Giovanni Boccaccio

Decameron

Amare o mangiare: il dilemma di Federigo

Quando si parla di “Boccaccio e l’amore” vengono in mente spesso le novelle più licenziose, quelle in cui si tratta dell’amore carnale, della passione, non dell’amore spirituale. Ma è una visione parziale, perché il Decameron contiene anche novelle in cui l’amore si dà nella forma di un sentimento puro, quasi disinteressato, molto prossimo a quell’amore cortese di cui avevano parlato i trovatori e i romanzi cavallereschi (e Boccaccio conosceva bene gli uni e gli altri). La novella di Federigo degli Alberighi è un buon esempio di questa visione dell’amore.

Federigo degli Alberighi ama e non è amato e in cortesia spendendo si consuma e rimangli un sol falcone1, il quale, non avendo altro, dà a mangiare alla sua donna2 venutagli a casa; la qual, ciò sappiendo, mutata d'animo3, il prende per marito e fallo ricco.

Era già di parlar ristata Filomena4, quando la reina con lieto viso disse [...]:

A me ormai appartiene di ragionare5; e io, carissime donne, da una novella simile in parte alla precedente il farò volentieri, non acciò solamente che conosciate quanto la vostra vaghezza6 possa ne’ cuor gentili7, ma perché apprendiate d’esser voi medesime, dove si conviene, donatrici de’ vostri guiderdoni8 senza lasciarne sempre esser la fortuna9 guidatrice, la qual non discretamente10 ma, come s’aviene11, smoderatamente il più delle volte dona.

Dovete adunque sapere che Coppo di Borghese Domenichi, il quale fu nella nostra città, e forse ancora è, uomo di grande e di reverenda12 autorità ne’ nostri dì, e per costumi e per vertù molto più che per nobiltà di sangue chiarissimo e degno d’eterna fama, essendo già d’anni pieno13, spesse volte delle cose passate co’ suoi vicini e con altri si dilettava di ragionare: la qual cosa egli meglio e con più ordine e con maggior memoria e ornato parlare che altro uom seppe fare. Era usato di dire, tra l’altre sue belle cose, che in Firenze fu già un giovane chiamato Federigo di messer Filippo Alberighi, in opera d’arme e in cortesia pregiato sopra ogni altro donzel di Toscana14. Il quale, sì come il più15 de’ gentili uomini16 avviene, d’una gentil donna chiamata monna Giovanna s’innamorò, ne' suoi tempi tenuta17 delle più belle donne e delle più leggiadre che in Firenze fossero; e acciò che egli l’amor di lei acquistar potesse, giostrava, armeggiava18, faceva feste e donava, e il suo senza alcun ritegno spendeva19; ma ella, non meno onesta che bella, niente di queste cose per lei fatte né di colui si curava che le faceva20.

Spendendo adunque Federigo oltre a ogni suo potere molto e niente acquistando, sì come di leggiere adiviene21, le ricchezze mancarono22 e esso rimase povero, senza altra cosa che un suo poderetto23 piccolo essergli rimasa24, delle rendite del quale strettissimamente25 vivea, e oltre a questo un suo falcone de’ miglior del mondo. Per che, amando più che mai né parendogli più potere essere cittadino come disiderava26, a Campi27, là dove il suo poderetto era, se n’andò a stare. Quivi, quando poteva uccellando e senza alcuna persona richiedere28, pazientemente la sua povertà comportava29.

Ora avvenne un dì che, essendo così Federigo divenuto allo stremo30, che il marito di monna Giovanna infermò31, e veggendosi alla morte venire32 fece testamento; e essendo ricchissimo, in quello33 lasciò suo erede un suo figliuolo già grandicello e appresso questo34, avendo molto amata monna Giovanna, lei, se ne avvenisse che il figliuolo senza erede legittimo morisse, suo erede substituì35, e morissi.

Rimasa adunque vedova monna Giovanna, come usanza è della nostre donne, l’anno di state con questo suo figliuolo se n’andava in contado a una sua possessione36 assai vicina a quella di Federigo. Per che avvenne che questo garzoncello s’incominciò a dimesticare37 con Federigo e a dilettarsi d’uccelli e di cani; e avendo veduto molte volte il falcon di Federigo volare e stranamente38 piacendogli, forte39 disiderava d’averlo ma pure non s’attentava di domandarlo, veggendolo a lui esser cotanto caro.  E così stando la cosa, avvenne40 che il garzoncello infermò41; di che la madre dolorosa molto, come colei che più no’ n’avea42 e lui amava quanto più si poteva, tutto il dì standogli d’intorno non restava43 di confortarlo e spesse volte il domandava se alcuna cosa era la quale egli disiderasse, pregandolo gliele dicesse, ché per certo, se possibile fosse a avere, procaccerebbe come l’avesse44.

Il giovanetto, udite molte volte queste profferte45, disse: «Madre mia, se voi fate che io abbia il falcone di Federigo, io mi credo prestamente guerire».

La donna, udendo questo, alquanto sopra sé stette46 e cominciò a pensare quello che far dovesse. Ella sapeva che Federigo lungamente l’aveva amata, né mai da lei una sola guatatura47 aveva avuta, per che ella diceva: «Come manderò io o andrò a domandargli questo falcone, che è, per quel che io oda, il migliore che mai volasse e oltre a ciò il mantien nel mondo48? E come sarò io sì sconoscente49, che a un gentile uomo al quale niuno altro diletto è più rimasto, io questo gli voglia torre50?». E in così fatto pensiero impacciata, come che ella fosse certissima d’averlo se ’l domandasse51, senza sapere che dover dire, non rispondeva al figliuolo ma si stava52.

Ultimamente53 tanto la vinse l’amor del figliuolo, che ella seco dispose, per contentarlo, che che esser ne dovesse54, di non mandare ma d’andare ella medesima per esso e di recargliele55, e risposegli: «Figliuol mio, confortati e pensa di guerire di forza, ché io ti prometto che la prima cosa che io farò domattina, io andrò per esso e sì il ti recherò». Di che il fanciullo lieto il dì medesimo mostrò alcun miglioramento.

La donna la mattina seguente, presa un’altra donna in compagnia, per modo di diporto56 se n’andò alla piccola casetta di Federigo e fecelo adimandare57. Egli, per ciò che non era tempo, né era stato a quei dì, d’uccellare58, era in un suo orto e faceva certi suoi lavorietti acconciare59; il quale, udendo che monna Giovanna il domandava alla porta, maravigliandosi forte, lieto là corse.

La quale vedendol venire, con una donnesca piacevolezza60 levataglisi incontrò, avendola già Federigo reverentemente salutata, disse: «Bene stea Federigo!», e seguitò: «Io sono venuta a ristorarti61 de’ danni li quali tu hai già avuti per me amandomi più che stato non ti sarebbe bisogno: e il ristoro è cotale che io intendo con questa mia compagna insieme desinar teco dimesticamente stamane»62.

Alla qual Federigo umilmente rispose: «Madonna, niun danno mi ricorda mai avere ricevuto per voi63 ma tanto di bene che, se io mai alcuna cosa valsi, per lo vostro valore e per l’amore che portato v’ho adivenne64. E per certo questa vostra liberale65 venuta m’è troppo più cara che non sarebbe se da capo mi fosse dato da spendere quanto per adietro ho già speso66, come che a povero oste siate venuta67»; e così detto, vergognosamente dentro alla sua casa la ricevette e di quella68 nel suo giardino la condusse, e quivi non avendo a cui farle tenere compagnia a altrui, disse: «Madonna, poi che altri non c’è, questa buona donna moglie di questo lavoratore69 vi terrà compagnia tanto che io vada a far metter la tavola».

Egli, con tutto70 che la sua povertà fosse strema, non s’era ancor tanto avveduto quanto bisogno gli facea che egli avesse fuor d’ordine spese tutte le sue ricchezze71; ma questa mattina niuna cosa trovandosi di che potere onorare la donna, per amor della quale egli già infiniti uomini onorati avea, il fé ravedere72. E oltre modo angoscioso73, seco stesso maledicendo la sua fortuna74, come uomo che fuor di sé fosse or qua e or là trascorrendo75, né denari né pegno76 trovandosi, essendo l’ora tarda e il disidero grande di pure onorar d’alcuna cosa la gentil donna e non volendo, non che altrui, ma il lavorator suo stesso richiedere77, gli corse agli occhi78 il suo buon falcone, il quale nella sua saletta vide sopra la stanga; per che79, non avendo a che altro ricorrere, presolo e trovatolo grasso, pensò lui esser degna vivanda di cotal donna. E però, senza più pensare, tiratogli il collo, a una sua fanticella il fé prestamente80, pelato e acconcio81, mettere in uno schedone82 e arrostir diligentemente; e messa la tavola con tovaglie bianchissime, delle quali alcuna ancora avea, con lieto viso ritornò alla donna nel suo giardino e il desinare83, che per lui far si potea, disse essere apparecchiato. Laonde84 la donna con la sua compagna levatasi andarono a tavola e, senza saper che si mangiassero85, insieme con Federigo, il quale con somma fede le serviva, mangiarono il buon falcone.

E levate da tavola e alquanto con piacevoli ragionamenti con lui dimorate86, parendo alla donna tempo di dire quello per che andata era, così benignamente verso Federigo cominciò a parlare: «Federigo, ricordandoti tu della tua preterita vita87 e della mia onestà88, la quale per avventura89 tu hai reputata durezza e crudeltà, io non dubito punto90 che tu non ti debbi maravigliare della mia presunzione91 sentendo quello per che principalmente qui venuta sono; ma se figliuoli avessi o avessi avuti, per li quali potessi conoscere di quanta forza sia l’amor che lor si porta92, mi parrebbe esser certa che in parte m’avresti per iscusata. Ma come che tu non n’abbia93, io che n’ho uno, non posso però le leggi comuni d’altre madri fuggire94; le cui forze seguir convenendomi, mi conviene, oltre al piacer mio e oltre a ogni convenevolezza95 e dovere, chiederti un dono il quale io so che sommamente t’è caro: e è a ragione96, per ciò che niuno altro diletto, niuno altro diporto97 niuna consolazione lasciata t’ha la tua strema fortuna98; e questo dono è il falcon tuo, del quale il fanciul mio è sì forte invaghito99, che, se io non gliele porto, io temo che egli non aggravi100 tanto nella infermità la quale ha, che poi ne segua cosa per la quale io il perda. E per ciò ti priego, non per l’amore che tu mi porti, al quale tu di niente sè tenuto101, ma per la tua nobiltà, la quale in usar cortesia s’è maggiore che in alcuno altro mostrata102, che ti debba piacere di donarlomi, acciò che103 io per questo dono possa dire d’avere ritenuto in vita il mio figliuolo e per quello averloti sempre obligato104».

Federigo, udendo ciò che la donna adomandava e sentendo che servir non ne la potea per ciò che mangiar gliele avea dato105, cominciò in presenza di lei a piagnere anzi che106 alcuna parola risponder potesse. Il qual pianto la donna prima credette che da dolore di dover da sé dipartire il buon falcone divenisse più che da altro107, e quasi fu per dire che nol volesse108; ma pur sostenutasi109, aspettò dopo il pianto la risposta di Federigo, il qual così disse: «Madonna, poscia che Dio piacque che io in voi ponessi il mio amore, in assai cose m’ho reputata la fortuna contraria e sonmi di lei doluto110; ma tutte sono state leggieri111 a rispetto di quello che ella mi fa al presente, di che io mai pace con lei aver non debbo, pensando che voi qui alla mia povera casa venuta siete, dove, mentre che ricca fu112, venir non degnaste, e da me un picciol don vogliate, e ella113 abbia sì fatto, che io donar nol vi possa: e perché questo esser non possa vi dirò brievemente. Come io udi' che voi, la vostra mercé114, meco desinar volavate115, avendo riguardo alla vostra eccellenzia e al vostro valore, reputai degna e convenevole cosa che con più cara vivanda secondo la mia possibilità io vi dovessi onorare, che con quelle che generalmente per l’altre persone s’usano: per che, ricordandomi del falcon che mi domandate e della sua bontà, degno cibo da voi il reputai116, e questa mattina arrostito l’avete avuto in sul tagliere117, il quale io per ottimamente allogato avea118; ma vedendo ora che in altra maniera119 il disideravate, m’è sì gran duolo che servire non ve ne posso120, che mai pace me ne credo dare121».

E questo detto, le penne e' piedi e ’l becco le fé in testimonianza di ciò gittare davanti. La qual cosa la donna vedendo e udendo, prima il biasimò d’aver per dar mangiare a una femina ucciso un tal falcone122, e poi la grandezza dell’animo suo, la quale la povertà non avea potuto né potea rintuzzare123, molto seco medesima commendò124. Poi, rimasa fuori della speranza d’avere il falcone e per quello della salute del figliuolo entrata in forse125, tutta malinconosa126 si dipartì e tornossi al figliuolo. Il quale, o per malinconia127 che il falcone aver non potea o per la ’nfermità che pure a ciò il dovesse aver condotto128, non trapassar molti giorni129 che egli con grandissimo dolor della madre di questa vita passò.

La quale, poi che piena di lagrime e d’amaritudine fu stata alquanto, essendo rimasa ricchissima e ancora giovane, più volte fu da’ fratelli costretta130 a rimaritarsi. La quale, come che voluto non avesse131, pur veggendosi infestare132, ricordatasi del valore di Federigo e della sua magnificenzia133 ultima, cioè d’avere ucciso un così fatto falcone per onorarla, disse a’ fratelli: «Io volentieri, quando vi piacesse, mi starei134; ma se a voi pur piace che io marito prenda, per certo io non ne prenderò mai alcuno altro, se io non ho Federigo degli Alberighi».

Alla quale i fratelli, faccendosi beffe di lei, dissero: «Sciocca, che è ciò che tu di'? come vuoi tu lui che non ha cosa del mondo135?».

A’ quali ella rispose: «Fratelli miei, io so bene che così è come voi dite, ma io voglio avanti136 uomo che abbia bisogno di ricchezza che ricchezza che abbia bisogno d’uomo».

Li fratelli, udendo l’animo137 di lei e conoscendo Federigo da molto, quantunque povero fosse, sì come ella volle, lei con tutte le sue ricchezze gli donarono. Il quale così fatta donna e cui egli cotanto amata avea per moglie vedendosi, e oltre a ciò ricchissimo, in letizia con lei, miglior massaio fatto, terminò gli anni suoi138.

LA VIRTÙ LAICA DELLA LIBERALITÀ   C’erano (e ci sono ancora) le virtù dello spirito, che nel Medioevo (e ancor oggi, per i cristiani) si distinguevano in virtù teologali (Fede, Speranza, Carità) e virtù cardinali (Fortezza, Temperanza, Giustizia, Prudenza). E c’erano le virtù “laiche” che si applicavano alla vita pratica. Tra queste, la liberalità, cioè la generosità, l’attitudine a spendere denaro, a dare senza pensarci troppo, era una delle più apprezzate. Più di quanto lo sia oggi, probabilmente, e non è difficile capire perché. Bisogna infatti considerare il fatto che al tempo di Boccaccio non esisteva uno “stato sociale” che provvedeva ai bisogni dei cittadini più deboli (orfani, vedove, anziani, ammalati): la generosità dei privati doveva dunque spesso supplire alle mancanze di un “settore pubblico” infinitamente meno sviluppato di quello odierno. Chi non aveva niente contava sul buon cuore di chi aveva, che poteva venire in soccorso ai bisognosi sia direttamente sia attraverso la Chiesa e gli ordini religiosi. Ebbene, questa situazione sociale faceva sì che l’attaccamento al denaro venisse visto come un peccato gravissimo; e che, viceversa, il distacco dal denaro, persino il suo spreco, venisse visto come segno di disinteresse per i beni mondani e di alta statura morale.
Occorre avere presente questo stato di cose per capire di che cosa davvero parla la novella di Federigo degli Alberighi.

AMORE E GENEROSITÀ   Quella raccontata da Boccaccio è una storia d’amore, certamente, e il finale dice una cosa che si trova in mille altre storie simili, e cioè che alla fine l’amore sincero prevale su tutto: Federigo conquista il cuore di Giovanna. Ma è anche, in maniera più sottile, una lezione sul buon uso dei beni materiali. Federigo, infatti, mostra di tenerli in pochissimo conto per ben due volte. La prima quando, per conquistare Giovanna, spende e spande in continuazione e si riduce sul lastrico: cosa che non porta – come potremmo aspettarci – al suo pentimento, alla decisione di mutare vita, ma semplicemente alla decisione di trasferirsi in campagna, dove la vita costa meno. Federigo è sempre innamorato; ciò che è cambiato è che prima era ricco, adesso è povero, ma sopporta pazientemente (la parola è importante) la sua povertà. La seconda volta in cui Federigo mostra di essere un vero signore, indifferente al possesso, è quando uccide il suo falcone per non fare brutta figura con Giovanna. Stavolta il sacrificio è ancora più grosso, perché quello era l’animale con cui Federigo si procurava da mangiare, e perderlo può voler dire per lui fare, letteralmente, la fame. Ma è un sacrificio che Federigo non esita a compiere. «Io voglio avanti uomo che abbia bisogno di ricchezza che ricchezza che abbia bisogno d’uomo» (rr. 154-156), dice Giovanna accettando di essere sua moglie; nobile dichiarazione, che fa capire appunto di che cosa parli veramente la novella: non tanto di “come un uomo deve amare” quanto di “come un uomo deve gestire le proprie ricchezze”.

LO STILE DEL DIALOGO   Quanto allo stile della novella, va osservato soprattutto il modo in cui Boccaccio fa parlare i suoi personaggi. Il lettore del Decameron è abituato a battute di discorso diretto spesso vivamente realistiche, vicine al linguaggio quotidiano (pensiamo alle novelle della sesta giornata). Qui le cose stanno diversamente: perché Federigo è in una situazione di sudditanza rispetto a Giovanna, e le parla in modo solenne (si rilegga il periodo, lungo e carico di subordinate, che comincia con l’invocazione «Madonna, poscia che a Dio...», r. 122: è come se Federigo si trovasse di fronte a un giudice); e perché Giovanna deve chiedere un favore molto oneroso a Federigo, e il suo linguaggio è intonato alla gravità della richiesta. Prima di dire ciò che vuole, spende moltissime parole in quella che si chiama captatio benevolentiae, invocando la «preterita vita» di Federigo, la sua (di lei) onestà, l’amore materno. Insomma, fa anche lei un vero e proprio discorso, come se si trovasse di fronte a un tribunale che sta per giudicare la sua causa. 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Riassumi il contenuto informativo del testo in non più di 10 righe.



2. Scegli almeno 10 parole significative e con esse costruisci una nuvola dei tag, scegliendo con cura la gerarchia dei termini (le parole più rilevanti vanno in modulo maggiore).



ANALIZZARE


3. La novella illustra la virtù della liberalità: prova a darne una definizione alla luce delle azioni compiute da Federigo.



4. Chiarisci con parole tue l’espressione di Giovanna «ma io voglio avanti uomo che abbia bisogno di ricchezza che ricchezza che abbia bisogno d’uomo» (rr. 154-156).



CONTESTUALIZZARE


5. Guarda il film Maraviglioso Boccaccio del 2015, e rifletti sul modo in cui i registi, i fratelli Taviani, hanno raccontato per immagini la novella di Federigo. Se avessi dovuto scrivere tu la sceneggiatura, su quali elementi del racconto avresti concentrato la tua attenzione? E quali attori avresti scelto per interpretare i personaggi di Federigo e di Giovanna?



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  1. in cortesia … falcone: sperperando i suoi soldi in lussi, gli rimane soltanto un falcone. Si tenga presente che i falconi ammaestrati erano animali usati per andare a caccia di uccelli: si trattava quindi di animali molto preziosi.
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  3. sua donna: la donna che amava.
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  5. mutata d’animo: avendo cambiato idea.
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  7. Era … Filomena: Filomena aveva ormai smesso di parlare.
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  9. appartiene di ragionare: tocca raccontare.
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  11. vaghezza: bellezza.
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  13. gentili: nobili.
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  15. guiderdoni: premi, ricompense: le donne devono insomma imparare a concedere i propri favori a chi li merita.
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  17. fortuna: sorte.
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  19. discretamente: con giudizio, avvedutamente.
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  21. come s’aviene: come accade, come càpita.
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  23. reverenda: degna di reverenza, di rispetto.
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  25. d’anni pieno: assai anziano.
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  27. in opera … Toscana: stimato più di ogni altro giovanotto toscano sia per la sua abilità con le armi sia per la sua signorilità (cortesia).
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  29. il più: per lo più.
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  31. gentili uomini: l’amore – osserva Boccaccio – è un sentimento che alberga nei cuori più nobili (gentili).
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  33. tenuta: considerata.
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  35. giostrava, armeggiava: faceva giostre (cioè combatteva a cavallo insieme ad altri cavalieri), dava spettacolo con le armi.
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  37. il suo … spendeva: spendeva il suo patrimonio senza freni.
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  39. niente … faceva: costruisci: non si curava per niente né di queste cose (le spese, i lussi) né della persona (Federigo) che le faceva. Giovanna è insomma un modello di virtù.
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  41. sì … adiviene: come capita facilmente.
  42. \r
  43. mancarono: finirono.
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  45. poderetto: piccolo pezzo di terra.
  46. \r
  47. essergli rimasa: si collega ad altra cosa: senza che gli fosse rimasto niente (se non il podere e il falcone).
  48. \r
  49. strettissimamente: in maniera molto povera; in grandi ristrettezze.
  50. \r
  51. amando … desiderava: essendo sempre più innamorato, e comprendendo di non poter fare più vita di città, cioè di mantenere il tenore di vita che aveva mantenuto sino ad allora.
  52. \r
  53. Campi: Campi Bisenzio, nella campagna di Firenze.
  54. \r
  55. uccellando … richiedere: andando a caccia di uccelli (con il suo falcone), e senza chiedere niente a nessuno.
  56. \r
  57. comportava: sopportava.
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  59. divenuto allo stremo: giunto alla massima povertà.
  60. \r
  61. infermò: cadde malato.
  62. \r
  63. veggendosi … venire: vedendosi in punto di morte.
  64. \r
  65. in quello: nel testamento.
  66. \r
  67. appresso questo: dopo di lui, in subordine.
  68. \r
  69. lei … substituì: nominò sua erede lei, monna Giovanna, se fosse capitato che il figlio (quello «già grandicello») fosse morto senza eredi legittimi.
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  71. possessione: possedimento, podere.
  72. \r
  73. dimesticare: familiarizzare.
  74. \r
  75. stranamente: in modo eccezionale, fuori del comune.
  76. \r
  77. forte: molto.
  78. \r
  79. avvenne: accadde.
  80. \r
  81. infermò: cadde malato.
  82. \r
  83. come … n’avea: da madre che non aveva altri figli.
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  85. restava: smetteva.
  86. \r
  87. procaccerebbe … avesse: avrebbe fatto in modo di farglielo avere.
  88. \r
  89. profferte: offerte.
  90. \r
  91. alquanto … stette: restò per un po’ a riflettere.
  92. \r
  93. guatatura: sguardo.
  94. \r
  95. il … mondo: lo mantiene, gli permette (con la caccia) di mangiare, di restare in vita.
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  97. sconoscente: crudele.
  98. \r
  99. torre: togliere.
  100. \r
  101. come che … domandasse: nonostante sapesse benissimo che Federigo glielo avrebbe dato, se gliel’avesse domandato.
  102. \r
  103. si stava: temporeggiava.
  104. \r
  105. Ultimamente: alla fine.
  106. \r
  107. che … dovesse: qualsiasi cosa dovesse succedere.
  108. \r
  109. di recargliele: di portarglielo (il falcone).
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  111. per … diporto: come se andasse a spasso.
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  113. fecelo adimandare: lo fece chiamare.
  114. \r
  115. per … uccellare: dato che non era stagione per la caccia con il falcone (uccellare), né a caccia era stato in quei giorni.
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  117. faceva … acconciare: faceva preparare certi suoi lavoretti manuali.
  118. \r
  119. donnesca piacevolezza: signorile amabilità.
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  121. ristorarti: compensarti.
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  123. e il ristoro … stamane: e la ricompensa è questa: io voglio, con questa mia accompagnatrice, essere tua ospite a pranzo oggi, in maniera familiare (dimesticamente).
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  125. niun … voi: non ricordo di aver ricevuto alcun danno da parte vostra.
  126. \r
  127. ma tanto … adivenne: ma tanto bene che, se io ho mai avuto qualche virtù (valsi) in passato, ciò accadde (adivenne) per la virtù vostra, e per l’amore che nutrivo per voi.
  128. \r
  129. liberale: generosa.
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  131. m’è troppo … speso: mi è molto più cara di quanto sarebbe se fossi in grado di spendere nuovamente tutto il denaro che ho speso in passato.
  132. \r
  133. come … venuta: anche se (come che) siete entrata in una povera casa (oste “albergo”).
  134. \r
  135. di quella: dalla casa.
  136. \r
  137. lavoratore: contadino. Non è educato lasciare l’ospite, specie se donna, da solo ad aspettare: Federigo affida quindi Giovanna e la sua accompagnatrice alla moglie di un contadino.
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  139. con tutto: nonostante.
  140. \r
  141. non … ricchezze: non si era ancora reso conto, tanto quanto sarebbe stato opportuno, di aver speso le sue ricchezze in modo disordinato, dissennato.
  142. \r
  143. ma … ravedere: ma ciò che era accaduto quella mattina (cioè la visita della donna amata) gli fece comprendere il suo errore, dal momento che non riusciva a trovare nulla con cui poter onorare la donna, lui che in passato, per amore di lei, aveva onorato (con grandi banchetti) un’infinità di uomini.
  144. \r
  145. angoscioso: angosciato.
  146. \r
  147. fortuna: sorte.
  148. \r
  149. or qua … trascorrendo: andando qua e là, come un pazzo.
  150. \r
  151. pegno: oggetto da dare in pegno (per averne in cambio denaro da spendere per il pranzo).
  152. \r
  153. non volendo … richiedere: non volendo chiedere aiuto non solo a estranei ma al suo stesso contadino (lavoratore).
  154. \r
  155. gli corse agli occhi: vide a un tratto.
  156. \r
  157. per che: ragion per cui.
  158. \r
  159. a una … prestamente: ordinò a una sua giovane serva di metterlo subito.
  160. \r
  161. pelato e acconcio: spennato e preparato per la cottura.
  162. \r
  163. schedone: grosso spiedo.
  164. \r
  165. desinare: pranzo.
  166. \r
  167. Laonde: perciò.
  168. \r
  169. senza … mangiassero: senza immaginare che cosa stavano mangiando (non sanno che Federigo ha servito loro il falcone).
  170. \r
  171. dimorate: rimaste, intrattenutesi.
  172. \r
  173. della … vita: della tua vita passata.
  174. \r
  175. onestà: castità, rettitudine (Giovanna non aveva mai ceduto, infatti, alle avances di Federigo).
  176. \r
  177. per avventura: forse.
  178. \r
  179. non … punto: non dubito affatto.
  180. \r
  181. presunzione: sfacciataggine.
  182. \r
  183. di quanta … porta: quanto è forte l’amore che si nutre per loro. Giovanna sta preparando Federigo alla richiesta, che è una richiesta onerosa, e invoca l’amore del figlio malato.
  184. \r
  185. ma … abbia: ma dato che tu non hai figli.
  186. \r
  187. fuggire: evitare di osservare. L’amore materno prevale sul riserbo e sull’onore, e Giovanna si appresta a pregare l’uomo di cui ha sempre respinto le attenzioni.
  188. \r
  189. convenevolezza: convenienza dettata dalle buone maniere.
  190. \r
  191. è a ragione: è giusto.
  192. \r
  193. diporto: gioia, piacere.
  194. \r
  195. strema fortuna: miseria.
  196. \r
  197. sì … invaghito: tanto innamorato.
  198. \r
  199. aggravi: peggiori.
  200. \r
  201. al quale … tenuto: in nome del quale non mi devi niente.
  202. \r
  203. la quale … mostrata: nobiltà che – nel rendere servizi agli altri – si è dimostrata essere maggiore di quella di chiunque altro.
  204. \r
  205. acciò che: in modo che.
  206. \r
  207. per quello … obligato: in ragione di questo fatto (avergli salvato la vita) averti assicurato per sempre la sua gratitudine.
  208. \r
  209. servir … dato: non poteva esaudire il suo desiderio, non poteva esserle utile, perché [il falcone] gliel’aveva dato da mangiare poco prima.
  210. \r
  211. anzi che: prima che.
  212. \r
  213. da dolore … altro: derivasse più che altro dal dolore di doversi separare dall’amato falcone.
  214. \r
  215. quasi … volesse: fu lì lì per dire che non lo voleva (se disfarsene lo addolorava tanto!).
  216. \r
  217. sostenutasi: trattenutasi.
  218. \r
  219. sonmi … doluto: mi sono lamentato di lei (della cattiva sorte).
  220. \r
  221. leggieri: lievi, una cosa da niente.
  222. \r
  223. mentre … fu: quand’era ricca.
  224. \r
  225. ella: è sempre la fortuna.
  226. \r
  227. la vostra mercé: per vostra generosità.
  228. \r
  229. meco … volevate: volevate pranzare con me.
  230. \r
  231. degno … riputai: lo stimai essere una pietanza degna di voi.
  232. \r
  233. sul tagliere: sul piatto di portata.
  234. \r
  235. per … avea: credevo di averne fatto un eccellente impiego (dandovelo da mangiare).
  236. \r
  237. in altra maniera: cioè non morto e cotto sullo spiedo ma vivo.
  238. \r
  239. m’è … posso: mi addolora a tal punto il fatto che non sono in grado di rendervi questo servizio.
  240. \r
  241. mai … dare: mai potrò consolarmi dell’errore che ho commesso.
  242. \r
  243. il biasimò … falcone: lo rimproverò per aver ucciso un falcone così bello solo per dar da mangiare a una donna.
  244. \r
  245. rintuzzare: diminuire, umiliare.
  246. \r
  247. molto … commendò: elogiò tra sé e sé.
  248. \r
  249. rimasa … forse: non avendo più la speranza di ricevere il falcone, e per questa ragione temendo per la salute del figlio.
  250. \r
  251. malinconosa: angosciata.
  252. \r
  253. malinconia: dolore.
  254. \r
  255. per … condotto: per la malattia che comunque lo avrebbe condotto a questo.
  256. \r
  257. non … giorni: passarono pochi giorni.
  258. \r
  259. costretta: spinta.
  260. \r
  261. come … avesse: benché non volesse.
  262. \r
  263. pur … infestare: vedendosi continuamente importunare.
  264. \r
  265. magnificenzia: atto di grande generosità.
  266. \r
  267. mi starei: me ne starei da sola, senza risposarmi.
  268. \r
  269. come … mondo: come puoi desiderare Federigo, che non possiede niente?
  270. \r
  271. voglio avanti: preferisco.
  272. \r
  273. l’animo: l’intenzione.
  274. \r
  275. il quale … suoi: il quale Federigo, trovandosi sposato a una donna che aveva sempre amato, e trovandosi di colpo ricchissimo, in letizia, e avendo imparato a non sprecare il denaro («miglior massaio fatto»), visse con lei il resto della sua vita (essere buon massaio voleva dire amministrare con oculatezza il proprio matrimonio; in latino medievale la massa era l’insieme delle terre di una determinata proprietà).
  276. \r
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