Salvatore Quasimodo

Giorno dopo giorno

Alle fronde dei salici

Quasimodo pubblica la sua raccolta intitolata Giorno dopo giorno nel 1947. Già l’anno prima, però, alcune delle poesie che formeranno il libro erano state pubblicate in rivista e presentate come «la prima voce di poesia della Resistenza italiana». Quasimodo ha molto insistito sulla frattura che la guerra ha segnato nella sua attività letteraria e sulla svolta poetica rappresentata da Giorno dopo giorno: del resto, per mostrare in modo ancora più esplicito il suo legame con l’esperienza dell’occupazione tedesca, la raccolta doveva intitolarsi in un primo momento Con il piede straniero sopra il cuore, che è il secondo verso della poesia che apre il volume, Alle fronde dei salici. Proprio questa poesia può essere considerata una delle testimonianze letterarie più esemplari del nostro dopoguerra.

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
tra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Metro: endecasillabi sciolti.

DOMANDA E RISPOSTA La lirica si articola in due frasi: la lunga interrogativa che apre il testo e la dichiarativa finale, che contiene l’immagine del titolo. Lo schema del testo è quello di un dialogo, con una domanda e una risposta: il tono sostenuto, marcato dall’anafora («al lamento / d’agnello ... all’urlo nero»), convive con una ricerca di comunicatività e di chiarezza espositiva. Siamo molto lontani, e volutamente, dagli oscuri monologhi in versi a cui Quasimodo aveva abituato i suoi lettori nel corso degli anni Trenta; questa è una poesia che rimane alta e tragica, ma che adesso desidera farsi capire.

UNA CITAZIONE BIBLICA Le parole contenute nei versi 3-7 sono parole di Quasimodo; l’attacco e la chiusa del testo dipendono invece da una fonte letteraria, il Salmo 137, Super flumina Babylonis (“Sui fiumi di Babilonia”), di cui sono citati i versetti 2 e 4: «Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre [...]. Come cantare i canti del Signore in terra straniera?». Quasimodo inverte l’ordine dei versetti, ma a parte questo li cita in maniera fedele; inoltre, benché si tratti di un passo biblico famoso, si sofferma a sottolineare il suo ricorso alla citazione. «Anche le nostre cetre erano appese»: quell’anche accosta il figlio crocifisso alle cetre sospese sugli alberi, ma anche il noi del primo verso agli ebrei oppressi dai babilonesi.

LA GUERRA, GLI EBREI La cetra è simbolo classico dell’arte poetica: attraverso l’immagine comune della rinuncia al canto il lettore è invitato esplicitamente a un confronto di tipo allegorico tra la protesta muta degli antichi poeti ebrei e quella, analoga, dei poeti italiani contemporanei (gli uni e gli altri assimilati alle vittime innocenti della violenza umana, come il «figlio crocifisso», immagine di Cristo). Se gli ebrei hanno scelto polemicamente il silenzio poetico per protestare contro i loro carnefici babilonesi, i poeti italiani, cui allude il noi del primo verso della poesia, compiono lo stesso gesto rituale («per voto») in segno di protesta nei confronti dell’occupazione tedesca in Italia («il piede straniero sopra il cuore») nel drammatico periodo che segue l’armistizio del 1943.
La stesura della lirica risale in effetti all’inverno del 1944, cioè al momento più sanguinoso della guerra partigiana: i «morti abbandonati nelle piazze» e il «figlio / crocifisso» sono le vittime della repressione nazi-fascista che proprio nel momento in cui l’autore scrive Alle fronde dei salici sta sconvolgendo il Nord del paese, e in particolare Milano, dove Quasimodo vive dal 1938.

NOVITÀ TEMATICHE E STRUTTURALI Rispetto alle sue raccolte precedenti – soprattutto Oboe sommerso (1932) ed Erato e Apollion (1936), le più legate all’esperienza ermetica – Quasimodo sembra voler introdurre, con Alle fronde dei salici, due importanti novità espressive.
La prima, e più evidente, è di natura tematica. Mentre la poesia di Quasimodo degli anni Trenta parlava esclusivamente della vita interiore dell’io lirico, ignorando la storia pubblica, proprio la storia pubblica, con tutta la sua carica tragica, è la protagonista di Alle fronde dei salici, mentre l’io è espulso dal testo; al suo posto c’è un noi – noi letterati, noi poeti – carico di implicazioni civili e politiche. In concreto, le immagini violente che il testo descrive – le esecuzioni sommarie dei partigiani, la sofferenza della popolazione civile, perfino il freddo straordinario («erba dura di ghiaccio») che ha caratterizzato l’inverno del 1944 – tutti questi elementi provengono dalla cronaca dei giorni in cui il testo fu scritto.
La seconda novità è il fatto che Alle fronde dei salici recupera e cita un brano della Bibbia. Tutta la poesia ermetica, di cui Quasimodo è stato un caposcuola, si fondava, come abbiamo visto, su una concezione assoluta della parola letteraria, considerata tanto più profonda e “poetica” quanto più autonoma, quanto più priva di rapporti con il mondo esterno e la parola altrui. Questa poesia, invece, si regge precisamente sul rimando a una parola altrui – quella del salmo biblico – e a un episodio storico reale, la guerra e la Resistenza.
Insomma, non solo la scelta dei temi, in modo evidente, ma anche la struttura retorica di Alle fronde dei salici, in modo più sottile, valorizza il confronto diretto tra letteratura e storia, chiudendo i conti con il linguaggio astratto e autoreferenziale della tradizione postsimbolista.

TRATTI STILISTICI ERMETICI E tuttavia, se leggiamo Alle fronde dei salici facendo attenzione ai dettagli formali, non possiamo fare a meno di notare che nel testo persistono tratti stilistici di matrice ermetica: l’uso evocativo delle preposizioni («l’erba dura di ghiaccio»), la metafora (il «lamento / d’agnello dei fanciulli»; il «figlio / crocifisso») e soprattutto la sinestesia (l’«urlo nero / della madre»).
Anche il lessico del Quasimodo ermetico (cuore; morti) non scompare; riesce a convivere con il nuovo vocabolario concreto («palo del telegrafo»,) perché viene adoperato con un senso nuovo, meno astratto e più letterale. Già nella poesia L’eucalyptus, più di dieci anni prima di Alle fronde dei salici, Quasimodo si era identificato in un albero che oscilla al vento, immagine di turbamento e stasi: ma quello che allora era un desiderio astratto di immobilità e di assenza è diventato adesso una scelta etica, una volontà concreta di protesta civile.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Perché l’urlo è definito nero?

2 Il testo contiene una lunga domanda e una risposta: individua e spiega l’una e l’altra.

3 Si parla di piede straniero: a quale avvenimento storico si fa riferimento?

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