Lapo Gianni

Rime

Amor, eo chero mia donna in domìno: il sogno della dolce vita

La ballata che segue è un testo bello e originalissimo. Appartiene a quello che gli studiosi chiamano il “registro della bella vita”: anziché parlare (o lamentarsi) d’amore, anziché moraleggiare o usare i versi per fare politica, il poeta elenca una serie di cose, esperienze, spettacoli che hanno come unico comune denominatore il fatto di essere belli e piacevoli.

    Amor, eo chero mia donna in domìno1,
    l’Arno balsamo fino2,
    le mura di Firenze inargentate3,
    le rughe4 di cristallo lastricate,
5   fortezze alt’e merlate5,
    mio fedel fosse ciaschedun latino6;
    il mondo ’n pace, securo ’l camino,
    no mi noccia vicino7,
    e l’aria temperata verno8 e state;
10   e mille donne e donzelle adornate,
    sempre d’amor pregiate9
    meco cantasser la sera e ’l matino;



    e giardin’ fruttuosi di gran giro10,
    con grande uccellagione11,
15   pien’ di condotti d’acqua e cacciagione;
    bel mi trovasse come fu Absalone12,
    Sansone pareggiasse e Salamone13,
    servaggi di barone,
    sonar vïole, chitarre e canzone14;
20   poscia dover entrare nel cielo empiro15;
    giovane, sana, alegra e secura
    fosse mia vita fin che ’l mondo dura.







Metro: sonetto doppio caudato: vale a dire che, su uno schema base ABBA ABBA CDD DDC, il poeta aggiunge un settenario dopo ogni verso dispari della fronte e dopo il primo verso delle terzine, e chiude con una “coda” di endecasillabi baciati, così: AaBBbA AaBBbA CdDD DdDC EE.

I SOGNI DI UN UOMO DEL DUECENTO  Un sogno, una lista di – dice il verbo del primo verso, chero “chiedo” – irrealistiche richieste, un po’ come quando ci domandano che cosa vorremmo se potessimo realizzare tutti i nostri desideri “con la bacchetta magica” (o grazie al genio della lampada). È una lista interessante, perché ci fa capire qualcosa dell’universo mentale di un uomo (colto) della fine del XIII secolo. Che cosa desidera, Lapo? Dopotutto, se rileggiamo il testo, più o meno le stesse cose che anche noi, se chiudessimo gli occhi, fantasticheremmo di avere. Prima di tutto, vantaggi e gioie personali: l’amore (la «donna in domìno», dato che a parlare è un uomo), la ricchezza (ma una ricchezza pubblica, cittadina: le mura di Firenze coperte d’argento, le strade coperte di cristallo), il potere (il poeta vorrebbe che tutti i latini, cioè gli italiani, fossero suoi fedeli), la pace, la sicurezza, la bellezza, l’allegria (i canti di «donne e donzelle» innamorate, e più avanti il suono di viole e chitarre), cibo sopraffino...

LE ALLUSIONI ALLA BIBBIA  Ai vv. 17-18 troviamo dei nomi, introdotti come termini di paragone: il poeta vorrebbe essere bello come Assalonne, forte come Sansone, saggio come Salomone. La Bibbia era l’unico libro che tutti conoscevano, non tanto per averlo letto, ma per averlo sentito leggere e predicare in chiesa. Non stupisce, quindi, che da lì provenissero gli exempla, i miti (oggi diremmo gli eroi o i supereroi) che popolavano l’immaginario degli scrittori e dei loro lettori. Nel finale, abbandoniamo (ma allegramente!) la terra e saliamo in cielo: il poeta si augura di restare giovane, sano, allegro e sicuro fino alla fine del mondo, e poi di entrare nel cielo dei beati.

UN ELENCO DI DESIDERI TUTTI AL MASCHILE  La forma del testo è quella dell’elenco, una forma che lascia grande libertà al poeta, che può dare briglia sciolta alla sua fantasia. Senza sovraccaricare questa poesia di significati ideologici che non ha (è una poesia “leggera”, che come tale va apprezzata), possiamo però notare almeno due cose.
La prima è che si tratta di un immaginario esclusivamente maschile: la donna amata è sotto il dominio dell’amante, le «donne e donzelle adornate» sono lì per rendere più dolce la vita del poeta. La seconda è che si tratta di un immaginario molto materialistico. Certo, il poeta si augura la pace, e la saggezza di Salomone, ma quelli che sembrano stargli davvero a cuore sono i piaceri materiali della vita: il cibo, le donne, la musica, l’allegria. Sono cose che piacciono a tutti, ovviamente; ma dobbiamo pensare che nel Medioevo questi fossero piaceri proibiti per la gran parte degli esseri umani, che vivevano in case scure e fredde, mangiavano poco e male, e avevano ben scarse occasioni di svago. L’invenzione del Paese di Cuccagna – invenzione che ha luogo proprio nel Basso Medioevo – riflette questo desiderio di fuga verso un immaginario universo di pace, serenità, abbondanza. La poesia di Lapo Gianni appartiene a questo bizzarro e divertente filone letterario (anzi lo inaugura, in Italia).

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Le cose che Lapo Gianni si augura di poter avere sono date in un elenco: si tratta di un elenco caotico oppure gli oggetti vi si susseguono secondo un ordine riconoscibile?



2. Si tratta di desideri realistici (cioè di cose che si possono ottenere) oppure di desideri fantastici (cioè di cose che non si possono ottenere)?



ANALIZZARE


3. Questo è un sonetto doppio caudato. Che cosa significa?



4. Quali effetti hanno sul ritmo del testo i settenari alternati agli endecasillabi?



CONTESTUALIZZARE


5. Per certi aspetti, questa poesia si può avvicinare al genere medievale del plazer. Di che cosa si tratta? Fai una breve ricerca e illustrane le caratteristiche. Anche Dante scrive una poesia che ha punti di contatto con questo genere: è Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io. Fai un confronto fra il sonetto di Lapo e quello di Dante.



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  1. chero in domìno: chiedo in mia balia.
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  3. l’Arno ... fino: (chiedo) che l’Arno diventi un balsamo raffinato; per balsamo s’intende un liquido naturale profumato.
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  5. inargentate: Lapo continua a elencare oggetti che “chiede”: in questo caso, le mura di Firenze coperte d’argento.
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  7. le rughe: le strade della città; ancora oggi, a Venezia e a Napoli, ruga o rua è il nome di certe vie cittadine.
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  9. merlate: fornite di merli; cioè di quei ripari in muratura che si costruiscono in cima alle torri.
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  11. ciaschedun latino: tutti gli italiani.
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  13. no ... vicino: nessun confinante mi faccia del male (da nuocere).
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  15. verno: inverno.
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  17. d’amor pregiate: nobilitate da amore.
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  19. e ... giro: continua l’elenco delle cose che il poeta chere, cioè chiede: adesso grandissimi (di gran giro) giardini pieni di alberi da frutto.
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  21. uccellagione: uccelli buoni da mangiare.
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  23. Absalone: come i due successivi, è un personaggio biblico, celebre per la sua bellezza.
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  25. Sansone ... Salamone: [vorrei] valere quanto Sansone (per la forza) e Salomone (per la saggezza).
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  27. servaggi ... canzone: servaggi è soggetto dell’infinito sonar (che si definisce infinito ottativo, cioè “di desiderio”): [e vorrei] che dei servitori suonassero canzoni con le viole e con le chitarre.
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  29. empiro: empireo; è il cielo dei beati. Dopo tutte le meraviglie terrene che ha elencato, il poeta vuole morire e andare in paradiso.
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