William Shakespeare

Sonetti

Anch’io ebbi il mio Sole

I sonetti della prima parte della raccolta propongono una serie di variazioni psicologiche e morali intorno al rapporto tra il poeta e il gentiluomo, di volta in volta declinato come amore, gelosia, amicizia. Il sonetto 33, qui proposto nella traduzione di un grande poeta italiano, Eugenio Montale (1896-1981), fa parte di un gruppo di poesie (sonetti 33-36) che alludono a un temporaneo allontanamento dal gentiluomo, per un dissapore nato tra lui e il poeta, forse a causa di un “errore” che il gentiluomo ha commesso.

    Spesso, a lusingar vette1, vidi splendere
    sovranamente l’occhio del mattino2,
    e baciar d’oro verdi prati, accendere
4   pallidi rivi d’alchimie divine3.



    Poi vili fumi4 alzarsi, intorbidata
    d’un tratto quella celestiale fronte,
    e fuggendo a occidente5 il desolato
8   mondo6, l’astro celare il viso e l’onta.



    Anch’io sul far del giorno ebbi il mio sole
    e il suo trionfo7 mi brillò sul ciglio:
11   ma, ahimè, poté restarvi un’ora sola,



    rapito dalle nubi in cui s’impiglia.
    Pur non ne ho sdegno: bene può un terrestre
14   sole8 abbuiarsi, se è così il celeste.





Metro: sonetto elisabettiano. 

    Full many a glorious morning have I seen
    Flatter the mountain tops with sovereign eye,
    Kissing with golden face the meadows green,
4   Gilding pale streams with heavenly alchemy;



    Anon permit the basest clouds to ride
    With ugly rack on his celestial face,
    And from the forlorn world his visage hide,
8   Stealing unseen to west with this disgrace:



    Even so my sun one early morn did shine,
    With all triumphant splendour on my brow;
11   But out! alack! he was but one hour mine,



    The region cloud hath mask'd him from me now.
    Yet him for this my love no whit disdaineth;
14   Suns of the world may stain when heaven's sun staineth.

LA METAFORA DEL SOLE   Come il sonetto 18, anche questo è costruito sul paragone tra il dedicatario e la luce del Sole, che dopo aver illuminato la Terra si nasconde tra le nubi (metafora del “raffreddamento” del rapporto amoroso). Qui però al figurante (il Sole) vengono attribuite alcune caratteristiche del figurato (il giovane), creando uno straordinario effetto di umanizzazione della natura. Le due prime quartine, infatti, illustrano le qualità del Sole (sale sulle montagne, illumina i prati e i fiumi) già in una luce umanizzata, attraverso un’accumulazione di metafore allusive al rapporto amoroso: il Sole lusinga le montagne col suo occhio (v. 2), “bacia” i prati (v. 3), trasforma la natura come farebbe un alchimista (v. 4), e il suo improvviso tramonto (v. 8) viene paragonato a una fuga per nascondere una vergogna (che fa pensare all’errore commesso dal giovane gentiluomo). Anche qui, la svolta (alla maniera di Petrarca) avviene in corrispondenza della terza quartina, là dove Shakespeare “apre” la metafora: il sole è la presenza del giovane amico, e le nubi che lo nascondono rappresentano tutto ciò che lo tiene distante da lui. Il distico conclusivo, infine, restituisce alla poesia un tono pacato che ripropone il paragone tra i due soli, quello terrestre (il gentiluomo) e quello celeste. Si noti, nella traduzione, come Montale cerchi di riprodurre la “musica” dell’originale inglese senza però forzare il senso delle parole. Così, a parte la rima splendere / accendere nella prima quartina, le altre rime non sono perfette (come sono invece nell’originale), ma presentano comunque una forte omogeneità fonica, dato che a variare è solo la vocale finale delle parole in rima (mattino / divine; intorbidata / desolato; fronte / onta, sole / sola; ciglio / impiglia) oppure un suono intermedio (terrestre / celeste). Questo effetto di “quasi rima”, di dissimulazione della rima (frequente nella poesia montaliana), contribuisce alla riuscita della traduzione. 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. I due versi finali sono i meno semplici da comprendere, rispetto al resto del sonetto: chiariscine il significato a un ipotetico lettore con una nota esplicativa.



ANALIZZARE


2. Crea una tabella inserendo nella prima colonna il modello delle rime del testo originale (ABAB, …) e nella seconda le eventuali rime e assonanze utilizzate da Montale nella sua traduzione. Confronta i versi delle due versioni e individua quali soluzioni ha adottato il poeta italiano (rime o quasi rime), mettendo in evidenza suoni comuni e suoni diversi.



3. Quali mezzi espressivi adopera Shakespeare per rendere più concreto il complesso paragone che domina la prima parte del componimento?



CONTESTUALIZZARE


4. Shakespeare scrive i sonetti in un’epoca dominata ancora dalla lezione di Petrarca, lezione alla quale il poeta inglese aderisce, pur rivisitandola. Una delle caratteristiche peculiari di Petrarca era quella di associare gli stati d’animo al paesaggio e agli elementi naturali. Shakespeare riprende questo uso degli elementi naturali, ma lo rinnova. Leggi Chiare, fresche e dolci acque di Petrarca e trova elementi di continuità e discontinuità tra i due autori su questo tema.



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  1. lusingar vette: ingentilire, impreziosire (ma letteralmente “adulare”) le vette delle montagne (e s’intende che è una metafora per descrivere la luce del Sole che illumina le cime delle montagne).
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  3. l’occhio del mattino: il Sole, indicato con una perifrasi simile a quella del sonetto 18, v. 5 (l’occhio del cielo).
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  5. baciar d’oro ... alchimie divine: descrive in termini metaforici gli effetti della luce del Sole sulla Terra. Il Sole tocca i prati dolcemente, come se li baciasse; si rifrange nell’acqua dei fiumi cambiandone il colore, come un alchimista farebbe con i metalli più vili trasformandoli in oro.
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  7. vili fumi: di nebbia o di nuvole.
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  9. fuggendo a occidente: il naturale tramonto del Sole è paragonato a una fuga dovuta alla vergogna di vedersi così appannato.
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  11. desolato / mondo: si noti il forte enjambement (assente nell’originale inglese) che dà a questa espressione un tono grave e tragico, che ricorda quasi lo stile di Tasso.
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  13. il suo trionfo: il suo ascendere nel cielo.
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  15. un terrestre / sole: metafora per indicare la persona amata.
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