Ugo Foscolo

Poesie

All’amica risanata

Tra il 1800 e il 1802 Foscolo ha una storia d’amore con la contessa Antonietta Fagnani, sposata con Marco Arese Lucini. Durante l’inverno del 1801 la donna si ammala: la guarigione arriva in primavera. Foscolo celebra l’evento con questi versi, composti fra il 1802 e la primavera del 1803. 

    Qual dagli antri marini
    l’astro più caro a Venere
    co’ rugiadosi crini
    fra le fuggenti tenebre
    appare, e il suo vïaggio
   6   orna col lume dell’eterno raggio;



    sorgon così tue dive
    membra dall’egro* talamo1,
    e in te beltà rivive,
    l’aurea beltate ond’ebbero
    ristoro unico a’ mali
12   le nate a vaneggiar menti mortali2.



    Fiorir sul caro viso
    veggo la rosa3, tornano
    i grandi occhi al sorriso4
    insidïando5; e vegliano
    per te in novelli pianti
18   trepide madri, e sospettose amanti6.



    Le Ore che dianzi meste
    ministre eran de’ farmachi7,
    oggi l’indica8 veste
    e i monili cui gemmano
    effigïati Dei
24   inclito studio di scalpelli achei9,



    e i candidi coturni10
    e gli amuleti recano11,
    onde a’ cori12 notturni
    te, Dea, mirando obbliano
    i garzoni le danze,
30   te principio d’affanni e di speranze13:



    o quando l’arpa adorni
    e co’ novelli numeri
    e co’ molli contorni
    delle forme che facile
    bisso seconda, e intanto
36   fra il basso sospirar vola il tuo canto



    più periglioso; o quando
    balli disegni, e l’agile
    corpo all’aure fidando,
    ignoti vezzi sfuggono
    dai manti, e dal negletto
42   velo scomposto sul sommosso petto14.



    All’agitarti, lente15
    cascan le trecce, nitide16
    per ambrosia recente17,
    mal fide all’aureo pettine
    e alla rosea ghirlanda18
48   che or con l’alma salute April ti manda19.



    Così ancelle d’Amore
    a te d’intorno volano
    invidïate l’Ore20.
    Meste le Grazie mirino
    chi la beltà fugace
54   ti membra, e il giorno dell’eterna pace21.



    Mortale guidatrice
    d’oceanine vergini,
    la parrasia pendice
    tenea la casta Artemide,
    e fea terror di cervi
60   lungi fischiar d’arco cidonio i nervi22.



    Lei predicò la fama
    olimpia prole23; pavido
    diva il mondo la chiama,
    e le sacrò l’elisio
    soglio, ed il certo telo
66   e i monti, e il carro della luna in cielo24.



    Are così a Bellona,
    un tempo invitta amazzone,
    diè il vocale Elicona;
    ella il cimiero e l’egida
    or contro l’Anglia avara
72   e le cavalle ed il furor prepara25.



    E quella a cui di sacro
    mirto te veggo cingere
    devota il simolacro26,
    che presiede marmoreo
    agli arcani tuoi lari
78   ove a me sol sacerdotessa appari27,



    Regina fu, Citera
    e Cipro ove perpetua
    odora primavera
    regnò beata, e l’isole
    che col selvoso dorso
84   rompono agli Euri e al grande Ionio il corso28.



    Ebbi in quel mar la culla,
    ivi erra ignudo spirito
    di Faon la fanciulla29,
    e se il notturno zeffiro30
    blando31 sui flutti spira,
90   suonano i liti un lamentar di lira32:



    ond’io, pien del nativo
    aër sacro, su l’itala
    grave cetra derivo
    per te le corde eolie33,
    e avrai divina i voti
96   fra gl’inni miei delle insubri nepoti34.



Metro: ode di sedici stanze con schema abacdD.  

LA SALUTE RECUPERATA   L’ode è divisa in due parti. La prima, che comprende le stanze 1-9 (vv. 1-54), parla della salute che la donna ha recuperato. Come la stella del mattino, Lucifero (che è un altro nome del pianeta Venere), sorge dal mare, così la donna si alza dal letto nel quale ha trascorso la sua malattia. Riconquista la sua bellezza e torna a essere un pericolo: fa innamorare di sé tutti gli uomini, anche quelli già impegnati. Le dee, che prima le somministravano le medicine, ora le porgono vestiti e gioielli, grazie ai quali ella primeggia nelle feste notturne. Tutti gli occhi sono puntati su di lei, sia quando suona l’arpa e canta, sia quando balla e i veli che si aprono fanno intravvedere il suo corpo. Di fronte a un simile spettacolo, nessuno può permettersi di ricordare che la bellezza è transitoria e che il destino dell’uomo è la tomba.

LA POESIA CHE RENDE IMMORTALI   Il concetto che ispira la seconda parte dell’ode (vv. 55-96) è l’evemerismo. Secondo questa teoria filosofica, elaborata dal greco Evemero (III secolo a.C.), gli dèi non sarebbero altro che uomini divinizzati dopo la loro morte. Foscolo ricorda tre dee della mitologia greca, Artemide (due strofe: vv. 55-66), Bellona (una strofa: vv. 67-72) e Venere (due strofe: vv. 73-84): la prima era un’esperta cacciatrice, la seconda era una guerriera invincibile, la terza era regina di Cipro e Citera. Foscolo nacque nel mar Ionio, su cui vaga lo spirito della poetessa greca Saffo, uccisasi per amore di Faone. Trasportando nella poesia italiana i modi della lirica greca, egli può dunque celebrare la Fagnani e renderla, con i propri versi, simile a una dea. Qual è il collegamento concettuale tra la prima e la seconda parte? Non è immediatamente evidente, ma è un collegamento solido. La Fagnani è bella, ma la bellezza sfiorisce e le belle donne muoiono. È una verità nota a tutti, ma è poco galante ricordarla in modo diretto (come abbiamo appena fatto noi). Perciò Foscolo adopera un modo indiretto. Nell’antichità greca, alcune donne, famose e celebrate per la loro bellezza, una volta morte sono state considerate dee immortali: allo stesso modo la Fagnani, che viene cantata dal “greco” Foscolo, quando la sua vita terrena sarà conclusa, riceverà onori divini dalle donne lombarde.

FOSCOLO POETA NEOCLASSICO   L’ode è un perfetto esempio di poesia neoclassica. Per prima cosa, ci sono continui riferimenti alla mitologia greco-latina: Venere (v. 2), le Ore (vv. 19 e 51), gli Dei (v. 23), Amore (v. 49), le Grazie (v. 52), le oceanine (v. 56), la parrasia pendice (v. 57), Artemide (v. 58), l’arco cidonio (v. 60), l’Elisio (v. 64), Bellona (v. 67), Elicona (v. 69), Citera (v. 79), Cipro (v. 80), Saffo e Faone (v. 87) per i quali la storia si mescola con il mito. In secondo luogo, il mondo moderno è descritto con parole antiche: il letto diventa il talamo (v. 8), le scarpe coturni (v. 25), le feste danzanti cori (v. 27), l’unguento per capelli ambrosia (v. 45), gli elmetti e gli strumenti di difesa militare cimiero ed egida (v. 70), le stanze private della casa lari (v. 77), la donna con la quale si vive una storia d’amore è una sacerdotessa (v. 78) del culto di Venere, che adorna le statue con il mirto. Infine, sul piano più propriamente lessicale, Foscolo largheggia in latinismi (in cui rientrano anche le parole della categoria precedente): egro (v. 8), inclito (v. 24), numeri (v. 32), lente (v. 43), nitide (v. 44), alma (v. 48), telo (v. 65), insubri (v. 96). In particolare, è degno di nota come Foscolo riesca a rendere funzionali le Ore. Egli avrà visto le cameriere della Fagnani mentre le somministravano i farmaci e poi, una volta guarita, mentre le porgevano le vesti. Questa situazione borghese viene trasfigurata: sono le Ore, divinità minori, ad assistere la donna. In tal modo, la loro figura non rimane esterna al discorso poetico.  La bellezza viene proposta come l’unica consolazione che gli uomini hanno nei loro vaneggiamenti. La celebrazione della bellezza è il compito della poesia, che in questo modo la rende eterna: e la capacità eternatrice della poesia è appunto uno dei miti ricorrenti di Foscolo (lo vedremo nei Sepolcri) e del Classicismo.

L’IMITAZIONE, IL RAPPORTO FRA LA SINTASSI E LA METRICA   Per dire tutto questo Foscolo sceglie, come si è detto, un lessico estremamente ricercato. Ma, a livello formale, fa altre due scelte importanti: una riguarda la composizione, l’altra il rapporto fra la sintassi e la metrica. Uno dei canoni del Classicismo, e di questa fase della poetica di Foscolo, è l’imitazione: secondo il canone dell’«ut pictura poësis», il poeta deve operare in modo simile al pittore. Ciò significa che le descrizioni devono essere nitide, esatte, plastiche, in modo che il lettore possa immaginare le scene che il poeta descrive nella maniera più vivida possibile. Le parole, insomma, devono far vedere, e per modulare questa visione Foscolo procede per quadri successivi, alternando i dettagli (la descrizione dei gioielli, per esempio) a scene più ampie (la danza o la disperazione delle amanti). Ma – e veniamo al secondo punto – Foscolo evita di far coincidere questi “quadri” con le scansioni metriche dell’ode. Il discorso scavalca talvolta il confine strofico (per esempio nella similitudine iniziale, oppure nel passaggio dalla sesta alla settima strofa), e nelle strofe sono frequenti le fratture all’interno dei versi e gli enjambements. Questa mancata corrispondenza tra metro e sintassi produce un effetto quasi dissonante: Foscolo evita l’effetto “cantabile”, costringe il lettore a non abbandonarsi al ritmo della poesia ma a seguire il senso (prendiamo, per esempio, il v. 73 «E quella a cui di sacro»: sacro qualifica il mirto del verso successivo; e quella anticipa l’epiteto Regina, che troviamo solo all’inizio della stanza successiva). Foscolo ammirava il massimo lirico del Cinquecento, Giovanni Della Casa, perché aveva saputo uscire dalla “turba dei petrarchisti” con nuove soluzioni metrico-sintattiche: «Il merito della sua poesia consiste principalmente nel collocare le parole e spezzare la melodia de’ versi con tale ingegnosa spezzatura [eleganza] da far risultare l’effetto che i maestri di musica ottengono dalle dissonanze, e i pittori dalle ombre assai risentite. […] appunto quel verseggiare sì rotto ti fa sentire l’angoscia». Qui Foscolo mette in pratica questa lezione. 

Esercizio:

COMPRENDERE


1 Culto della bellezza e poesia sono due motivi ricorrenti nella poesia di Foscolo. Sottolinea, nel testo, i passi in cui questi motivi affiorano in maniera più evidente.



2 Perché Foscolo ha scritto quest’ode?



ANALIZZARE


3 Dal punto di vista compositivo, il contenuto della poesia procede per “quadri” successivi. Individuali e dai loro un titolo: vv. 1-12: Nascita della stella Venere e rinascita della donna guarita; vv. 13-18: Rifiorisce la bellezza; vv. 19-30…



CONTESTUALIZZARE


4 Confronta i versi in cui Foscolo presenta la figura della dea Artemide (vv. 55-66) con il passo tratto dagli Inni omerici (uno dei modelli di questa ode) riportato di seguito; metti in rilievo le analogie e le differenze.



5 Al v. 52 Foscolo cita le Grazie, figure mitologiche cui dedicherà un poema nel 1812. Fai una piccola ricerca sul significato di queste figure (che conoscono nuova fama a inizio Ottocento anche grazie alla scultura di Antonio Canova Nel mondo dell’arte: Foscolo e Canova a Firenze).



6 L’immagine di Venere presentata da Foscolo nell’ode ha illustri precedenti nell’arte figurativa. Osserva la Nascita di Venere di Sandro Botticelli: trovi che la figura di Venere immaginata dai due artisti sia simile?



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  1. Qual … talamo: come dagli abissi del mare (antri marini) il pianeta Venere (detto anche Lucifero, o stella del mattino), con i suoi capelli umidi di rugiada (rugiadosi crini), compare (al mattino) in mezzo al buio della notte che fugge, e adorna (orna) il suo percorso (vïaggio) con la luce del sole (eterno raggio), così sorgono le tue membra divine (dive membra) dal letto in cui hai trascorso la tua malattia (egro talamo). Il letto viene definito per metonimia egro, “malato”.
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  3. e in te … mortali: e rivive in te la bellezza, quella bellezza che splende ed è preziosa come l’oro (aurea), da cui (ond’) le menti degli uomini, nate per inseguire cose vane (nate a vaneggiar), ebbero il loro unico conforto (ristoro) ai dolori (a’ mali).
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  5. Fiorir … rosa: vedo il colorito roseo (la rosa) fiorire sul viso amato (caro); è una metafora: il viso non è più pallido ma sta riprendendo un colorito sano.
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  7. tornano … sorriso: i grandi occhi ritornano a sorridere.
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  9. insidïando: il sorriso della donna costituisce, per il suo fascino, un’insidia per i cuori degli uomini.
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  11. e vegliano … amanti: a causa tua (per te), madri in ansia (trepide) per i fidanzati delle figlie e amanti insospettite e gelose (sospettose) perdono il sonno (vegliano) versando sempre nuove lacrime (in novelli pianti). L’amica risanata è dunque una femme fatale: ruba gli amanti alle altre donne.
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  13. Le Ore … farmachi: le Ore, che fino a poco fa (dianzi) ti somministravano tristi (meste) le medicine (farmachi); nella mitologia classica le ore del giorno e della notte erano personificate come fanciulle danzanti: durante la malattia somministravano con tristezza i farmaci all’ammalata.
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  15. indica: indiana e quindi di seta pregiata.
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  17. i monili … achei: i gioielli, che sono impreziositi dalle figure di dèi, famoso lavoro (inclito studio) di incisori greci (scalpelli achei).
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  19. coturni: calzature; in origine il coturno era una calzatura usata dagli attori nella tragedia greca. Successivamente, nella Roma antica, passa a indicare una calzatura femminile di origine orientale.
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  21. amuleti: ornamenti di origine esotica, come l’indica veste del v. 21; recano: portano; il verbo ha come soggetto le Ore e come complementi diretti la veste, i monili, i coturni e gli amuleti.
  22. \r
  23. cori: danze (il greco choròs e il latino chorus hanno questo significato).
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  25. te … speranze: i giovani (garzoni), guardando te, che sei bella come una dea, dimenticano (obbliano) le danze, te, che sei fonte (principio) di affanni e di speranze. I giovani si innamorano di lei e dunque vivranno gli affanni e le speranze di amore.
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  27. o quando … petto: il periodo che si snoda ai vv. 19-42 va ricostruito in questo modo: le Ore rivestono la donna con vestiti e gioielli così che i giovani dimentichino le danze sia quando la donna suona e canta sia quando balla. Questa la parafrasi dei versi 31-42: sia quando abbellisci l’arpa con nuovi ritmi (novelli numeri) e con i movimenti sensuali (molli contorni) delle tue forme, che la tua veste di bisso asseconda (seconda) facilmente (facile), e intanto il tuo canto pericoloso (periglioso) si diffonde fra i sospiri sussurrati (basso sospirar) degli uomini affascinati da te; sia quando ti muovi secondo le figure del ballo (balli disegni) e, affidando (fidando) il tuo corpo agile all’aria, sfuggono bellezze ignote (ignoti vezzi) dalle vesti (manti) e dal velo, che, gettato con apparente trascuratezza (negletto), si scompone sul petto in movimento (sommosso). Durante la danza, dunque, i vestiti si aprono e fanno intravvedere le bellezze del corpo, che tutti sognano e non hanno mai visto. Il bisso (v. 35) era un tessuto leggero e fine: richiama qui l’indica veste del v. 21.
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  29. All’agitarti: nel muoverti durante la danza; lente: morbide (latinismo).
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  31. nitide: lucenti (latinismo).
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  33. per ambrosia recente: per gli unguenti appena applicati.
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  35. mal fide … ghirlanda: ribelli (mal fide) al pettine d’oro e alla corona di rose; nella danza l’acconciatura, che prevede un diadema di rose, si scompone.
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  37. che or … manda: che ora aprile ti manda insieme alla salute che dà vita; alma: che dà vita, nutrimento (latinismo).
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  39. Così … l’Ore: le Ore hanno il privilegio (e dunque sono invidïate) di farti compagnia come se fossero delle servitrici di Amore.
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  41. Meste … pace: le Grazie guardino con tristezza (Meste) chi ti ricorda (ti membra) che la bellezza scompare rapidamente (beltà fugace) e che la morte (il giorno dell’eterna pace) sopraggiunge presto. Chi fa discorsi sconvenienti sarà colpito dallo sguardo delle Grazie, che gli negheranno i loro favori.
  42. \r
  43. Mortale … nervi: prima che divenisse una dea, quando era ancora una donna mortale e guidava un carro trainato da oceanine vergini (divinità minori del mare), Artemide, dea della castità (la casta Artemide), abitava (tenea) i monti dell’Arcadia (parrasia pendice) e terrorizzava (fea terror) i cervi facendo udire da lontano (lungi) il fischio della corda dell’arco cidonio (d’arco cidonio i nervi). Cidonio significa “costruito a Cidone”, città dell’isola di Creta famosa per questi manufatti.
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  45. Lei … prole: la fama delle sue imprese fece sì che Artemide fosse chiamata figlia di dèi (olimpia prole). Letteralmente: la fama la celebrò come figlia di dèi.
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  47. pavido … cielo: il mondo, con paura e timore (pavido), la chiama dea e le ha consacrato il regno dei Campi Elisi (cioè l’Oltretomba), la caccia (la freccia che non manca il bersaglio, certo telo), i monti e il carro della luna nel cielo; viene dunque adorata sotto tre nomi, e cioè rispettivamente come Ecate, Artemide e Selene.
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  49. Are … prepara: così (con il medesimo processo di divinizzazione di una creatura umana) i poeti, a cui è consacrato il monte Elicona che risuona di versi (il vocale Elicona), eressero altari (Are) a Bellona, dea della guerra un tempo invincibile (invitta, latinismo) amazzone; ora ella prepara l’elmo e lo scudo (il cimiero e l’egida), i cavalli e il furore guerriero per combattere contro l’Inghilterra avida di ricchezze (l’Anglia avara). Il verso riprende la definizione dell’Inghilterra proposta dalla propaganda napoleonica nei mesi di preparazione della campagna contro l’Inghilterra nel 1802-1803.
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  51. quella … simolacro: e colei (Venere, dea dell’amore) in onore della quale (a cui) ti vedo (te veggo) ornare la statua (simolacro) con devozione (devota) con il mirto (a lei) sacro.
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  53. che presiede … appari: che (il simolacro) domina (presiede) la tua stanza privata (arcani tuoi lari), dove tu appari solo a me come sacerdotessa (della dea). I lari sono gli dèi privati della famiglia; sono arcani perché sconosciuti a quanti non sono intimi della donna.
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  55. Regina … corso: fu regina (ossia donna mortale) e regnò felice (beata) su Citera e Cipro, dove la primavera spande sempre il suo profumo (perpetua odora), e sulle isole (ionie) che con i loro monti boscosi (selvoso dorso) interrompono il corso dei venti (Euri) e delle onde del mar Ionio (grande Ionio); Citera: o Cerigo, è un’isola situata tra il Peloponneso e Creta. Dal nome delle due isole, Citera e Cipro, derivano due epiteti di Venere: citerea e cipride (o ciprigna); regnò: costruito transitivamente: i complementi oggetto sono Citera, Cipro e le isole.
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  57. erra … fanciulla: la ragazza innamorata di Faone vaga su quel mare nella forma di uno spirito slegato dal corpo: si tratta della poetessa greca Saffo (VII-VI secolo a.C.).
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  59. zeffiro: nome del vento di ponente.
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  61. blando: leggero.
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  63. suonano … lira: i lidi (liti) risuonano di una lira che produce melodie tristi (lamentar).
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  65. su … eolie: per cantarti (per te) trasporto (derivo) i modi lirici dei poeti eolici (Saffo e Alceo) nella solenne poesia italiana.
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  67. avrai … nepoti: grazie ai miei versi (inni) riceverai, come una dea, le preghiere delle future giovani lombarde (insubri nepoti).
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  69. Egro talamo: L’ode All’amica risanata risale agli anni 1802-1803: Foscolo immagina che l’amica, guarita, si alzi finalmente dall’egro talamo. Dieci anni prima, nell’ode Per l’inclita Nice, Giuseppe Parini aveva usato un’immagine simile descrivendo se stesso, obbligato da un malanno a giacere sul letto infelice. In entrambi i casi, i poeti “spostano”, per così dire, l’idea della malattia dal corpo dell’ammalato/a al letto nel quale l’ammalato/a giace. La figura retorica è dunque la stessa, una metonimia, ma il lessico adoperato da Foscolo è più aulico e solenne: perché egro è un latinismo da aeger, “ammalato” (di qui anche l’altrettanto aulico egritudine, “malattia”), e talamo (dal greco thálamos, passando per il latino thalamus) è sì il letto, ma precisamente il letto nuziale (tant’è vero che in latino thalamus poteva anche significare, figuratamente, “nozze”). Non solo. Sia Parini sia Foscolo “imparano” questa immagine da Virgilio, che nell’Eneide scrive: «Tum me, confectum curis, somnoque gravatum / infelix habuit thalamus» (Eneide, VI, 521, “Un letto funesto accolse me, affranto e oppresso dal sonno”); ma mentre Parini ripete l’aggettivo virgiliano, infelice, Foscolo adopera un termine più raro, egro, che rende ancora più preziosa l’espressione. Fatti come questo possono essere etichettati come “classicismo linguistico”.
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