Ludovico Ariosto

Orlando furioso

Ancora un pazzo per Angelica. Sacripante nella selva

Nella prima metà del primo canto, Angelica è riuscita a fuggire dall’accampamento di Carlo Magno con la ferma intenzione di tornarsene dritta a casa in Oriente. Inoltratasi nella selva d’Ardenna, però, ha cominciato a incontrare un impedimento dopo l’altro, cioè uno spasimante dopo l’altro. Dopo esser riuscita a seminare sia il pagano Ferraù sia il cristiano Rinaldo, che odia e fugge come la morte, trova una radura nella selva attraversata da un ruscello; qui, dietro un cespuglio, la principessa può nascondersi e dormire sicura. Ma viene ben presto svegliata dal rumoroso arrivo, in riva al ruscello, di un ennesimo, misterioso cavaliere, che scopriamo ben presto essere un ennesimo, disperato suo spasimante.

Se gli è amico o nemico non comprende:
tema1 e speranza il dubbio2 cor le scuote;
e di quella aventura il fine attende,
né pur d’un sol sospir l’aria percuote.
Il cavalliero in riva al fiume scende
sopra l’un braccio a riposar le gote;
e in un suo gran pensier tanto penètra,
che par cangiato3 in insensibil pietra.

Pensoso più d’un’ora a capo basso
stette, Signore4, il cavallier dolente;
poi cominciò con suono afflitto e lasso5
a lamentarsi sì soavemente6,
ch’avrebbe di pietà spezzato un sasso,
una tigre crudel fatta clemente.
Sospirante piangea, tal ch’un ruscello
parean le guance, e ’l petto un Mongibello7.

«Pensier» dicea «che ’l cor m’agghiacci ed ardi,
e causi il duol8 che sempre il rode e lima9,
che debbo far, poi ch’io son giunto tardi,
e ch’altri a côrre10 il frutto è andato prima?
a pena avuto io n’ho parole e sguardi,
ed altri n’ha tutta la spoglia opima11.
Se non ne tocca a me frutto né fiore,
perché affligger per lei mi vuo’12 più il core? 

La verginella è simile alla rosa,
ch’in bel giardin su la nativa spina
mentre sola e sicura si riposa,
né gregge né pastor se le avvicina;
l’aura soave e l’alba rugiadosa,
l’acqua, la terra al suo favor13 s’inchina:
gioveni vaghi14 e donne inamorate
amano averne e seni e tempie ornate.

Ma non sì tosto15 dal materno stelo
rimossa viene e dal suo ceppo verde,
che quanto avea dagli uomini e dal cielo
favor, grazia e bellezza, tutto perde.
La vergine che ’l fior, di che più zelo
che de’ begli occhi e de la vita aver de’,
lascia altrui côrre, il pregio ch’avea inanti
perde nel cor di tutti gli altri amanti16.

Sia vile agli altri17, e da quel solo amata
a cui di sé fece sì larga copia18.
Ah, Fortuna crudel, Fortuna ingrata!
Trionfan19 gli altri, e ne moro io d’inopia20.
Dunque esser può che non mi sia più grata21?
dunque io posso lasciar mia vita propia?
Ah, più tosto oggi manchino i dì miei,
ch’io viva più, s’amar non debbo lei!22».

Se mi domanda alcun chi costui sia,
che versa sopra il rio lacrime tante,
io dirò ch’egli è il re di Circassia,
quel d’amor travagliato Sacripante23;
io dirò ancor, che di sua pena ria24
sia prima e sola causa essere amante,
e pur un degli amanti di costei:
e ben riconosciuto fu da lei.

Appresso ove il sol cade25, per suo amore
venuto era dal capo d’Orïente;
che seppe in India con suo gran dolore,
come ella Orlando sequitò in Ponente:
poi seppe in Francia che l’imperatore
sequestrata26 l’avea da l’altra gente,
per darla all’un de’ duo che contra il Moro
più quel giorno aiutasse i Gigli d’oro27.

Stato era in campo, e inteso28 avea di quella
rotta crudel che dianzi ebbe re Carlo:
cercò vestigio29 d’Angelica bella,
né potuto avea ancora ritrovarlo.
Questa è dunque la trista e ria novella
che d’amorosa doglia fa penarlo30,
affligger, lamentare, e dir parole
che di pietà potrian31 fermare il sole.

Mentre costui così s’affligge e duole,
e fa degli occhi suoi tepida fonte,
e dice queste e molte altre parole,
che non mi par bisogno esser racconte32;
l’aventurosa sua fortuna33 vuole
ch’alle orecchie d’Angelica sian conte34:
e così quel ne viene35 a un’ora, a un punto,
ch’in mille anni o mai più non è raggiunto.

Con molta attenzïon la bella donna
al pianto, alle parole, al modo attende36
di colui ch’in amarla non assonna37;
né questo è il primo dì ch’ella l’intende:
ma dura e fredda più d’una colonna,
ad averne pietà non però scende38,
come colei39 c’ha tutto il mondo a sdegno,
e non le par ch’alcun sia di lei degno.

Pur40 tra quei boschi il ritrovarsi sola
le fa pensar di tor41 costui per guida;
che chi ne l’acqua sta fin alla gola
ben è ostinato se mercé non grida42.
Se questa occasïone or se l’invola43,
non troverà mai più scorta sì fida44;
ch’a lunga prova conosciuto inante
s’avea quel re fedel sopra ogni amante45.

Ma non però disegna46 de l’affanno
che lo distrugge alleggierir chi l’ama,
e ristorar47 d’ogni passato danno
con quel piacer ch’ogni amator più brama:
ma alcuna finzïone, alcuno inganno
di48 tenerlo in speranza ordisce e trama;
tanto49 ch’a quel bisogno se ne serva,
poi torni all’uso suo dura e proterva50.

E fuor di quel cespuglio oscuro e cieco
fa di sé bella ed improvvisa mostra51,
come di selva o fuor d’ombroso speco52
Diana in scena o Citerea53 si mostra;
e dice all’apparir: «Pace sia teco;
teco difenda Dio la fama nostra,
e non comporti54, contra ogni ragione,
ch’abbi di me sì falsa opinïone55».

Non mai con tanto gaudio56 o stupor tanto
levò57 gli occhi al figliuolo alcuna madre,
ch’avea per morto sospirato e pianto,
poi che senza esso udì tornar le squadre58;
con quanto gaudio il Saracin, con quanto
stupor l’alta presenza e le leggiadre
maniere, e il vero angelico sembiante59,
improviso60 apparir si vide inante.

Pieno di dolce e d’amoroso affetto,
alla sua donna, alla sua diva61 corse,
che con le braccia al collo il tenne62 stretto,
quel ch’al Catai non avria fatto forse63.
Al patrio regno, al suo natio ricetto,
seco avendo costui, l’animo torse64:
subito in lei s’avviva la speranza
di tosto riveder sua ricca stanza65.

Ella gli rende conto pienamente
dal giorno che mandato fu da lei
a domandar soccorso in Orïente
al re de’ Sericani e Nabatei66;
e come Orlando la guardò67 sovente
da morte, da disnor, da casi rei68:
e che ’l fior virginal così avea salvo,
come se lo portò del materno alvo69.

Forse era ver, ma non però credibile
a chi del senso70 suo fosse signore;
ma parve facilmente a lui possibile,
ch’era perduto in via più grave errore71.
Quel che l’uom vede, Amor gli fa invisibile,
e l’invisibil fa vedere Amore.
Questo creduto fu; che ’l miser suole
dar facile credenza a quel che vuole72.

«Se mal si seppe il cavallier d’Anglante
pigliar per sua sciocchezza il tempo buono,
il danno se ne avrà73; che da qui inante
nol74 chiamerà Fortuna a sì gran dono»
tra sé tacito parla Sacripante:
«ma io per imitarlo già non sono75,
che lasci tanto ben che m’è concesso,
e ch’a doler poi m’abbia di me stesso.

Corrò76 la fresca e matutina rosa,
che, tardando, stagion perder potria77.
So ben ch’a donna non si può far cosa
che più soave e più piacevol sia,
ancor che se ne mostri disdegnosa,
e talor mesta e flebil78 se ne stia:
non starò79 per repulsa o finto sdegno,
ch’io non adombri e incarni80 il mio disegno».

Così dice egli; e mentre s’apparecchia81
al dolce assalto, un gran rumor che suona
dal vicin bosco gl’intruona l’orecchia,
sì che mal grado l’impresa abbandona:
e si pon l’elmo (ch’avea usanza vecchia
di portar sempre armata la persona),
viene al destriero e gli ripon la briglia,
rimonta in sella e la sua lancia piglia.

Ecco pel bosco un cavallier venire,
il cui sembiante82 è d’uom gagliardo e fiero:
candido come nieve è il suo vestire,
un bianco pennoncello83 ha per cimiero.
Re Sacripante, che non può patire84
che quel con l’importuno suo sentiero85
gli abbia interrotto il gran piacer ch’avea,
con vista il guarda disdegnosa e rea86.

Come è più appresso, lo sfida a battaglia;
che crede ben fargli votar l’arcione87.
Quel, che di lui non stimo già che vaglia
un grano meno, e ne fa paragone88,
l’orgogliose minacce a mezzo taglia,
sprona a un tempo, e la lancia in resta pone89.
Sacripante ritorna con tempesta90,
e corronsi a ferir91 testa per testa.

Non si vanno i leoni o i tori in salto92
a dar di petto, ad accozzar sì crudi93,
sì come i duo guerrieri al fiero assalto,
che parimente si passâr94 li scudi.
Fe’ lo scontro tremar dal basso all’alto
l’erbose valli insino ai poggi ignudi;
e ben giovò che fur buoni e perfetti
gli osberghi95 sì, che lor salvaro i petti.

Già non fêro 96 i cavalli un correr torto97,
anzi cozzaro a guisa di98 montoni:
quel del guerrier pagan morì di corto99,
ch’era vivendo in numero de’ buoni100:
quell’altro cadde ancor, ma fu risorto101
tosto ch’al fianco si sentì gli sproni.
Quel del re saracin restò disteso
adosso al suo signor con tutto il peso.

L’incognito102 campion che restò ritto,
e vide l’altro col cavallo in terra,
stimando avere assai103 di quel conflitto,
non si curò di rinovar la guerra;
ma dove per la selva è il camin dritto,
correndo a tutta briglia si disserra104;
e prima che di briga105 esca il pagano,
un miglio o poco meno è già lontano.

Qual106 istordito e stupido107 aratore,
poi ch’è passato il fulmine, si leva
di là dove l’altissimo fragore108
appresso ai morti buoi steso l’aveva;
che mira senza fronde e senza onore109
il pin che di lontan veder soleva:
tal si levò il pagano a piè rimaso,
Angelica presente110 al duro caso.

Sospira e geme, non perché l’annoi111
che piede o braccio s’abbi rotto o mosso112,
ma per vergogna sola, onde a’ dì suoi113
né pria né dopo il viso ebbe sì rosso:
e più114, ch’oltre il cader, sua donna poi
fu che gli tolse il gran peso d’adosso.
Muto restava, mi cred’io, se quella
non gli rendea la voce e la favella.

«Deh!» diss’ella «signor, non vi rincresca!
che del cader non è la colpa vostra,
ma del cavallo, a cui riposo ed esca115
meglio si convenia116 che nuova giostra117.
Né perciò quel guerrier sua gloria accresca
che d’esser stato il perditor dimostra:
così, per quel ch’io me ne sappia, stimo,
quando118 a lasciare il campo119 è stato primo».

Mentre costei conforta il Saracino,
ecco col corno e con la tasca120 al fianco,
galoppando venir sopra un ronzino
un messagger che parea afflitto e stanco;
che come a Sacripante fu vicino,
gli domandò se con un scudo bianco
e con un bianco pennoncello in testa
vide un guerrier passar per la foresta.

Rispose Sacripante: «Come vedi,
m’ha qui abbattuto, e se ne parte or ora;
e perch’io sappia chi m’ha messo a piedi,
fa che per nome io lo conosca ancora121».
Ed egli a lui: «Di quel che tu mi chiedi
io ti satisfarò senza dimora122:
tu déi123 saper che ti levò di sella
l’alto valor d’una gentil donzella.

Ella è gagliarda124 ed è più bella molto;
né il suo famoso nome anco t’ascondo:
fu Bradamante125 quella che t’ha tolto
quanto onor mai tu guadagnasti al mondo».
Poi ch’ebbe così detto, a freno sciolto
il Saracin lasciò poco giocondo,
che non sa che si dica o che si faccia,
tutto avvampato di vergogna in faccia.

Poi che gran pezzo al caso intervenuto126
ebbe pensato invano, e finalmente
si trovò da una femina abbattuto,
che pensandovi più, più dolor sente;
montò l’altro destrier, tacito e muto:
e senza far parola, chetamente
tolse Angelica in groppa, e differilla127
a più lieto uso, a stanza128 più tranquilla.

Non furo iti129 due miglia, che sonare
odon la selva che li cinge intorno,
con tal rumore e strepito, che pare
che triemi la foresta d’ogn’intorno;
e poco dopo un gran destrier n’appare,
d’oro guernito e riccamente adorno,
che salta macchie e rivi130, ed a fracasso
arbori mena131 e ciò che vieta il passo132.

«Se l’intricati rami e l’aer fosco133»,
disse la donna «agli occhi non contende134,
Baiardo è quel destrier ch’in mezzo il bosco
con tal rumor la chiusa via si fende.
Questo è certo Baiardo, io ’l riconosco:
deh, come ben nostro bisogno intende!
ch’un sol ronzin per dui saria mal atto135,
e ne viene egli a satisfarci ratto136».

Smonta il Circasso ed al destrier s’accosta,
e si pensava dar di mano al freno137.
Colle groppe138 il destrier gli fa risposta,
che fu presto139 al girar come un baleno;
ma non arriva dove i calci apposta140:
misero il cavallier se giungea141 a pieno!
che nei calci tal possa142 avea il cavallo,
ch’avria spezzato un monte di metallo.

Indi va mansueto alla donzella,
con umile sembiante e gesto umano143,
come intorno al padrone il can saltella,
che sia duo giorni o tre stato lontano.
Baiardo ancora avea memoria d’ella,
ch’in Albracca il servia già di sua mano144
nel tempo che da lei tanto era amato
Rinaldo, allor crudele, allor ingrato.

Con la sinistra man prende la briglia,
con l’altra tocca e palpa il collo e ’l petto:
quel destrier, ch’avea ingegno a maraviglia,
a lei, come un agnel, si fa suggetto145.
Intanto Sacripante il tempo piglia146:
monta Baiardo e l’urta e lo tien stretto147.
Del ronzin disgravato148 la donzella
lascia la groppa, e si ripone in sella149.

Poi rivolgendo a caso gli occhi, mira
venir sonando d’arme150 un gran pedone151.
Tutta s’avvampa di dispetto e d’ira,
che conosce il figliuol del duca Amone152.
Più che sua vita l’ama egli e desira;
l’odia e fugge ella più che gru falcone153.
Già fu ch’esso odiò lei più che la morte;
ella amò lui: or han cangiato sorte.

E questo hanno causato due fontane
che di diverso effetto hanno liquore154,
ambe in Ardenna155, e non sono lontane:
d’amoroso disio l’una empie il core;
chi bee de l’altra, senza amor rimane,
e volge tutto in ghiaccio il primo ardore.
Rinaldo gustò d’una, e amor lo strugge156;
Angelica de l’altra, e l’odia e fugge.

Quel liquor di secreto venen misto,
che muta in odio l’amorosa cura,
fa che la donna che Rinaldo ha visto,
nei sereni occhi subito s’oscura;
e con voce tremante e viso tristo
supplica Sacripante e lo scongiura
che quel guerrier più appresso157 non attenda,
ma ch’insieme con lei la fuga prenda.

«Son dunque» disse il Saracino, «sono
dunque in sì poco credito con vui,
che mi stimiate inutile e non buono
da potervi difender da costui?
Le battaglie d’Albracca già vi sono
di mente uscite, e la notte ch’io fui
per la salute vostra, solo e nudo158,
contra Agricane e tutto il campo, scudo?».

Non risponde ella, e non sa che si faccia159,
perché Rinaldo ormai l’è troppo appresso,
che da lontan al Saracin minaccia,
come vide il cavallo e conobbe esso160,
e riconobbe l’angelica faccia
che l’amoroso incendio in cor gli ha messo.
Quel che seguì tra questi duo super
bivo’ che per l’altro canto si riserbi.

ANCORA ANGELICA AL CENTRO A differenza della prima metà, in cui si succedevano varie sequenze, ciascuna centrata su un diverso personaggio, la seconda metà del primo canto è occupata da un’unica sequenza che ha per protagonista Angelica. A parte le differenze di regia e di montaggio, però, i meccanismi descritti da Ariosto non cambiano molto. Il percorso di Angelica incrocia infatti quelli di altri personaggi, che a volte restano (Sacripante), a volte passano (Bradamante e il messaggero), a volte ritornano (Rinaldo alla fine), ma sempre interferiscono con i progetti e i desideri altrui.

SACRIPANTE, CAVALIERE BEFFATO Le regole già viste per le prime vicende sono confermate anche in queste successive, con un pizzico di ironia in più che circonda il personaggio di Sacripante. Per esempio, l’automatismo per cui l’incontro di due cavalieri in presenza di una dama sfocia in un duello scatta per lui anche contro Bradamante, che in realtà è una donna, oltre che contro Rinaldo alla fine. Lo scontro con Bradamante rimanda a data da destinarsi il coronamento dei sogni amorosi di Sacripante, a riprova del fatto che gli incontri tra i diversi protagonisti si risolvono regolarmente in un rinvio o in una deviazione dai loro scopi.

IL FINALE SOSPESO Lo sviluppo della fuga di Angelica appartiene però all’inizio del canto successivo, perché il primo canto si interrompe sul più bello, proprio quando il duello sta per iniziare. L’interruzione delle sequenze e dei canti in suspense, su situazioni in divenire, contrastate, irrisolte e incerte, è anch’essa una caratteristica ricorrente del poema, e potenzia l’impressione che le quêtes non si possano mai concludere, le missioni mai compiere, i desideri mai appagare.

TRA LIRISMO E PRAGMATISMO BEN POCO “CORTESE” Il sorriso ironico che investe Sacripante merita un’attenzione particolare. Il suo disperato lamento, tutto costruito su movenze liriche e citazioni classiche, è un dialogo con il proprio geloso pensier, cioè un dialogo interiore, in cui il cavaliere cerca di convincersi che, se la sua amata è ormai di qualcun altro, non c’è più alcun motivo di disperarsi, ma c’è solo da smettere di amarla. A guardar bene, tuttavia, ciò di cui Sacripante piange la perdita non è esattamente l’amore di Angelica: è il “fiore” della sua verginità. Se ha voglia di morire, è perché teme di non fare più in tempo a essere il suo primo uomo. 

Esercizio:

ANCORA ANGELICA AL CENTRO

1 Prova a ricostruire, sulla base degli indizi presenti nel testo, la durata degli eventi narrati e lo spazio all’interno del quale i personaggi si muovono.

2 Come si comporta Angelica nei confronti dei personaggi che incontra? Quali tratti e caratteristiche del personaggio vediamo in azione?

3 La selva, l’ambiente in cui si svolge la vicenda, ricorre spesso nei poemi che hai studiato finora: si trova in Dante, in Petrarca e in Boccaccio. Quali analogie e quali differenze riscontri, nella selva ariostesca, rispetto a questi modelli?

SACRIPANTE, CAVALIERE BEFFATO

4 Riassumi la vicenda di Sacripante dall’«aventurosa sua fortuna», che sembra offrirgli l’amata ancor vergine su un piatto d’argento, al fallimento dell’«amoroso assalto», che pareva ormai cosa fatta. 

5 Anche se gli piace pensarsi come un brutale conquistatore, Sacripante non è affatto pericoloso quanto vorrebbe: quale carattere del personaggio si nasconde dietro la sua apparenza minacciosa?

6 Di cosa si vergogna Sacripante nell’ottava 66?

IL FINALE SOSPESO

7 Fra i desideri in gioco c’è poi sempre anche quello del pubblico: quale effetto sortisce nel lettore questo differimento narrativo?

8 Tra gli interventi di regia del narratore, non troviamo solo versi che sospendono la narrazione, ma anche raccordi informativi: è proprio dalla voce narrate che apprendiamo chi è Sacripante. In quale ottava?

TRA LIRISMO E PRAGMATISMO BEN POCO “CORTESE”

9 Le ottave 41-44 contengono il lamento d’amore di Sacripante, un lamento che Ariosto carica di ironia. Spiega in che cosa consiste e come funziona questa ironia.

10 Ariosto si diverte a prendere in giro Sacripante: quale giudizio emerge nell’ottava 56?
 

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  1. tema: timore.
  2. dubbio: dubbioso.
  3. cangiato: cambiato, trasformato. Immobile in posizione pensierosa, il cavaliere sembra diventare una statua. 
  4. Signore: il cardinale Ippolito d’Este, “uditore” principale di Ariosto fin dal proemio.
  5. afflitto e lasso: addolorato e infelice. Questa dittologia (coppia di parole) anticipa quelle con cui il lamento del cavaliere comincia nell’ottava successiva («agghiacci ed ardi», «rode e lima», «parole e sguardi», «frutto né fiore»). Dato che sono un elemento tipico della poesia amorosa, esse servono a caratterizzare in senso marcatamente lirico il suo discorso, fino ai limiti della caricatura. Lo stesso effetto è ottenuto dall’abbondanza di domande ed esclamazioni retoriche, all’ottava 41 e soprattutto alla 44.
  6. soavemente: dolcemente.
  7. un Mongibello: un Etna, un vulcano, scosso dai caldi sospiri.
  8. duol: dolore.
  9. il rode e lima: lo consuma.
  10. côrre: cogliere. Che cosa intenda per frutto si capirà meglio poco oltre.
  11. spoglia opima: ricco bottino (di guerra, in origine; dal latino).
  12. vuo(i): riferito al pensier del primo verso. 
  13. al suo favor: di fronte alla sua bellezza; oppure: per favorirla. Il paragone della vergine con la rosa è ripreso dal carme LXXII di Catullo
  14. vaghi: desiderosi.
  15. non sì tosto: non così presto, non appena; da legare al che.
  16. La vergine ... amanti: la vergine che lascia cogliere a qualcuno il fiore di cui deve avere (aver de’, rima franta, cioè divisa in più parole) più cura, più riguardo che degli occhi belli e della vita stessa, perde il valore che aveva prima (inanti) nel cuore di tutti gli altri suoi innamorati. Il fiore o frutto che sia (come all’ottava 41) è dunque la verginità.



    *Zelo

    È l’impegno, la dedizione che si mette in un’impresa. Deriva dal latino tardo zelus, a sua volta dal greco zélos, che significava “desiderio di emulazione”. Da zelo viene l’aggettivo zelante, ma anche geloso e gelosia: derivano infatti anch’esse da zelus, attraverso il latino medievale zelosus (gelosia è anche un tipo di persiana, quella a listelli di legno che permette a chi sta dentro di guardare verso l’esterno senza essere visto, e senza suscitare – appunto – la gelosia dei mariti o delle mogli...). 

     
  17. vile agli altri: di scarso valore per gli altri.
  18. sì larga copia: dono così generoso.
  19. Trionfan: festeggiano, godono.
  20. inopia: povertà, privazione.
  21. grata: gradita.
  22. Ah ... lei!: ah, piuttosto che vivere ancora, se non devo più amarla, finiscano oggi i miei giorni!; piuttosto che vivere senza amarla più, che io possa morire oggi!
  23. Sacripante: re di Circassia, in Asia. Nell’Innamorato era uno degli spasimanti più fedeli e cortesi di Angelica, ma Boiardo lo aveva un po’ trascurato nella parte finale del suo poema, fino quasi a perderne le tracce: Ariosto lo recupera e lo porta in Francia sulle tracce di Orlando e Angelica, tormentato dalla gelosia e dal timore che Orlando abbia colto ormai il fiore che tanto vorrebbe poter cogliere lui.
  24. ria: malvagia.
  25. Appresso ... cade: vicino a dove tramonta il sole; cioè “verso Occidente”.
  26. sequestrata: separata, allontanata.
  27. i Gigli d’oro: insegna reale francese, per indicare la Francia.
  28. inteso: sentito, saputo.
  29. vestigio: traccia.
  30. fa penarlo: lo fa penare.
  31. potrian: potrebbero.
  32. bisogno esser racconte: necessario che siano raccontate, indispensabile riportare.
  33. l’aventurosa sua fortuna: la sua fortunata sorte, un caso fortunato.
  34. conte: note, conosciute, perché udite.
  35. quel ne viene: ci succede quello.
  36. attende: presta attenzione.
  37. non assonna: non si addormenta, non si stanca.
  38. non però scende: non per questo si abbassa.
  39. come colei: essendo una.
  40. Pur: tuttavia. 
  41. tor: prendere.
  42. ben ... grida: è proprio testardo se non grida aiuto.
  43. se l’invola: le sfugge.
  44. fida: fidata, affidabile.
  45. ch’a ... amante: perché per lunga esperienza aveva constatato in passato che quel re le era fedele più di ogni altro innamorato.
  46. non però disegna: non per questo ha intenzione; regge alleggierir.
  47. ristorar: risarcire.
  48. di: per.
  49. tanto: fin tanto.
  50. all’uso ... proterva: come al suo solito dura e ostinatamente superba.
  51. fa ... mostra: si mostra improvvisamente, bella com’è.
  52. speco: grotta.
  53. Citerea: Venere (adorata sull’isola greca di Citera). Ariosto fa riferimento alle rappresentazioni teatrali mitologiche in voga nelle corti.
  54. comporti: permetta.
  55. opinïone: cioè l’idea che Angelica abbia concesso a qualcuno la sua verginità.
  56. gaudio: gioia.
  57. levò: sollevò, rivolse.
  58. udì ... squadre: aveva sentito che l’esercito era tornato.
  59. sembiante: aspetto.
  60. improviso: improvvisamente.
  61. diva: dea.
  62. il tenne: lo tenne.
  63. quel ... forse: cosa che forse non avrebbe fatto se fossero stati nel Catai; cioè nel regno di Angelica, in Cina. Se fosse stata al sicuro, cioè, la principessa sarebbe stata molto meno generosa di effusioni affettuose con il suo spasimante; ma nei boschi francesi ha bisogno di una scorta ben motivata a proteggerla.
  64. Al patrio ... torse: avendo con sé Sacripante, rivolse l’animo al regno del padre (Galafrone, cioè al Catai), al rifugio del luogo dov’era nata.
  65. stanza: dimora.
  66. re ... Nabatei: è Gradasso: i Sericani (popoli della seta) erano localizzati nell’estremo Oriente, a sud della Tartaria; i Nabatei meno a est, in Arabia. Si fa riferimento a una missione affidata a Sacripante nel V canto del II libro dell’Orlando innamorato.
  67. guardò: salvaguardò, protesse.
  68. casi rei: eventi funesti.
  69. alvo: ventre. Angelica, stando almeno alle sue parole, è ancora vergine (ma subito dopo Ariosto commenta con malizia: «Forse era ver, ma non però credibile»). 
  70. senso: senno, ragione, capacità di valutare se una cosa è sensata.
  71. in via ... errore: in un errore ben più grave; amare è l’errore principale, da cui dipendono gli errori minori come quello di credere tutto ciò che l’amata racconta.
  72. (i)l miser ... vuole: di solito il povero crede facilmente che sia vero ciò che vorrebbe fosse vero; da un proverbio latino.
  73. Se mal ... avrà: se Orlando è stato così sciocco da non saper cogliere l’occasione, peggio per lui.
  74. nol: non lo.
  75. per ... sono: non ho certo intenzione di imitarlo.
  76. Corrò: coglierò.
  77. tardando ... potria: se si aspettasse, potrebbe perdere il suo momento di perfezione.
  78. flebil: piangente.
  79. non starò: non mi tratterrò, non mi asterrò.
  80. adombri e incarni: ombreggi e colori; sono le due operazioni con cui gli artisti trasformano un disegno in pittura, ma non è escluso che il secondo termine alluda anche maliziosamente alla carnalità dei piani di Sacripante.
  81. s’apparecchia: si prepara.
  82. sembiante: aspetto. Come si saprà poi, l’apparenza è in parte ingannevole.
  83. pennoncello: pennacchio; cresta di penne, portata in cima all’elmo (come cimiero, appunto).
  84. patire: sopportare.
  85. sentiero: via, percorso.
  86. con ... rea: lo guarda con aspetto sprezzante e malevolo.
  87. fargli ... l’arcione: disarcionarlo.
  88. Quel ... paragone: quell’altro, che non credo valga un granello meno di lui, e lo dimostra.
  89. in resta pone: mette nella resta, cioè nel sostegno montato sul petto dell’armatura. Arrestare la pesante lancia mentre (a un tempo) il cavallo è già in movimento era una prodezza che riusciva solo ai cavalieri più abili e potenti.
  90. ritorna con tempesta: torna indietro (dopo aver preso spazio per la rincorsa) con impeto.
  91. corronsi a ferir: corrono a colpirsi.
  92. in salto: nei boschi, nei pascoli (dal latino saltus).
  93. sì crudi: con tanta crudeltà, ferocia.
  94. passâr: passarono; come sotto fur, “furono”, e salvaro, “salvarono”.
  95. gli osberghi: le armature del busto.
  96. fêro: fecero.
  97. un correr torto: una corsa obliqua.
  98. cozzaro ... di: cozzarono come.
  99. di corto: in breve tempo.
  100. ch’era ... buoni: che era, mentre viveva, nel novero dei buoni cavalli; che da vivo era stato un buon cavallo.
  101. fu risorto: si risollevò.
  102. L’incognito: lo sconosciuto.
  103. assai: abbastanza; per dimostrare la propria superiorità
  104. si disserra: si slancia.
  105. di briga: dai guai (briga: fastidio).
  106. Qual: quale, come; è correlato al tal.
  107. stupido: stupefatto.
  108. l’altissimo fragore: il fortissimo rumore.
  109. mira ... onore: osserva senza l’ornamento delle fronde.
  110. presente: mentre era presente; Angelica ha visto tutto, e Sacripante non ci ha fatto una bella figura.
  111. l’annoi: lo infastidisca, lo tormenti.
  112. mosso: slogato.
  113. a(i) dì suoi: in vita sua.
  114. più: ancor più lo tormenta.
  115. esca: cibo.
  116. meglio si convenia: erano più opportuni.
  117. *Giostra

    Era il nome degli esercizi di parata cavalleresca e dei duelli che si svolgevano nelle corti, per il divertimento del pubblico (chiedereo domandare giostra voleva dire “sfidare”; giostrare significava “partecipare alla giostra”, e poi per traslato “maneggiare”). Il termine deriva dall’antico francese joste, deverbale da joster, dal latino iuxtare, “avvicinarsi”: con riferimento appunto al fatto che i combattenti dovevano entrare in contatto, accostarsi. Molto meno cruento il senso della parola, oggi: “struttura girevole attrezzata con cavalli di legno, o piccole imbarcazioni, o carrozze, per il divertimento dei bambini”.

     
  118. quando: dal momento che.
  119. il campo: lo spazio in cui si svolge un combattimento, in questo caso la giostra tra i due cavalieri. In effetti, lo scontro avrebbe potuto continuare con le spade: Angelica si appella a un cavillo delle regole sul duello per rincuorare il suo malcapitato campione.
  120. la tasca: il borsello a tracolla, emblematico dei postini.
  121. ancora: anche per nome, oltre che per i fatti.
  122. dimora: indugio, attesa.
  123. déi: devi.
  124. gagliarda: potente, valorosa.
  125. Bradamante: sorella minore di Rinaldo, innamorata di Ruggiero e predestinata a dare origine, sposandolo, alla dinastia degli Este.
  126. intervenuto: accaduto.
  127. differilla: la rimandò.
  128. stanza: luogo.
  129. furo iti: furono andati.
  130. macchie e rivi: cespugli e ruscelli.
  131. a fracasso ... mena: fracassa e trascina alberi, travolge.
  132. vieta il passo: ostacola il passaggio.
  133. fosco: nebuloso e oscuro.
  134. contende: si oppone.
  135. mal atto: poco adatto.
  136. ratto: rapido.
  137. dar ... freno: afferrare le redini.
  138. Colle groppe: voltandosi e sferrando calci.
  139. presto: veloce.
  140. apposta: indirizza, dirige.
  141. giungea: raggiungeva, colpiva.
  142. possa: forza.
  143. gesto umano: atteggiamento docile.
  144. il servia ... mano: lo governava personalmente. Si riferisce ai canti finali del I libro dell’Innamorato, quando Baiardo giunge con Orlando nella città assediata di Angelica, Albracà, e la principessa se ne prende cura per amore di Rinaldo. In quella fase, infatti, Angelica si è innamorata di Rinaldo dopo aver bevuto alla fontana dell’Amore, e Rinaldo la odia perché ha bevuto a quella di Merlino, o del disamore, e si comporta perciò da crudele e ingrato. A partire dal canto XV del II libro, però, le parti si sono invertite, come ricapitolano le ottave 77 e 78.
  145. si fa suggetto: si assoggetta, si sottomette.
  146. il tempo piglia: coglie il momento giusto. 
  147. l’urta ... stretto: lo sprona con i talloni e al tempo stesso lo trattiene con le redini; metodo energico per ammansire i cavalli focosi.
  148. disgravato: alleggerito.
  149. groppa ... sella: finora Angelica viaggiava sulla groppa, Sacripante sulla sella dello stesso ronzino, che ora invece sarà cavalcato soltanto da Angelica, in sella.
  150. sonando d’arme: con le armi che risuonano, nei sobbalzi della corsa.
  151. pedone: guerriero a piedi.
  152. il figliuol ... Amone: Rinaldo, il più famoso dei quattro figli di Amone (cinque, con Bradamante).
  153. più ... falcone: più di quanto la gru fugge il falcone.
  154. liquore: liquido, acqua.
  155. Ardenna: regione tra Francia e Germania, un tempo coperta da una famosa foresta.
  156. lo strugge: lo scioglie, con il suo ardore.
  157. più appresso: più vicino.
  158. nudo: è una delle prime e massime prodezze di Sacripante nell’Orlando innamorato (I, XI, 34-43): benché ridotto a letto da una ferita, si era armato solo di spada e scudo e aveva difeso in maniche di camicia la roccaforte di Albracà dall’incursione del terribile Agricane, lo spasimante di Angelica che teneva assediata la città. 
  159. che si faccia: che fare.
  160. conobbe esso: lo riconobbe; cioè si accorse che era il suo Baiardo.