e in quanto se stesso era proprio se stesso. La sua realtà veniva rappresentata attraverso la sua realtà. Quei “corpi” erano così nella vita come nello schermo.
La loro “cultura”, tanto profondamente diversa da creare addirittura una “razza”, forniva ai sottoproletari romani una morale e una filosofia da classe “dominata”, che la classe “dominante” si accontentava di “dominare” poliziescamente, senza curarsi di evangelizzarla3, cioè di costringerla ad assorbire la propria ideologia (nella fattispecie un ripugnante cattolicesimo puramente formale).
Lasciata per secoli a se stessa, cioè alla propria immobilità, quella cultura aveva elaborato valori e modelli di comportamento assoluti. Niente poteva metterli in discussione. Come in tutte le culture popolari, i “figli” ricreavano i “padri”: prendevano il loro posto, ripetendoli (cosa che costituisce il senso delle “caste”, che noi razzisticamente, e con tanto sprezzante razionalismo “eurocentrico” ci gratifichiamo di condannare). Mai nessuna rivoluzione interna a quella cultura, dunque. La tradizione era la vita stessa. Valori e modelli passavano immutabili dai padri ai figli. Eppure c’era una continua rigenerazione. Basta osservare la loro lingua (che ora non esiste più): essa era continuamente inventata, benché i modelli lessicali e grammaticali fossero sempre gli stessi. Non c’era un solo istante della giornata – nella cerchia delle borgate che costituivano una grandiosa metropoli plebea – in cui non risuonasse nelle strade o nei lotti4 una “invenzione” linguistica. Segno che si trattava di una cultura viva. In Accattone tutto ciò è rappresentato fedelmente […].

Tra il 1961 e il 1975 qualcosa di essenziale è cambiato: si è avuto un genocidio. Si è distrutta culturalmente una popolazione. E si tratta precisamente di uno di quei genocidi culturali che avevano preceduto i genocidi fisici di Hitler. Se io avessi fatto un lungo viaggio, e fossi tornato dopo alcuni anni, andando in giro per la “grandiosa metropoli plebea”, avrei avuto l’impressione che tutti i suoi abitanti fossero stati deportati e sterminati, sostituiti, per le strade e nei lotti, da slavati, feroci, infelici fantasmi. Le SS di Hitler, appunto. I giovani – svuotati dei loro valori e dei loro modelli – come del loro sangue – e divenuti larvali calchi5 di un altro modo di essere e di concepire l’essere: quello piccolo borghese.
Se io oggi volessi rigirare Accattone, non potrei più farlo. Non troverei più un solo giovane che fosse nel suo “corpo” neanche lontanamente simile ai giovani che hanno rappresentato se stessi in Accattone. Non troverei più un solo giovane che sapesse dire, con quella voce, quelle battute. Non soltanto egli non avrebbe lo spirito e la mentalità per dirle: ma addirittura non le capirebbe nemmeno. Dovrebbe fare come una signora milanese lettrice alla fine degli anni Cinquanta di Ragazzi di vita o di Una vita violenta: cioè consultare il glossarietto. 

UN FILM ORMAI INCOMPRENSIBILE    Tra il 1961, quando Accattone viene girato, e il 1975, quando viene trasmesso per la prima volta in televisione, passano poco meno di quindici anni. Secondo Pasolini, in questo breve lasso di tempo la modernizzazione accelerata ha distrutto quasi tutto, perfino il microcosmo della vita di borgata, che un tempo era separato, autonomo rispetto a quella vita della borghesia italiana che adesso invece rappresenta l’ideale “anche” dei proletari raccontati in Accattone. Quei corpi, quei sorrisi, quella parlata, quel modo di muoversi e di sognare semplicemente non esistono più. Per questa ragione Accattone è diventato ormai un film incomprensibile, poco più di un reperto etnografico di un mondo scomparso per sempre: un film che per essere visto e capito ha bisogno del «glossarietto», come se parlasse in una lingua straniera.

SIMBOLO DEL METAFORICO GENOCIDIO     La sorte di Accattone è dunque interpretata da Pasolini come un simbolo. Il film è uscito quando l’Italia, a quindici anni dalla seconda guerra mondiale, viveva ancora in un’«età repressiva», cioè in un’età nella quale era ancora visibile la continuità tra regime fascista e regime repubblicano, e le classi sociali si distinguevano non soltanto negli atteggiamenti, nelle idee, negli stili di vita, ma persino nei tratti somatici: i sottoproletari romani formavano una vera e propria “razza”, dotata di «originali “tratti” fisici», poverissima eppure vitale, capace di produrre una cultura propria, che si trasmetteva attraverso le generazioni. Ma gli anni Sessanta e i primi Settanta hanno cambiato questo stato di cose. In che modo? In sostanza, abolendo la separatezza. Vale a dire che, attraverso i mass media (e in primo luogo la televisione), i valori piccolo-borghesi si sono comunicati anche al proletariato, privandolo della sua antica cultura (una cultura anche criminale: Pasolini non idealizza affatto i poveri) e trasformando i proletari in – scrive Pasolini – «slavati, feroci, infelici fantasmi» che, vergognandosi di se stessi (perché i modelli che i media mettono di fronte ai loro occhi non hanno nulla a che fare con loro), cercano di essere ciò che non sono. È questo il metaforico genocidio (“annientamento di un popolo”) che Pasolini vuole denunciare. 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Che cos’è il sottoproletariato ?



2. Qual è, secondo Pasolini, l’idea che i borghesi avevano, negli anni Sessanta e Settanta, del sottoproletariato?



3. Che cos’è cambiato tra il 1961, anno di uscita del film, e il 1975?



CONTESTUALIZZARE


4. Conosci, oggi, uno scrittore che scrive sui giornali? Scegli uno scrittore, leggi un suo articolo e confrontalo con questo di Pasolini, sottolineando le differenze stilistiche e lessicali. (Tra gli esempi possibili, le raccolte Barnum di Alessandro Baricco, oppure la rubrica L’amaca di Michele Serra sulla «Repubblica», gli articoli raccolti in Cos’è questo fracasso di Tiziano Scarpa, o in Live di Sandro Veronesi).



INTERPRETARE


5. Aggiungi un altro paragrafo a questo articolo, continuando il ragionamento di Pasolini. Il tuo intervento riguarderà il nostro presente, ed esporrai e argomenterai su questi temi:



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  1. insindacabile: che non può essere messa in discussione.
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  3. particolaristica: settoriale, propria di un ristretto gruppo di persone.
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  5. evangelizzarla: educarla (attraverso l’imposizione della propria cultura borghese).
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  7. nei lotti: nelle aree fabbricabili della periferia.
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  9. larvali calchi: copie imperfette (“larvale” deriva da “larva”: l’animale appena nato, quando non ha ancora assunto caratteri fisiognomici precisi).
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