Goffredo Parise

Sillabari

Amicizia

Il racconto che segue, intitolato Amicizia, è un esempio perfetto dello stile del Parise maturo – molto diverso da quello che abbiamo incontrato nel Prete bello, un libro dei primi anni Cinquanta – e anche di quella tendenza alla velocità e alla sintesi che abbiamo detto essere caratteristica della narrativa italiana degli ultimi decenni.

Un giorno di fine inverno in montagna un gruppo di persone che si conoscevano poco e si erano trovate per caso su una vetta gelida e piena di vento decisero di fare con gli sci una pista molto lunga e solitaria che portava a una valle lontana. Erano dieci, per una coincidenza felice nessuno di loro era veramente “adulto”, anzi, erano tutti più o meno timidi e questo li rese subito fiduciosi uno dell’altro.

Le dieci persone erano: Gioia, una donna con dolci occhi ebraici, pieni di qualcosa di antico e religioso che era il senso della famiglia. Carlo, il marito di Gioia, alto e biondo con lineamenti quadrati e occhi quasi bianchi un poco fantascientifici. Adriana, alta e buona, un pochino ansiosa di essere sempre buona, ma non in anticipo né in ritardo. Mario, marito di Adriana, con molte fragilità vaganti negli arti e nel volto, ma con una testa rotonda piena di bisogno di affetto che riscattava tutto. Guido, il meno “adulto”, che sciava senza “stile” dicendo ai dirupi: “Io ti batto”, e li batteva; perché lì vicino c’era Silvia, una ragazza-donna dai tratti mongoli, la erre moscia che egli amava (e contemplava) da molti anni, di una bellezza così grande che ogni persona guardata da lei sorridente si sentiva caduca1 e mortale. Silvia però (senza la presenza di Silvia i dieci non si sarebbero mai trovati insieme per caso) amava: Filippo, un uomo che somigliava ad Achille ma anche a Patroclo, perché “umano”, avendo dedicato la sua vita a Silvia. L’ottavo era: Dabcevich (basta così). Poi Pupa, la più sconosciuta di tutti, che abitava molti mesi in montagna, aveva occhi gialli con piccole e grandi macchie nere come il sole e sciava in modo volante e pieno di silenzio, due cose forse sviluppate in quei luoghi durante la sua infanzia per vivere e difendersi nella neve come gli scoiattoli e le lepri. E infine un altro uomo che sapeva fare una cosa sola nella vita, cioè osservare nei particolari (sempre mutevoli) gli altri nove e il tempo; sperando e studiando il modo, senza che nessuno se ne accorgesse, che tutte queste cose fossero in armonia tra di loro.

Partirono uno dopo l’altro dalla vetta, tra spinte di vento e neve, tutti, salvo Pupa e forse Guido che era “incosciente”, con un po’ di paura perché il primo tratto che dovevano percorrere in quel freddo era cosparso di sassi che affioravano e la neve così sottile aumentava la velocità proprio vicino al punto in cui c’era un burrone e si dovevano fermare. Si ritrovarono in quel punto senza quasi vedersi ma Silvia aveva visto che l’uomo n. 10, l’ultimo, era senza berretto: sfilò dal collo il suo yachting club (grande foulard di seta blu con bandierine di tutti i paesi) e glielo diede. Questi avvolse la testa nel foulard come i pirati e si avviò per primo (tale era stato il benvolere della dea) nella immensa valle bianca in lieve declivio tra gli altissimi monti, che era la seconda parte della discesa. Qui il vento cessò di colpo, e anche il freddo, la velocità divenne alta perché gli sci affondavano nella neve fresca dando sicurezza e il sole illuminava tutti in viso in modo così forte che ognuno provò il sentimento di questa bellezza. Pupa si bilanciava sulle braccia aperte in lunghi Kristiania2 di una traccia sola (e unica per sempre) che il destino impedì agli altri di seguire: Gioia disse sottovoce a Mario che scendeva al suo fianco: “Come è bello, vero Mario?” e Mario provò per questa frase a lui diretta un attimo di riconoscenza che lei aveva previsto; Silvia si rannicchiò “a uovo3” per acquistare velocità (questioni di resistenza all’aria) e così facendo sorrise a se stessa con molto affetto e ironia, Filippo tracciò una sua personale e velocissima scia senza voler competere con Pupa, tutti stavano zitti o parlavano piano, solo Dabcevich, altissimo e stralunato commise un eccesso slavo, o austriaco, o russo, gridò: “Sublime, sublime”, con cui si conquistò per sempre la simpatia di tutti, poi “sublime” si perdette nelle grandi arie dei monti e non si udì più nulla. Insomma erano tutti molto felici, in modo così bello da attribuire la ragione di questo sentimento non soltanto alle montagne color rosa, alla neve e al sole ma soprattutto ai propri simili che in quel momento (un momento molto importante della loro vita) erano i dieci puntini colorati nella valle.

La terza parte della discesa presentò “notevoli difficoltà”: c’era un passaggio obbligato che dava su un’apparente voragine, in ombra, perciò gelato, che finiva in una vasta conca di nuovo al sole, con una piccola baita. Avendo coraggio si sarebbe potuto scendere senza paura dritti sul ghiaccio, curvare al sole dove la neve è molle ma a forte velocità, e poi ancora dritti nella neve fresca fino alla porta della baita. Le donne, salvo Pupa, non l’ebbero, gli uomini, pochi (Guido, non si sa come, era già arrivato in fondo), Silvia si fermò chiamando aiuto, accorse Filippo ma lei pianse, batté i piedi (con gli sci) e non volle scendere; l’uomo con foulard scivolò in una piccola valle ignota tra neve vergine, capitombolò due volte senza riuscire a fermarsi e pensando al destino, infatti si fermò contro un cespuglio, vide due scoiattoli neri tutti raspanti e pieni di paura e rimase un po’ solo a riposare e a pensare. Ma tutto andò bene e quando arrivò alla baita dove Filippo voleva organizzare una spedizione di soccorso, Silvia sorrideva con gli occhi ancora pieni di lacrime […].

L’anno dopo i dieci amici (erano diventati amici) si ritrovarono sulla stessa vetta, non per caso, e discesero lungo la stessa pista. A dire il vero non erano tutti e dieci, mancava Dabcevich, e questo dispiacque un po’ a tutti, qualcuno dubitò dentro di sé che la sua assenza avrebbe provocato un vuoto non grandissimo ma che avrebbe potuto diventare tale se altri anche piccoli vuoti si fossero formati nella imprevedibile armonia dell’insieme: ma questo non avvenne perché giunti al secondo tratto della discesa qualcuno gridò: “Sublime”. […]

Due anni dopo Pupa e l’uomo che chiameremo “in foulard” discesero la stessa pista in una bufera di vento. I sassi spuntavano dappertutto, la pista era sepolta dalla neve, dovettero scendere “a gradini4” una parte del primo tratto (non Pupa, l’altro, e Pupa lo guardava con apprensione) coprendosi la faccia con le mani per le lamelle di ghiaccio che soffiavano a molti chilometri all’ora, poi tutto si placò come la prima volta, nel secondo tratto all’apparire della valle serena: il vento scomparve e le nubi, mutevoli come Silvia, si dispersero chissà dove lasciando il cielo azzurro.

Anni dopo si ritrovarono ancora in quel tratto di monte e di valle che li aveva resi così felici la prima volta. Poi smisero di ritrovarsi in quei luoghi, passarono anni restando sempre amici e lasciando che altri prendessero il loro posto.  

UN TEMPO LUNGHISSIMO, UN SOLO LUOGO   Nel racconto che abbiamo letto, la vicenda narrata copre un arco di tempo molto lungo, anni e anni, eppure il luogo in cui tutto avviene è uno solo, e ben delimitato: una pista da sci in mezzo a «montagne color rosa», che potrebbero essere le Dolomiti nei pressi di Cortina d’Ampezzo (un luogo dove Parise andava spesso a sciare).

UN RACCONTO IN “QUATTRO TEMPI”   Anche il modulo narrativo scelto da Parise, quello del racconto di una discesa, è uno solo, ripetuto per tre volte: il “primo tempo” («Un giorno di fine inverno…») è lungo, il “secondo tempo” («L’anno dopo…») e il “terzo tempo” («Due anni dopo…») sono più brevi; e c’è, nell’ultimo perfetto paragrafo («Poi smisero di ritrovarsi in quei luoghi»), un “quarto tempo” nel quale Parise ci fa solo intravedere la fuga degli anni, il venir meno delle abitudini (invecchiati, gli amici smettono di sciare assieme e lasciano ad altri, più giovani, «il loro posto», il loro attimo di felicità), ma anche il persistere dell’amicizia.

«L’UOMO CON FOULARD», NARRATORE ONNISCIENTE   La voce che ci parla è quella di un narratore onnisciente, ma è un narratore che si identifica chiaramente con uno dei personaggi: è lui «l’uomo con foulard», è lui l’uomo che «sapeva fare una cosa sola nella vita, cioè osservare nei particolari (sempre mutevoli) gli altri nove e il tempo».

L’AMICIZIA PER RESISTERE AL TEMPO   Sugli altri personaggi e sugli eventi di cui sono protagonisti, Parise ci dice pochissimo: i dieci ragazzi – ciascuno descritto con una frase piuttosto sibillina (che cosa significa, ad esempio, «occhi quasi bianchi un poco fantascientifici»? Forse il riferimento è a un film inglese del 1960, Il villaggio dei dannati) – escono di scena non appena finita la discesa e vi rientrano quando rimettono gli sci ai piedi. Amicizia, potremmo concludere, è il sentimento che tiene insieme questi dieci personaggi, ma anche il loro modo molto personale di attraversare il tempo e di resistere a esso.

«SEMPLIFICAZIONI FULMINANTI»   Parlando della poesia di Andrea Zanzotto, Parise scrisse una volta di amare le sue «semplificazioni fulminanti ». Tali si possono considerate le brevi prose dei Sillabari. In Amicizia, un momento di gioia quasi fisica, e il suo ripetersi, variando, nel corso degli anni, serve a far sentire al lettore che cos’è, o può essere, l’amicizia: un modo di lasciarsi e ritrovarsi ogni volta, un sentimento inafferrabile nutrito dalla certezza – o forse solo dalla speranza – che la felicità provata una volta possa ripetersi nel tempo.

L’ATTENZIONE ALLE “ILLUMINAZIONI”   Parise considerava i Sillabari una forma di «poesia in prosa»; un critico a lui molto vicino, Cesare Garboli, li definiva «romanzi virtuali», in cui pochi dettagli alludono ad architetture più complesse e a rapporti più profondi e articolati tra i personaggi. Entrambe le definizioni sono possibili, perché entrambe mettono in luce una delle peculiarità dei Sillabari. Da un lato, il fatto che, piuttosto che narrare, Parise evoca, allude, fa intravedere al lettore un senso più profondo al di sotto della superficie dei nudi eventi che formano il tessuto del racconto: una caratteristica che appartiene più alla poesia che alla prosa. Dall’altro lato, il fatto che tutti i Sillabari potrebbero essere sviluppati più ampiamente, offrire lo spunto per un romanzo: basterebbe arricchire la fisionomia dei personaggi, complicare un po’ la trama. Ma è precisamente ciò che Parise sceglie di non fare, perché ciò che gli sta a cuore, ciò su cui gli interessa fermare l’attenzione, non è il lento scorrere dell’esistenza, sono invece le “illuminazioni”, o quelle che Montale chiamava «occasioni »: gli attimi nei quali – come nel racconto Amicizia – la vita sembra rivelare la sua essenza, il suo senso nascosto.  

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Riassumi il racconto in un breve testo (5-8 righe).



2. Chi è il narratore? Da quale punto di vista è narrata la vicenda?



3. La cosa forse più affascinante del racconto è il modo in cui Parise fa percepire al lettore il passaggio del tempo. Prova a descrivere questo modo.



INTERPRETARE


4. Il titolo, Amicizia, riassume ciò che Parise intende raccontare. Quale idea dell’amicizia affiora da questa pagina? È la stessa idea che hai tu?



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  1. caduca: di breve durata (letteralmente: destinata a cadere).
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  3. Kristiania: tecnica di discesa sulla neve, con gli sci paralleli.
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  5. a uovo: nello sci, posizione rannicchiata, usata specialmente nella discesa libera.
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  7. a gradini: progressione che consiste nello scendere lentamente sollevando gli sci uno alla volta, per procedere in sicurezza su tratti molto ripidi o dissestati.
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