Guido Guinizelli

Rime

Al cor gentil rimpaira sempre amore: solo i migliori sanno amare

Ci sono poesie che fondano una tradizione. Poesie, cioè, che presentano caratteristiche tali – nella loro forma o nel loro contenuto – da poter essere considerate, a posteriori, come il primo atto, la prima testimonianza di un modo nuovo di fare letteratura. La canzone Al cor gentil di Guinizelli è una di queste: idee e forme che ritroveremo nella poesia di Cavalcanti, Cino e Dante si trovano qui non forse per la prima volta (per ogni motivo letterario si possono individuare dei precedenti), ma certo per la prima volta in maniera artisticamente così riuscita.

Al cor gentil rimpaira sempre amore
come l’ausello inselva in la verdura1;
né fe’ amor anti che gentil core,
né gentil core anti ch’amor, natura2:
ch’adesso con’ fu ’l sole,
sì tosto lo splendore fu lucente3,
né fu davanti ’l sole4;
e prende amore in gentilezza loco
così propïamente
come calore in clarità di foco5.

Foco d’amore in gentil cor s’aprende
come vertute in petra prezïosa6,
che da la stella valor no i discende
anti che ’l sol la faccia gentil cosa7;
poi che n’ha tratto fòre
per sua forza lo sol ciò che li è vile8,
stella li dà valore9:
così10 lo cor ch’è fatto da natura
asletto11, pur, gentile,
donna a guisa di stella lo ’nnamora12.

Amor per tal ragion sta ’n cor gentile
per qual lo foco in cima del doplero13:
splendeli al su’ diletto, clar, sottile;
no li stari’ altra guisa, tant’è fero14.
Così prava natura
recontra amor come fa l’aigua il foco
caldo, per la freddura15.
Amore in gentil cor prende rivera
per suo consimel loco
com’ adamàs del ferro in la minera16.

Fere lo sol lo fango tutto ’l giorno:
vile reman, né ’l sol perde calore17;
dis’omo alter: «Gentil per sclatta torno»;
lui semblo al fango, al sol gentil valore18:
ché non dé dar om fé
che gentilezza sia fòr di coraggio
in degnità d’ere’
sed a vertute non ha gentil core19,
com’aigua porta raggio
e ’l ciel riten le stelle e lo splendore20.

Splende ’n la ’ntelligenzïa del cielo
Deo crïator più che [’n] nostr’occhi ’l sole21:
ella intende suo fattor oltra ’l cielo,
e ’l ciel volgiando, a Lui obedir tole22;
e con’ segue, al primero,
del giusto Deo beato compimento23,
così dar dovria, al vero,
la bella donna, poi che [’n] gli occhi splende
del suo gentil, talento
che mai di lei obedir non si disprende24.

Donna, Deo mi dirà: «Che presomisti?»,
sïando l’alma mia a lui davanti25.
«Lo ciel passasti e ’nfin a Me venisti
e desti in vano amor Me per semblanti26:
ch’a Me conven le laude
e a la reina del regname degno,
per cui cessa onne fraude27».
Dir Li porò: «Tenne d’angel sembianza
che fosse del Tuo regno;
non me fu fallo, s’in lei posi amanza28».

 

 

Metro: canzone di 6 stanze di 10 versi endecasillabi e settenari, secondo lo schema ABAB (fronte) cDcEdE (sirma). L’ultima stanza funge da congedo. Tutte le stanze sono capfinidas (foco / Foco, ’nnamora / Amor, ferro / Fere, splendore / Splende) tranne la quinta.

L’AMORE NON È PIÙ SOLO UN SENTIMENTO Questa è una delle poesie più celebri del nostro Duecento (forse, insieme a quelle di Dante, la più celebre), e per una buona ragione: perché qui, meglio che in ogni altra poesia italiana precedente, si afferma il principio che ispirerà i poeti della generazione successiva (Cavalcanti, Dante, Cino), il principio secondo cui solo i virtuosi, i nobili di spirito, possono veramente amare. Perché una simile affermazione è importante? Perché l’amore – da semplice sentimento – viene promosso a “virtù sociale”: chi ama è moralmente superiore a chi non ama, perché la presenza dell’amore nel suo cuore è indizio di un’indole più nobile. Dal piano della passione passiamo insomma al piano dell’etica.

UNA STRUTTURA BASATA SULLE SIMILITUDINI Al cor gentil rimpaira sempre amore ha una costruzione molto interessante. Per cinquanta versi, Guinizelli non parla del suoamore: parla dell’amore in generale, dell’amore come problema, come se anziché una poesia stesse scrivendo un trattato scolastico; di sé, della sua donna, del suo amore, non dice niente. E come parla dell’amore? Introducendo, a ogni strofa, una diversa gamma di similitudini. Nella prima, il cuore gentile è avvicinato a oggetti che appartengono al campo semantico della luce e del calore (il sole, il fuoco). Amore torna al cuore nobile così come l’uccello torna a rifugiarsi nel bosco: la nascita del cuore nobile e quella di amore sono simultanee, così come simultanei sono il sole e la sua luce, il fuoco e il suo calore. Insomma, senza cuore nobile non si dà amore, e viceversa. Nella seconda, Guinizelli introduce un paragone a tre termini: il sole crea una gemma preziosa, la stella la feconda con la sua virtù; allo stesso modo il cuore dell’amante, che è creato nobile dalla natura, viene riempito dall’amore della donna. Nella terza, la natura dell’amore è avvicinata a quella del fuoco: come il fuoco può essere spento dall’acqua, così l’amore può essere spento, distrutto dalla prava natura, cioè dalla cattiveria. Nella quarta, Guinizelli spiega che il cuore è nobile non per un’eventuale origine aristocratica, ma per la virtù che coniene. Nella quinta, Guinizelli osserva che gli angeli che fanno girare i cieli obbediscono al volere di Dio, e in questa operazione ricevono la beatitudine; allo stesso modo, per essere beato, l’amante dovrebbe obbedire all’amata.

L’ULTIMA STANZA E IL CAMBIO DI TEMA Nell’ultima stanza, ecco un totale cambio di scena: ci troviamo non sulla terra ma in cielo, non nel presente ma in un immaginario futuro, e soprattutto il poeta smette di parlare di amore in generale ma si rivolge direttamente alla sua donna, e concentra l’attenzione su di sé: «Deo mi dirà», scrive. Cambia il tema: la poesia sull’amore diventa, per così dire, una canzone d’amore. Cambia anche la tecnica retorica: il monologo diventa un dialogo, e un dialogo con il più straordinario degli interlocutori, Dio. Al motivo del cuore gentile, che domina il testo, si affianca dunque un altro dei motivi che avranno fortuna tra i poeti della generazione successiva: quello della donna che ha “sembianze d’angelo”, che sembra scendere dal paradiso, che – come scriverà Dante nel suo sonetto più celebre, Tanto gentile pare essere venuta in terra per «miracol mostrare». È una contaminazione tra sacro e profano, terrestre e celeste, che si troverà più volte nella lirica stilnovista, ma che è, possiamo dire, alla base anche della concezione dell’amore romantico come strada verso l’ideale e verso il divino: l’amore non può essere un peccato, se chi lo risveglia nel cuore nobile dell’amante ha le fattezze di un angelo. 

UNA CANZONE COMPLESSA NELLA FORMA E NELLA SINTASSI Al cor gentil non è una canzone facile: non tanto per la sintassi, prevalentemente paratattica – o attraverso congiunzioni coordinanti («né fe’ amor anti che gentil core, / né gentil core anti ch’amor, natura») o attraverso giustapposizioni di frasi («Fere lo sol lo fango tutto ’l giorno: / vile reman...», – quanto per alcune altre caratteristiche:

  1. perché i paragoni tra il cuore gentile e gli elementi naturali (fuoco, gemma, acqua, angelo) sono tutt’altro che limpidi, pieni come sono di allusioni a motivi legati alla mineralogia (seconda stanza), alla teologia (quinta stanza) e ad altre scienze;
  2. per le numerose anastrofi, che lasciano in dubbio circa il corretto ordine delle frasi (come: «così dar dovria, al vero, / la bella donna, poi che [’n] gli occhi splende / del suo gentil, talento / che mai di lei obedir non si disprende»);
  3. per l’impiego di un lessico raro, fatto di latinismi (adamàs, laude,  fraude), francesismi (asletto, aigua), provenzalismi (adesso con’, semblo, coraggio nel senso di “cuore”, al primero), e anche di termini che non si troveranno se non molto di rado nelle poesie d’amore dei decenni successivi: termini astratti come (i)ntelligenzÏa o presomisti o degnità, ma anche termini molto concreti, parole che designano oggetti come il doplero, la minera, il fango. Insomma, Al cor gentil è una canzone anomala anche per i diversi livelli di realtà che riesce a fondere insieme, dall’alto delle intelligenze celesti all’infimo delle miniere terrestri.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Riassumi in poche righe il contenuto della canzone. 

2 In che cosa consiste, secondo l’autore, il legame tra amore e nobiltà?

ANALIZZARE

3 Quale artificio formale collega tra loro le strofe?

4 La canzone contiene alcune similitudini. Individuale e parafrasale. 

5 Questa canzone è anche una poesia sulla natura. Elenca tutti i termini che definiscono elementi del paesaggio.

CONTESTUALIZZARE

6 Confronta il testo di Guinizelli con i celebri versi del canto V dell’Inferno dantesco: 

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,  
prese costui de la bella persona  
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende. 

Indica analogie e differenze.

INTERPRETARE

7 Gli ultimi versi sono ambientati in cielo. In un mondo profondamente cristiano come quello medievale credi che versi come questi potessero suonare blasfemi?

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  1. Al cor ... verdura: come l’uccello si rifugia (inselva) nel verde del bosco (verdura), così l’amore ritorna (rimpaira, cioè “torna in patria”, a casa sua) sempre nel cuore nobile. 
  2. né fe’ ... natura: e la natura non creò né l’amore prima del cuore nobile né il cuore nobile prima dell’amore (vale a dire che li generò nello stesso momento). Si noti il chiasmo (X : Y = Y : X, dove X è amor e Y gentil core).
  3. ch’adesso ... lucente: perché non appena (adesso) venne creato il sole, nello stesso momento vi fu luce. 
  4. né ... sole: né il sole venne creato prima (della luce). Da notare la rima identica con sole. 
  5. e prende ... foco: e l’amore s’insedia (prende ... loco) nei cuori delle persone nobili (in gentilezza) proprio come il calore (s’insedia) nel chiarore del fuoco. 
  6. Foco ... prezïosa: la fiamma dell’amore s’accende nel cuore nobile, così come la virtù si genera all’interno di una gemma preziosa. Da notare, dal punto di vista retorico, la ripresa della parola foco, che chiude la stanza precedente: è il dispositivo che in provenzale si definisce coblas capfinidas. 
  7. che ... cosa: prima che il sole non purifichi, non renda nobile (faccia gentil cosa) la pietra preziosa, in essa non discende dalla stella la virtù (valor) che le è peculiare.
  8. poi ... vile: dopo che il sole, con la sua forza, ha tolto (tratto) dalla pietra ogni elemento impuro (vile).
  9.  stella ... valore: la stella (una diversa stella per ogni pietra) dà virtù alla pietra.
  10. così: allo stesso modo.
  11. asletto: eletto, nobile (dall’antico francese eslit).
  12. donna ... (i)nnamora: una donna – così come la stella fa con le pietre preziose – lo riempie d’amore (è questo, qui, il senso di innamorare). Da notare la rima siciliana tra natura e ’nnamora.
  13. doplero: il doppiere (dal provenzale doblier), cioè un candelabro a due candele.
  14. splendeli ... fero: vi risplende in tutta libertà, luminoso e puro (sottile); non potrebbe starvi in altro modo (altra guisa), tanto è forte e impetuoso.
  15. Così ... freddura: una natura, un’indole cattiva (prava) contrasta (recontra) l’amore così come l’acqua contrasta il fuoco caldo, a causa del fatto che è fredda.
  16. Amore ... minera: l’amore si stabilisce (ma prende rivera vuol dire alla lettera “approda”, “scende a riva”) nel cuore nobile come in un luogo a lui congeniale (consimel loco), così come il diamante (adamàs) nella miniera di ferro.
  17. Fere ... calore: il sole colpisce (Fere) il fango in continuazione: ma il fango resta una cosa vile, e il sole non perde il suo calore. 
  18. dis’omo ... valore: dice l’uomo superbo: «sono (torno) nobile per stirpe (sclatta)»: per me vale quanto il fango, mentre la vera nobiltà corrisponde al sole.
  19. ché ... core: perché non bisogna credere (dar ... fé) che la nobiltà stia in un posto diverso dal cuore, ovvero nel prestigio che si eredita dalla stirpe (degnità d’ere’), se [chi si ritiene “gentile”] non riceve dalla virtù un cuore nobile; om: costruzione impersonale che ricalca il francese on.
  20. com’aigua ... splendore: così come l’acqua trasparente si lascia trapassare dai raggi del sole, e così come il cielo trattiene in sé lo splendore delle stelle. La similitudine non è chiarissima. Si può ipotizzare (1) che qui Guinizelli paragoni l’acqua al cuore non nobile, che non trattiene il raggio del sole, e il cielo al cuore nobile, che invece è come imbevuto dalla luce degli astri; oppure (2) che il cielo luminoso sia simbolo della donna, che, come osserva Gianfranco Contini, è «sorgente di virtù, e l’acqua [simboleggi] il cuore gentile, naturalmente disposto ad accoglierla».
  21. Splende ... sole: Dio creatore splende nella intelligenza che muove i cieli (le intelligenze celesti sono gli angeli che, secondo la teologia cristiana, erano preposti al moto dei vari cieli) più di quanto il sole splenda ai nostri occhi. 
  22. ella ... tole: questa intelligenza riconosce subito il suo creatore (fattor) al di là del cielo, e – facendo girare il cielo – obbedisce a lui.
  23. e ... compimento: e in questo modo ottiene subito (al primero) da Dio, che è giusto, la propria beatitudine. Vale a dire che le intelligenze angeliche trovano nel compimento stesso della loro funzione (che è quella di far girare i cieli) la loro beatitudine.
  24. così ... disprende: allo stesso modo, a dire la verità, la bella donna (che amo) dovrebbe trasmettere il desiderio (talento) di obbedire sempre a lei, non appena la sua immagine splende negli occhi del suo nobile amante (del suo gentil); disprende: il contrario di prendere: “abbandonare, lasciare”.
  25. Donna ... davanti: nell’ultima stanza, di congedo, il poeta rivolge direttamente la parola alla donna amata, e quella che è stata fin qui una canzone sulla teoria dell’amore diventa una canzone sull’amore che il poeta prova: Donna, quando la mia anima (alma) starà davanti a Dio lui mi dirà: «Quale presunzione, quale ardire hai avuto?». 
  26. Lo ciel ... semblanti: hai attraversato i cieli e sei venuto fino a me, dopo avermi usato come termine di paragone (per semblanti) per un amore profano (vano); questa contaminazione tra sacro e profano è ciò che il poeta ha fatto nella stanza precedente.
  27. ch’a Me ... fraude: ma le lodi spettano soltanto a me e a Maria, grazie alla quale ogni artificio maligno (forse con allusione al ruolo che Maria ha nella storia della salvezza, quello di generare Gesù, che cancella il peccato originale: è questa la fraude, la frode). Da notare il poliptoto reina / regname.
  28. Dir ... amanza: potrò rispondere a Dio, difendendomi: «Per le sue fattezze angeliche, ho pensato che appartenesse al tuo regno, al paradiso; non credevo che fosse un errore (fallo) riporre il mio amore in lei (dal provenzale amansa