Goffredo Parise

Il prete bello

Allegri come solo i poveri possono essere

Il quinto capitolo del romanzo si apre con una lunga descrizione del Natale e del modo in cui veniva festeggiato nelle case miserabili del protagonista e dei suoi amici.

Era Natale. Come in molte altre città del mondo arrivò, anche da noi, nel rione e nei cortili. Vorrei poter descrivere un Natale con vecchi «babbi» di cioccolato, con alberi adorni di ogni ben di Dio, con Presepi e doni avvolti in carta cellofane e nastri; non c’era niente di tutto questo. Tuttavia Natale era Natale e in qualche modo si festeggiava. Non ho più trascorso un Natale così bello e ne provo una nostalgia profonda. Anche adesso esistono i poveri, come in ogni tempo passato e futuro, i miserabili, e tutta quella gente che non ha il fuocherello e su cui si è creata tutta una letteratura per quelli che ce l’hanno. I poveri non conoscono questa letteratura e fanno il Natale per conto loro, chiusi in un mondo particolare, assolutamente diverso da quello degli altri. Credo sia così per i poveri di tutti i paesi, anzi ne sono convinto, e in ogni caso me lo auguro. Tutti sanno che è molto meglio desiderare che possedere ogni ben di Dio; finché le meraviglie agognate non si possono toccare hanno la virtù di racchiudere in sé magici significati e i pacchetti di cellofane si crede arrivino direttamente dal cielo, sono profumati, di aria, di stratosfera, di ozono e più giù, verso terra, di nebbia: sono tutti lucenti come se le stelle indirizzassero i loro bagliori a scintillare su di essi. Noi si era di quelli che desideravano. E solo noi o quelli come noi, potrebbero dire l’odore dei cioccolatini in forma di minuscoli castelli, di animali domestici o di lanterne, che traboccavano dai grandi magazzini e dalle pasticcerie. Chi conosceva a fondo la luce, i bagliori, lo scoppiettio dei piccoli razzi da dieci centesimi eravamo noi che stavamo col naso e gli occhi sopra lo spettacolo inalando le scintille fino all’ultimo. Non passerò più un Natale come quello. C’erano Cena, Liliana, il via vai delle signorine, l’avvilimento della mamma che aveva desideri e ambizioni per me ma non possedeva che il suo disonore di donna non maritata e neppure un quattrino in borsetta. Ah! Il Natale più bello di tutti! E se c’era gente per cui Gesù nasceva il 25 dicembre, quelli eravamo noi e quelli di tutto il mondo della nostra specie. L’unico ostacolo alla pienezza dell’entusiasmo, non dissimile se non addirittura più emozionante dell’entusiasmo dei ragazzi ricchi, era il freddo. E trovandosi la nostra città ai piedi di una catena di monti, era battuta dal gelo come da un castigo. Si era provvisti di zoccoli, noi due, ma la maggior parte degli altri ragazzi portava ancora i sandali di gomma dell’estate, dono miracoloso ed estremamente durevole, bisogna dirlo, del Duce. Tutti avevano calze di lana, o se non di lana, di una fibra molto simile alla lana; ma anche le calze erano ridotte così male e sbrindellate che il calcagno, anche se veniva sepolto in un fagotto supplementare costituito di pezzi di lana, di imbottiture, di maniche di vecchie maglie arrotolate, saltava sempre fuori, da qualche buco, a contatto coll’aria gelida. Chi possedeva gli zoccoli eravamo io e Cena, anzi Cena aveva addirittura un paio di scarponi di cuoio, con la suola chiodata che aveva comprato nei giorni del successo, grazie alle previdenti insistenze di Liliana. Li ungeva con grasso di uretra di maiale, scrupolosamente, senza sentire, come non sentivamo noi, l’orribile puzza che questo grasso emanava in qualsiasi ambiente appena riscaldato. Quanto ai miei zoccoli, erano anch’essi in ottime condizioni dal momento che da un anno all’altro le suole si erano consumate soltanto per lo spessore di un dito. Qualche altro possedeva gli zoccoli, ma per lo più questi erano slabbrati e aperti sul davanti sicché non restava che proteggerli con imbottiture di varie pezzuole di lana che si sceglievano accuratamente nella bottega del rigattiere, o alla peggio, con ovatta e trucioli sottili. Tutti si era provvisti della mantellina e del maglione nero della Befana fascista; indumenti che duravano quasi fino alla Befana successiva, giorno in cui venivano fatte altre distribuzioni. Qualche anno arrivavano molte paia di zoccoli, invio speciale del Duce si diceva, ma su quegli zoccoli non si poteva fare nessun assegnamento. Non erano sufficienti ad accontentare i bisognosi e alle distribuzioni succedeva l’inferno. Strane leggi vigevano in quei casi: le raccomandazioni del federale in un primo tempo sembravano bastare, poi subentrava la legge delle prime file, e alla fine il criterio dell’«homo zoccoli lupus» tanto deprecato dalle autorità fasciste ed ecclesiastiche. Un intero battaglione di camicie nere comandato di arginare la fiumana dei predatori non sarebbe giunto che a rimedi irrisori oltre ad uscirne quasi certamente a piedi nudi. 

POVERI E FELICI    Il Natale di un bambino in una casa povera. Ci si aspetterebbe un quadro strappalacrime, ma Parise fa il contrario: il tono del narratore bambino è addirittura euforico, un po’ perché da bambini la propria povertà si nota meno che da adulti, la si vive come una condizione normale perché si ha ancora poca esperienza del mondo; un po’ perché – dice Sergio – «è molto meglio desiderare che possedere». Forte di questa consapevolezza, il narratore può prendersi gioco della “letteratura sui poveri” scritta a uso e consumo di coloro che poveri non sono, e che amano commuoversi sulle immaginarie sofferenze di chi – anche a Natale! – non ha niente: «I poveri», osserva, «non conoscono questa letteratura e fanno il Natale per conto loro, chiusi in un mondo particolare, assolutamente diverso da quello degli altri». Dunque nessuna commozione, nessun compianto ipocrita. Solo chi non ha i soldi per comprare i cioccolatini può davvero godere del loro profumo, e solo chi non ha l’elettricità in casa può davvero divertirsi per lo scoppio dei razzetti luminosi: quelli da compiangere, semmai, sono gli altri, quelli che i soldi li hanno.

IL “BENESSERE”    Nella seconda parte del brano, ecco una descrizione originale del “benessere” nell’Italia degli anni Trenta del XX secolo. Fa freddo, e Sergio e Cena sono tra i pochi ad avere gli zoccoli: gli altri bambini del quartiere hanno ancora i sandali di gomma estivi, «dono miracoloso ed estremamente durevole, bisogna dirlo, del Duce»: osservazione nella quale bisogna sentire una certa dose d’ironia, perché si capisce che i sandali estivi durano anche nella neve di Natale solo perché non ci sono i soldi per comprarsi altre scarpe. E sotto gli zoccoli o i sandali tutti (si osservi la progressiva calibratura, dal lusso alla miseria) hanno «calze di lana», anzi no, «di una fibra molto simile alla lana», anzi no, una specie di patchwork fatto di «pezzi di lana, di imbottiture, di maniche di vecchie maglie arrotolate», insomma una matassa di stracci piena di buchi dai quali passa l’aria gelida.

«HOMO ZOCCOLI LUPUS»    Nel finale del brano, la consegna degli zoccoli, «invio speciale del Duce», completa questo quadro di straccioni (in un paese, l’Italia, che, come sottolinea il continuo riferimento al Duce e al fascismo, vuole invece presentarsi come una grande potenza economica): per avere gli zoccoli servono almeno «le raccomandazioni del federale», ma anche queste possono non bastare se – di fronte alla prospettiva di andare scalzi o in sandali per un altro anno – si afferma il principio dell’«homo zoccoli lupus», parodia del detto di Hobbes secondo cui nello stato di natura (quello non regolato da leggi) vale il principio per cui «homo homini lupus» (“l’uomo è un lupo per l’altro uomo”).  

Esercizio:

COMPRENDERE E ANALIZZARE


1. Un Natale indimenticabile, nonostante la povertà. Che cosa lo rende tale, agli occhi del narratore?



2. Sono gli anni del fascismo. Qual è il rapporto tra la povera gente e il regime, stando alla pagina di Parise?



CONTESTUALIZZARE


3. Siamo alla fine degli anni Trenta del Novecento. Che cosa succedeva, in Italia, in quel periodo? Scrivi una breve relazione aiutandoti con il libro di storia e con un’enciclopedia.



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