Giuseppe Parini

Odi

Alla Musa

Chiude la raccolta l’ode Alla Musa, che è una sorta di testamento poetico. L’ode viene scritta in occasione dell’imminente nascita del primo figlio del marchese Febo D’Adda (che di Parini era stato allievo) ed esprime rimpianto per il fatto che il recente matrimonio e l’imminente paternità abbiano distolto il giovane dalla poesia. Il testo si divide in tre parti. Nella prima parte (strofe 1-8), le prime quattro strofe descrivono coloro che non amano la Musa (e cioè la poesia): il mercante, l’arrampicatore sociale, il lussurioso; le altre quattro strofe (proposte di seguito) ritraggono invece il perfetto cultore della poesia. 

    Sai tu, vergine dea, chi la parola
    Modulata da te gusta od imita;
15   Onde ingenuo piacer sgorga, e consola
    L’umana vita1?



    Colui, cui diede il ciel placido senso
    e puri affetti e semplice costume;
    che di sé pago e dell’avito censo
20   più non presume2.



    Che spesso al faticoso ozio de’ grandi
    e all’urbano clamor s’invola, e vive
    ove spande natura influssi blandi
    o in colli o in rive3.



25   E in stuol d’amici numerato e casto,
    tra parco e delicato al desco asside;
    e la splendida turba e il vano fasto
    lieto deride4



    Che a i buoni, ovunque sia, dona favore;
30   e cerca il vero; e il bello ama innocente;
    e passa l’età sua tranquilla, il core
    sano e la mente.5



    [...]



Dopo questo elogio del poeta, Parini rivolge direttamente la parola all’amico cui è dedicata l’ode, Febo d’Adda: perché ha smesso di scrivere poesie? Forse la giovane sposa assorbe tutte le sue attenzioni? Parini prega allora la Musa affinché parli all’orecchio della donna e la convinca a far tornare il marito, anche per un solo momento, alla poesia. Se questo accadrà, la Musa ispirerà a Febo versi d’amore.





    Onde rapito, ei canterà che sposo
90   già felice il rendesti, e amante amato;
    e tosto il renderai dal grembo ascoso
    padre beato.6



    scenderà in tanto dall’eterea mole
    Giuno7 che i preghi de le incinte ascolta.
95   E vergin io de la Memoria prole8
    nel velo avvolta



    uscirò co’ bei carmi; e andrò gentile
    dono a farne al Parini, italo cigno,
    che a i buoni amico, alto disdegna il vile
100   volgo maligno.9





Metro: strofe saffiche (tre endecasillabi + un settenario, con schema rimico ABAb).

RITRATTO E AUTORITRATTO  L’ode Alla Musa è al tempo stesso un ritratto elogiativo di Febo d’Adda e un autoritratto di Parini. Nella prima parte del testo ritroviamo alcuni dei motivi che abbiamo più volte incontrato nella poesia pariniana: per esempio la visione idealizzata della campagna e l’elogio dei costumi di chi la abita. Torna inoltre un’altra delle parole-chiave di Parini: il vero (v. 30), quella verità che il poeta deve sempre accompagnare al bello (v. 30). Nel prosieguo dell’ode Parini rimpiange il tempo in cui il marchese scriveva le sue poesie e le sottoponeva al suo giudizio. Nella parte conclusiva il discorso si sposta sulla sposa del marchese, la cui bellezza viene descritta, con perfetto stile neoclassico, nel momento della toilette. La giovane donna viene affettuosamente ammonita dalla Musa, che le chiede di permettere allo sposo di ritornare anche solo per un momento alla poesia: «Onde rapito, ei canterà che sposo / già felice il rendesti, e amante amato».

L'AMAREZZA DI UN UOMO ISOLATO  Negli ultimi tre versi c’è tutto l’ultimo Parini, il poeta stanco e deluso, che non è riuscito a concludere il Giorno perché la società che descriveva e che voleva cambiare è diventata qualcosa che non riesce né a comprendere né ad accettare. Parini sa di essere un grande poeta, forse il più grande della sua epoca (italo cigno), ma sa anche di essere un uomo isolato.
Parini è certo un progressista rispetto ai più fieri conservatori dell’ancien régime, ma è un conservatore rispetto alle tendenze più innovatrici del suo secolo. È una contraddizione che Parini si è sempre portato dietro. Giovanissimo, entra nell’orbita dell’aristocrazia milanese, ma ha con questa classe un rapporto sempre ambiguo: pensa che la nobiltà sia in piena decadenza, la prende in giro nel Giorno, ma sono aristocratici gli uomini che stima di più e che indica come modelli: per esempio Carlo Imbonati e, per l’appunto, Febo d’Adda, colui al quale è dedicata questa poesia.
Il problema è che Parini guarda al passato, alle (presunte) virtù della nobiltà antica, non al presente. Non si accorge del fatto che quelli che a lui sembrano i rappresentanti migliori dell’aristocrazia milanese (ancora gli Adda, gli Imbonati) sono tali proprio perché da almeno due generazioni vivono il loro ruolo di aristocratici, di possidenti, in maniera molta diversa rispetto ai loro antenati. Sono per esempio i primi che capiscono l’importanza dei nuovi metodi industriali nello sfruttamento delle campagne; ma sono anche coloro che hanno trasformato Milano in quella palude malsana che Parini descrive nella Salubrità dell’aria. È il progresso, insomma, col suo bene e col suo male: e Parini non è certamente quello che oggi chiameremmo un progressista.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Quali sono le virtù che Parini indica al suo allievo come degne di essere imitate e coltivate? Sono virtù che Parini possiede?



ANALIZZARE


2. Alla Musa è forse l’ode più “neoclassica” di Parini. Da che cosa lo si capisce? In che cosa consiste qui, insomma, l’elemento “neoclassico” (considera l’ordine delle parole, la solennità del lessico, la ricercatezza formale, le allusioni al mito)?



CONTESTUALIZZARE


3. L’ideale di una poesia morale, che insegni al lettore come bisogna vivere, è sempre vivo in Parini, ma qui il poeta si rivolge a un ristretto numero di privilegiati. Ti sembra che, in generale, l’idea di “vita virtuosa” cara a Parini possa riguardare soltanto l’élite, e non il popolo?



4. Dai versi 91-92 apprendiamo che la moglie di Febo d’Adda darà un figlio al marito: «e tosto il renderai dal grembo ascoso / padre beato» (nei versi precedenti si specifica anche che è al nono mese: «Ecco già l’ale il nono mese or scioglie / da che sua fosti»). È rarissimo trovare la figura di una donna incinta in poesia: Parini la introduce nell’ode con garbo e sensibilità ma anche con una certa malizia, perché di qui comincia il sorridente rimprovero alla donna, che ha distolto Febo d’Adda dalla poesia. Perché, a tuo avviso, il tema della maternità si trova così di rado nella nostra tradizione poetica? Forse perché l’amore coniugale non è quello che ispira i grandi lirici del Medioevo (i trovatori, Dante, Petrarca)? Forse perché l’amore cantato dai poeti è uno stato d’eccezione che non ha a che fare con la “normale” vita famigliare? O per un’altra ragione?



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  1. vv. 13-16: Sai tu, o Musa (vergine dea), chi è che ama o imita la parola pronunciata, cantata (modulata) da te, parola dalla quale sgorga un puro piacere (ingenuo qui ha il senso, raro nel linguaggio corrente, di “schietto”, “onesto”) che consola gli uomini?
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  3. vv. 17-20: Colui al quale il cielo ha dato un’attitudine pacata (placido senso), puri sentimenti (affetti) e semplici abitudini (costume); che soddisfatto (pago) di sé e di quanto ricevuto (censo) dai propri antenati (avito) non pretende di più.
  4. \r
  5. vv. 21-24: (Colui) che spesso si sottrae (s’invola) al logorante oziare (faticoso ozio) tipico dei nobili (grandi) e al chiasso della città (urbano clamor), e vive dove la natura sparge benefici effetti (influssi blandi), sui colli o sulle rive dei fiumi.
  6. \r
  7. vv. 25-28: E siede (asside) a un tavolo (desco) sobrio e raffinato (parco e delicato), in un gruppo (stuol) di amici ristretto (numerato) e di buoni costumi (casto), e lieto deride la pomposa folla (splendida turba) e il lusso inutile (vano fasto).
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  9. vv. 29-32: (Colui) che dà il suo favore ai buoni, in qualsiasi luogo sia; e cerca la verità; e ama la bellezza disinteressata (innocente); e trascorre (passa) il tempo della sua vita (età) tranquillamente (tranquilla), con il cuore e la mente sani.
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  11. vv. 89-92: Rapito dal quale (si riferisce al suono di un flauto citato nella strofe precedente), lui (ei, sempre il marchese d’Adda) canterà che l’hai già reso (rendesti) uno sposo felice e un amante amato; e presto (tosto) dal grembo nascosto (ascoso) lo renderai padre beato.
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  13. Giuno: Giunone, moglie di Giove, era considerata nell’antichità la protettrice delle partorienti.
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  15. vergin ... prole: le Muse erano figlie di Giove e di Mnemosine, dea della memoria
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  17. vv. 93-100: Giunone (Giuno), che ascolta le preghiere (preghi) delle donne incinte, scenderà intanto dal cielo (eterea mole). E io, vergine figlia (prole) della Memoria, avvolta nel velo, porterò fuori dei bei poemi (carmi); e andrò a portarle in dono a Parini, poeta (cigno) italiano, che, amico delle persone di animo elevato (buoni), disprezza profondamente (alto) la gente volgare e malvagia (vile volgo maligno).
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