Giosuè Carducci

Odi barbare

Alla stazione in una mattina d’autunno

Il 23 ottobre 1873, Carolina Cristofori Piva (Lina o Lidia nelle poesie carducciane) parte da Bologna per raggiungere il marito a Civitavecchia. Era arrivata poche ore prima per incontrarsi con Carducci, suo amante da un anno e mezzo.
Il giorno stesso della partenza, il poeta le manda una lettera: «Ho l’animo triste; e non ho la minima voglia di far frasi intorno alla mia tristezza; ma ti dico che stamani, con l’ultimo rumore allontanantesi del treno che ti portava, a me pareva che fuggisse irreparabilmente la visione più dolce della mia vita irrequieta».
Più di un anno dopo, Carducci le scriveva: «E tutto è umido e freddo e noioso come la pioggia che stroscia al di fuori. Ripenso alla triste mattina del 23 ottobre 1873, quando ti accompagnai alla stazione, e tu mi t’involasti [fuggisti da me] in un’orribile carrozza di 2a classe, e il faccin mi sorrise l’ultima volta incorniciato in un’infame abominevole finestrella quadrata; e poi il mostro, che si chiama barbaramente treno, ansò, ruggì, stridé, si mosse come un ippopotamo che corra fra le canne, e poi fuggì come una tigre».
Tra il giugno del 1875 e il dicembre del 1876 Carducci mette in versi i ricordi di quella partenza, componendo quest’ode barbara.

Oh quei fanali come s’inseguono
accidïosi là dietro gli alberi,
tra i rami stillanti di pioggia
sbadigliando la luce su ’l fango1!

Flebile, acuta, stridula fischia
la vaporiera2 da presso3. Plumbeo4
il cielo e il mattino d’autunno
come un grande fantasma n’è5 intorno.

Dove e a che move questa, che affrettasi
a’ carri fóschi, ravvolta e tacita
gente? a che ignoti dolori
o tormenti di speme lontana6?

Tu pur pensosa, Lidia, la tessera
al secco taglio dài de la guardia,
e al tempo incalzante i begli anni
dài, gl’istanti gioiti e i ricordi7.

Van lungo8 il nero convoglio e vengono
incappucciati di nero i vigili,
com’ombre; una fioca lanterna
hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei

freni tentati9 rendono10 un lugubre
rintócco lungo: di fondo a l’anima
un’eco di tedio risponde
doloroso, che spasimo pare11.

E gli sportelli sbattuti al chiudere
paion oltraggi: scherno par l’ultimo
appello che rapido suona12:
grossa scroscia su’ vetri la pioggia.

Già il mostro, conscio di sua metallica
anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei
occhi sbarra; immane pe ’l buio
gitta il fischio che sfida lo spazio13.

Va l’empio mostro; con traino orribile14
sbattendo l’ale gli amor miei portasi15.
Ahi, la bianca faccia e ’l bel velo
salutando scompar16 ne la tenebra.

O viso dolce di pallor17 roseo,
o stellanti occhi di pace18, o candida
tra’ floridi19 ricci inchinata
pura20 fronte con atto soave!

Fremea la vita nel tepid’aere,
fremea l’estate quando mi arrisero21;
e il giovine sole di giugno
si piacea22 di baciar luminoso

in tra i riflessi del crin castanei23
la molle24 guancia: come un’aureola
più belli del sole i miei sogni
ricingean la persona gentile25.

Sotto la pioggia, tra la caligine26
torno27 ora, e ad esse vorrei confondermi28;
barcollo com’ebro29, e mi tócco,
non anch’io fossi dunque un fantasma30.

Oh qual caduta di foglie, gelida,
continua, muta, greve, su l’anima31!
io credo che solo, che eterno,
che per tutto nel mondo è novembre.

Meglio a chi ’l senso smarrì de l’essere,
meglio quest’ombra, questa caligine:
io voglio io voglio adagiarmi
in un tedio che duri infinito32.

Metro: ode alcaica, formata da due doppi quinari (il primo piano, il secondo sdrucciolo), un novenario, un decasillabo.

TRISTEZZA E DEBOLEZZA Il poeta ricorda il giorno della partenza di Lidia: in una mattina d’autunno, la accompagna in stazione; giungono al binario e sostano tra gli altri viaggiatori; Lidia mostra il biglietto e sale sul treno; il poeta fermo sul binario osserva le fasi della partenza del treno. Rimasto solo, il poeta ricorda l’estate in cui la loro storia d’amore iniziò. Il contrasto tra quella felicità e il dolore per la partenza fa dubitare il poeta della sua esistenza e suscita il desiderio di perdere coscienza di sé, di addormentarsi in un oblio infinito: in buona sostanza, di morire. 
I termini che indicano tristezza, debolezza, mancanza di luce, sono frequenti e danno il tono all’intera poesia: accidïosi, sbadigliando, Flebile, Plumbeo, fantasma, fóschi, pensosa, nero, ombre e fioca, lugubre, tedio, pioggia e caligine, gelida, muta, novembre, ombra e caligine

LA FORMA RAFFINATA La forma della poesia è particolarmente raffinata, grazie alla sintassi ampia, nobilitata dalle figure retoriche: gli iperbati in «questa […] gente», «candida […] fronte»; le epifrasi in «i begli anni […] gl’istanti», «una fioca lanterna […] e mazze di ferro»; le anafore e i parallelismi in a che, dài, o esclamativo, fremea, che, meglio. Sono frequenti gli enjambements, di cui due anche interstrofici: risultano particolarmente efficaci quelli dove si descrive la sofferenza del poeta. Carducci sfrutta anche il fonosimbolismo: nella sequenza «lugubre / rintócco lungo», i suoni imitano lo schiocco secco del colpo e il prolungarsi del suono sordo. 

LA RIFLESSIONE INTIMA E ADDOLORATA La poesia di Carducci non è tutta celebrativa, storica, descrittiva, serena o ottimistica. Carducci ha anche un altro carattere, un’altra vena ispiratrice: intima, riflessiva e addolorata. L’ode Alla stazione in una mattina d’autunno ne è un ottimo esempio. Sotto un cielo piovoso e buio, i contorni del mondo sono sfumati e la realtà sembra perdere consistenza, diventare un sogno, evaporare in fantasma. Il poeta desidera perdere la propria coscienza di essere pensante (di uomo) e diventare oggetto inanimato della natura. Si vuole adagiare in un tedio infinito: sembra che voglia sdraiarsi in una bara, non però in una morte serena, che farà cessare il dolore, ma in una morte triste, anch’essa dolente. 

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 La rima – sconosciuta alla poesia classica – non c’è. Ci sono però assonanze e analogie foniche tra le parole a fine verso. Individuale.

2 L’uniformità delle strofe è interrotta – oltre che da variazioni di suono e di ritmo – dall’organizzazione sintattica, che contribuisce ad animare e a variare l’andamento all’interno dell’ode.

Mentre lo schema metrico si ripete, varia la disposizione di aggettivi, sostantivi, verbi all’interno della proposizione, delle proposizioni all’interno del periodo, e così via. Ad esempio: nella prima strofa il soggetto quei fanali è già nel primo verso, mentre la seconda strofa inizia con un verso costituito quasi interamente da aggettivi («Flebile, acuta, stridula») e il soggetto cui si riferiscono (la vaporiera) compare solo nel secondo verso. Analizza lo stile e la sintassi delle varie strofe, mettendo in evidenza analogie e differenze.

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  1. Oh … fango: il poeta e Lidia raggiungono la stazione su una carrozza a cavalli. I fanali sono i lampioni del viale, che, per effetto del movimento della vettura, sembrano rincorrersi con pigrizia, monotonia (accidïosi), tra i rami che gocciolano (stillanti), e mandano una luce debole e stanca come uno sbadiglio. La costruzione del verbo sbadigliando è grammaticalmente ardita e “poetica”: i fanali sono soggetto e la luce è complemento oggetto.
  2. vaporiera: locomotiva.
  3. da presso: vicino.
  4. Plumbeo: del colore del piombo, grigio opaco.
  5. n’è: ci è, al poeta e a Lidia.
  6. Dove … lontana?: questa gente, che silenziosa e avvolta nei cappotti si affretta verso le carrozze scure, dove va e con quale scopo? verso quali dolori sconosciuti o verso quali sofferenze determinate da una improbabile speranza (speme)?
  7. Tu … ricordi: anche tu, Lidia, immersa in pensieri, dai il biglietto al controllore perché te lo timbri con un colpo secco, e consegni gli istanti di gioia (gioiti) e i ricordi di questi begli anni al tempo che incalza: su di essi il tempo darà un taglio secco, come quello del controllore. A quei tempi, dunque, il biglietto veniva controllato (e obliterato, cioè “annullato”) prima di salire in carrozza, come oggi succede per gli aerei e i traghetti.
  8. mazze … rintócco lungo: gli addetti delle ferrovie percorrevano il binario e con un lungo martello di ferro colpivano i freni per verificare, grazie al suono, che non vi fossero crepe nel materiale.
  9. tentati: sottoposti alla prova (latinismo), cioè colpiti.
  10. rendono: emettono.
  11. di fondo … pare: il suono dei freni, infrangendosi nell’anima del poeta, rende un’eco che è una noia, una mancanza di vitalità piena di dolore, e che il poeta percepisce con l’intensità secca e violenta di uno spasimo (il conato di vomito è una forma di spasimo, tanto per capirci).
  12. gli sportelli … suona: gli sportelli che vengono chiusi sbattendo sembrano un’offesa [al dolore del poeta] e l’ultima chiamata, che risuona rapida, per il treno in partenza sembra derida [la sofferenza del poeta]. Gli sportelli dei vagoni venivano chiusi manualmente da un addetto, mentre il capotreno urlava «In carrozza!».
  13. Già … spazio: il treno diventa una sorta di drago che, consapevole (conscio, latinismo) della sua forza vitale quasi indistruttibile, spalanca gli occhi di fuoco (i fanali della locomotiva) e inizia a muoversi con sbuffi di fumo (sbuffa), scrolloni (crolla) e suoni sincopati (ansa, voce del verbo “ansare”); getta nel buio un fischio altissimo che sfida le lunghe distanze.
  14. con traino orribile: nel suo orribile seguito di vagoni.
  15. portasi: si porta via.
  16. la bianca … scompar: il viso bianco contornato dal bel velo scompare; la faccia e il velo sono un’endiadi: si noti, infatti, il verbo alla terza singolare scompar.
  17. pallor: riprende e specifica, insieme alla candida fronte, la bianca faccia.
  18. stellanti … pace: occhi che, simili a stelle, emettono una luce che infonde pace in chi li guarda.
  19. floridi: abbondanti.
  20. pura: serena.
  21. Fremea … arrisero: la vita brulicava nell’aria tiepida dell’estate, quando mi sorrisero per la prima volta con amore.
  22. si piacea: provava piacere.
  23. crin castanei: capelli castani.
  24. molle: morbida (non esistevano sofisticate creme di bellezza: la pelle morbida era un’apprezzata dote naturale).
  25. come … gentile: i sogni, che nutrivo all’inizio della mia storia d’amore con lei, erano più belli del sole e le stavano intorno come un’aureola.
  26. caligine: nebbiolina.
  27. torno: ritorno a casa, al mio lavoro, alla mia solita vita.
  28. ad … confondermi: vorrei sciogliermi in pioggia e caligine.
  29. ebro: ubriaco.
  30. non … fantasma: per assicurarmi di non essere anche io un fantasma.
  31. caduta … anima!: i pensieri che mi pesano sull’anima in questo momento sono un cadere continuo, silenzioso, gelido, di foglie: greve si spiega soltanto all’interno della metafora, visto che le foglie morte non sono pesanti.
  32. Meglio … infinito: è senz’altro migliore la condizione di chi ha smarrito la coscienza di essere vivo, è preferibile la condizione esistenziale di quest’ombra e di questa nebbiolina: voglio sdraiarmi in un annullamento che duri per l’eternità.