Federico De Roberto

La paura

Anche gli eroi hanno paura

Il cecchino austriaco spara, i soldati italiani muoiono. Tra i superstiti prende corpo un sentimento mai provato nelle battaglie in campo aperto: la paura. Il tenente Alfani non è indifferente al destino dei suoi soldati: vorrebbe fermare «la [loro] lenta, metodica e inutile strage». Ma quando cerca di spiegare a un ufficiale più alto in grado che i suoi uomini non hanno alcuna possibilità di raggiungere la piazzola di vedetta senza farsi ammazzare, si sente rispondere: «Ce ne mandi tanti finché i caduti formino parapetto!». Dopo Ricci, il quinto soldato caduto sotto i colpi del cecchino austriaco, è la volta di Morana, che si rifiuta di obbedire agli ordini del tenente e che, nell’ultima pagina del racconto, si suiciderà sparandosi un colpo di fucile.

E nel silenzio tornato sovrano, nel tenebrore del cielo sovrapposto al tenebrore della terra ricominciarono a venire, dal gruppo dei caduti, le voci di lamento, più forti e più lugubri, gli Ahi!…

Ahi!… prolungantisi invano in Aiuto!… A pugni stretti, fremente, Alfani fissava la piazzola.

Mai, in due anni di guerra, nelle mischie terribili, sotto il grandinare della mitraglia, fra le messi sanguinose degli uomini falciati a manipoli, a schiere, egli aveva provato il raccapriccio che ora lo invadeva dinanzi a quella lenta, metodica e inutile strage. Nelle circostanze più gravi, nelle situazioni più imbarazzanti, per temperamento e per ragionamento egli era stato sempre certo di non sbagliare attenendosi strettamente alla consegna1; ora no, ora esitava, ora sentiva2 che quella consegna costava già troppe vite.

Infrangerla? Assumersi la responsabilità delle conseguenze?… Il Consiglio di guerra, allora; il plotone di esecuzione… Ah, no! Una pistolettata nella tempia, prima!… O andare sulla piazzola, piuttosto: accorrere presso i caduti, piantarsi egli stesso al posto dei suoi soldati!

E mosse un passo.

Ma Borga, che ne spiava le mosse, che gli aveva letto in viso, alzò la voce:

«A chi l’è che tocca?».

«Nummero uno d’a siconna squadra!».

Tutti gli uomini del secondo turno della prima giacevano a terra.

«Morana!» chiamò il capoposto.

Nessuno dei soldati ripeté il nome, mentre il nuovo chiamato si avanzava, pallido ma con passo fermo.

Era un prode, un veterano d’Africa: aveva il petto fregiato del nastrino azzurro per una medaglia di bronzo guadagnatasi in Libia con una motivazione degna di quella d’argento. Bel giovane, alto, forte, animoso: Alfani lo aveva esperimentato in molte occasioni, e sempre se n’era lodato3, predicendogli che quel nastrino ne avrebbe presto figliato altri. Poiché l’atroce ingranaggio ricominciava a funzionare, poiché il destino inesorabile doveva compiersi meccanicamente, egli disse, studiandosi di dare fermezza alla voce:

«Be’, Morana: questa è la volta di far vedere come si compie il proprio dovere».

Senza lasciare con gli occhi gli occhi del superiore, il soldato rispose:

«Signor tenente, io non ci vado».

Alla prima, Alfani credette d’aver frainteso.

«Cos’hai detto?».

Livido, Morana rispose, più forte:

«Signor tenente, io non ci vado».

Invaso da un immenso stupore, l’ufficiale volse lo sguardo agli astanti.

Taciti, immobili, agghiacciati4, evitavano tutti di guardare il loro comandante, evitavano di guardarsi tra loro. L’orrore di ciò che avevano visto era superato dal terrore di ciò che udivano, da quel rifiuto d’obbedienza freddo, risoluto, premeditato.

E dinanzi all’inaudito rifiuto il sentimento della disciplina insorse nella coscienza dell’ufficiale.

«Avete sentito, voialtri?».

Nessuno rispose.

Egli rise d’un falso riso.

«Oh, oh!… Questa davvero che è nuova!».

Poi non volendo e quasi non potendo credere:

«Andiamo, Morana: guarda che non è tempo di scherzi. Piglia il tuo fucile, e svelto!».

Parve un momento che lo sguardo del soldato si smarrisse. Poi diede un lampo, e la voce strozzata ripeté la terza volta: «Signor tenente, io non ci vado».

Alfani avvampò. Appuntandogli un dito contro il viso terreo e avanzandosi d’un passo, esclamò:

«Tu?… Sei tu che ti neghi?… Un valoroso come te?… O non sei più il Morana del Passo dell’Antenna e del Casello di Breno? O non sei più quello che ha visto a faccia a faccia i diavoli di Libia5 e li ha fatti scappare?».

Improvvisamente, il soldato fu preso da un tremore che dalle mani e dalle braccia si diffuse a tutta la persona.

Ed anche Alfani rabbrividì, mentre per l’aria agghiacciata stillavano le prime gocce di neve strutta6.

«Ma cos’è?… Hai paura?… Anche tu?».

Gli occhi smarriti, le labbra paonazze dicevano di sì, che egli aveva paura, tanta paura, una paura folle, ora che non si doveva combattere in campo aperto, ora che l’orrida morte era accovacciata lassù.

E la pietà, una pietà impotente, tornò ad invadere il cuore dell’ufficiale dinanzi a quell’uomo che la legge della guerra gli dava il diritto di uccidere.

IL TURBAMENTO DI ALFANI   Il brano si apre con la descrizione del turbamento del tenente Alfani. I lamenti dei caduti suscitano in lui un senso di pietà impotente. Quella di lasciare i soldati nemici feriti nella cosiddetta “terra di nessuno”, lo spazio vuoto tra le trincee, “senza finirli” era una strategia che si impiegava spesso durante la guerra: con le loro urla, i feriti impietosivano i loro commilitoni che, per soccorrerli, si esponevano anch’essi al fuoco nemico. I morenti servivano a fare altri morti.

IL DISCORSO INDIRETTO LIBERO   Attraverso il discorso indiretto libero De Roberto ci fa sentire il dramma di Alfani, che si domanda come fermare il massacro: fermare l’azione, disobbedire agli ordini dei suoi superiori rischiando così di finire al plotone di esecuzione, oppure prendere il posto dei suoi soldati e andare lui stesso sulla piazzola?

LA PAURA DI MORANA   A distoglierlo da questi suoi pensieri è il soldato addetto al turno, che fa chiamare Morana. Morana è un eroe: «un prode, un veterano d’Africa» con «il petto fregiato del nastrino azzurro per una medaglia di bronzo guadagnatasi in Libia con una motivazione degna di quella d’argento». Ma il coraggio dimostrato mille volte in campo aperto viene meno, «ora che l’orrida morte era accovacciata lassù». Morana si rifiuta di obbedire agli ordini del tenente non perché li ritenga ingiusti o perché voglia protestare contro l’assurdità della guerra, ma – molto più banalmente e molto più umanamente – perché ha paura, un sentimento che si manifesta prima di tutto attraverso sintomi fisici: «il soldato fu preso da un tremore che dalle mani e dalle braccia si diffuse a tutta la persona»; «Gli occhi smarriti, le labbra paonazze dicevano di sì, che egli aveva paura, tanta paura, una paura folle».
L’insubordinazione di Morana nasce da una sorta di viscerale ribellione del corpo contro la morte: niente di strano, se questo semplice gesto – “avere paura” – non contraddicesse quell’etica del “sacrificio per la patria” che veniva inculcata alle reclute mandate al fronte. Anche gli eroi come Morana hanno paura: e hanno ragione ad averla. 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Chi è Morana? Che storia ha? Che destino incontra, alla fine di questo racconto?



ANALIZZARE


2. Analizza le strategie narrative. Qual è la posizione del narratore? In quali passaggi viene adoperato il discorso diretto, in quali il discorso indiretto, in quali il discorso indiretto libero?



INTERPRETARE


3. Il tenente Alfani ha sentimenti ambivalenti, che fanno entrare in contraddizione l’uomo e l’ufficiale. Di quali sentimenti si tratta?





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  1. alla consegna: agli ordini.
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  3. ora no … sentiva: l’anafora rende la concitazione dei pensieri di Alfani, e la sua incertezza.
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  5. se n’era lodato: aveva avuto modo di compiacersi, di essere soddisfatto di lui.
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  7. Taciti, immobili, agghiacciati: tre aggettivi in successione ascendente, dal meno al più drammatico.
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  9. Passo … Libia: il tenente allude a battaglie durante le quali Morana ha messo in luce il suo coraggio.
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  11. strutta: sciolta.
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