Vittorio Alfieri

Rime

Alfieri nella selva

Come il sonetto precedente, anche il 173 – scritto nel 1786 in Alsazia (dove Alfieri viveva con l’amante, la contessa d’Albany) – contiene una sorta di autoritratto. Ma qui sul tono elegiaco, introspettivo, prevale decisamente quello eroico, dell’uomo e dell’artista solitario, indisponibile ai compromessi con il potere. 

    Tacito orror di solitaria selva1
    di sì dolce tristezza il cor mi bea2,
    che in essa al par di me non si ricrea
4   tra’ i figli suoi nessuna orrida belva3.



    E quanto addentro più il mio piè s’inselva4,
    tanto più calma e gioia in me si crea;
    onde membrando com’io là godea,
8   spesso mia mente poscia si rinselva5.



    Non ch’io gli uomini abborra6, e che in me stesso
    mende non vegga, e più che in altri assai7;
11   nè ch’io mi creda al buon sentier8 più appresso9;



    ma non mi piacque il vil mio secol mai10:
    e dal pesante regal giogo11 oppresso,
14   sol nei deserti tacciono i miei guai.





    26 agosto [1786]. Tra gli abeti ai tre Castelli.





Metro: sonetto con schema rimico abba abba cdc dcd.

UN ANIMO PREROMANTICO  Anche questo sonetto è nettamente bipartito. Le quartine mettono in scena il sentimento provato dal poeta a contatto con una natura solitaria e perturbante (il «tacito orror» della foresta). Non si tratta dunque della natura stilizzata, idealizzata dagli Arcadi, ma di una natura quasi primigenia, che provoca nel poeta la sensazione, piacevole, di essere ritornato a una condizione selvaggia, pre-umana (a questo concorre anche l’uso insistito della parola selva nelle rime delle quartine, significativamente insieme a belva). Nella terzine, invece, la riflessione si sposta dal mondo fisico (il bosco) all’animo di Alfieri. L’isolamento della belva che gode della propria solitudine nella selva disabitata è paragonato alla sensazione di solitudine che il poeta prova tra i suoi contemporanei (non mi piacque il vil mio secol mai, v. 12). Alfieri non si sente migliore o peggiore degli altri, sente però che la sua statura artistica e morale (qui incarnata dal suo rifiuto della tirannide, del pesante regal giogo, v. 13) lo colloca in una posizione scomoda, della quale percepisce le funeste conseguenze (l’isolamento) e, al tempo stesso, si compiace. Questo contrasto si rispecchia nello stile aspro del testo, in cui abbondano le ripetizioni tanto di singoli suoni (si veda l’insistenza con cui la "r" e la "s" tornano, per esempio, nei primi due versi) quanto di termini di senso affine (orror, v. 1… orrida, v. 4).

GLI SPUNTI LETTERARI  Bisogna però osservare che il componimento, pur nella sua originalità, è anche costruito su reminiscenze letterarie. Da un lato, il tema e il titolo risentono della canzonetta Solitario bosco ombroso di Paolo Rolli (1687-1765). Dall’altro, i debiti più scoperti sono quelli con i massimi autori della tradizione italiana: la selva rimanda alla «selva oscura» su cui si apre l’Inferno di Dante, mentre Petrarca (in particolare con due dei suoi più noti componimenti del Canzoniere: il sonetto xxv Solo e pensoso, e la canzone cxxix Di pensier in pensier) suggerisce ad Alfieri sia il motivo della "fuga dal mondo" sia alcune scelte lessicali.

 

Esercizio:

COMPRENDERE E ANALIZZARE


1 Questo componimento presenta una struttura ad anello (Ringkomposition): quali parole e quali motivi ricorrono all’inizio e alla fine del testo?



2. «Non ch’io gli uomini abborra … ma non mi piacque il vil secol mai» (vv 9-11). Alla luce di questi versi, come definiresti il rapporto di Alfieri con la società del suo tempo?



CONTESTUALIZZARE


3. Confronta il sonetto di Alfieri con i quadri del pittore romantico Caspar David Friedrich (1774-1840). Cerca in rete riproduzioni delle sue opere, poi prova a indicare analogie e differenze nel modo in cui i due artisti raccontano il rapporto tra l’uomo e la natura.



4. «... Dal pesante regal giogo oppresso» (v. 13): che cos’è il «regal giogo»? Che cosa ci dice, questo verso, sulla visione politica di Alfieri?



5. «… Dolce tristezza il cor mi bea» (v. 2). Una «dolce tristezza»: possiamo chiamare “ossimoro” questo accostamento? E come può, a tuo avviso, la tristezza essere dolce?



INTERPRETARE


6. Quali altri autori della nostra letteratura hanno visto nella fuga nella natura un rimedio alle amarezze della vita vissuta in mezzo agli uomini? Quali, cioè, hanno avuto una sorta di vocazione alla solitudine?



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  1. Tacito ... selva: Il silenzioso (tacito) aspetto terrificante (orror) di una foresta (selva) solitaria.
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  3. di sì dolce ... bea: mi allieta il cuore di una tristezza così dolce (si noti l’ossimoro: dolce tristezza).
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  5. che ... belva: che nessuna terribile (orrida) belva gioisce (si ricrea) come (al par di) me stando in essa (la selva del v. 1) con i suoi cuccioli (figli).
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  7. E ... s’inselva: E quanto più il mio piede (piè) si addentra nella foresta (addentro… s’inselva).
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  9. onde ... rinselva: perciò (onde), ricordando (membrando) come io là stavo bene (godea), spesso il mio ricordo (mente) in quella foresta fa poi (poscia) ritorno (rinselva).
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  11. abborra: detesti.
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  13. mende ... assai: non veda (vegga) difetti (mende) anche molto più numerosi (assai) che in altri.
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  15. buon sentier: retta via.
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  17. appresso: vicino.
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  19. ma non ... mai: ma non mi è mai piaciuta la vile epoca (secol) in cui vivo (mio).
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  21. regal giogo: tirannia dei re, le monarchie assolute.
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