Matteo Maria Boiardo

Orlando innamorato

Angelica, un’apparizione

«Non più parole ormai, veniamo al fatto» (I, I, 3, 8): così Boiardo chiude il primo proemio, con i modi spicci e ironici dell’intrattenitore che sa che è tempo di cominciare il suo racconto. Ancor più dei proclami teorici, è infatti la pratica dei fatti narrati a mostrare l’onnipotenza di Amore, capace di trasformare profondamente l’universo narrativo carolingio. Il modello bretone prende piede fin dalle prime battute del testo, attraverso l’apparizione di una bellissima principessa: Angelica. Siamo a Parigi, gremita di cavalieri ansiosi di affrontarsi nella giostra di Pentecoste; tra cristiani e saraceni è stata proclamata un’apposita tregua e alla corte di Carlo Magno è in corso un solenne banchetto; all’improvviso entra nella sala la misteriosa fanciulla: Carlo e tutti i maggiori guerrieri europei assistono rapiti all’apparizione.

[...]
Re Carlo, che si vidde in tanta altezza, [...]
tutta la gente pagana disprezza [...];
ma nova1 cosa che ebbe ad apparire,
fe’2 lui con gli altri insieme sbigotire.

Però che3 in capo della sala bella
quattro giganti grandissimi e fieri
intrarno4, e lor nel mezo una donzella,
che era seguìta da un sol cavallieri.
Essa sembrava matutina stella
e giglio d’orto e rosa de verzieri5:
in somma6, a dir di lei la veritate,
non fu veduta mai tanta beltate.

Era qui nella sala Galerana,
ed eravi Alda, la moglie de Orlando,
Clarice ed Ermelina7 tanto umana8,
ed altre assai, che nel mio dir non spando9,
bella ciascuna e di virtù fontana.
Dico: bella parea ciascuna, quando
non era giunto in sala ancor quel fiore,
che a l’altre di beltà tolse l’onore.

Ogni barone e principe cristiano
in quella parte ha rivoltato il viso,
né rimase a giacere10 alcun pagano;
ma ciascun d’essi, de stupor conquiso11,
si fece a la donzella prossimano12;
la qual, con vista13 allegra e con un riso
da far inamorare un cor di sasso14,
incominciò così, parlando basso:

«Magnanimo segnor, le tue virtute
e le prodezze de’ toi paladini,
che sono in terra tanto cognosciute,
quanto distende il mare e soi confini15,
mi dan speranza che non sian perdute
le gran fatiche de duo peregrini,
che son venuti dalla fin del mondo
per onorare il tuo stato giocondo16.

Ed acciò ch’io ti faccia manifesta,
con breve ragionar17, quella cagione
che ce ha condotti alla tua real festa,
dico che questo è Uberto dal Leone,
di gentil stirpe nato e d’alta gesta18,
cacciato del suo regno oltra ragione19:
io, che con lui insieme fui cacciata,
son sua sorella, Angelica nomata.

Sopra alla Tana ducento giornate20,
dove reggemo il nostro tenitoro21,
ce fôr di te le novelle aportate22,
e della giostra e del gran concistoro23
di queste nobil gente qui adunate;
e come né cittade né tesoro
son premio de virtute24, ma si dona
al vincitor di rose una corona25.

Per tanto il mio fratelo ha delibrato26,
per sua virtute quivi dimostrare,
dove27 il fior de’ baroni è radunato,
ad uno ad un per giostra28 contrastare:
o voglia esser pagano o battizato,
fuor de la terra29 lo venga a trovare,
nel verde prato alla Fonte del Pino,
dove se dice30 “al Petron di Merlino”.

Ma f ïa questo con tal condizione
(colui l’ascolti che si vôl provare):
ciascun che sia abattuto de lo arcione,
non possa in altra forma repugnare31,
e senza più contesa sia pregione32;
ma chi potesse Uberto scavalcare33,
colui guadagni la persona mia:
esso34 andarà con suoi giganti via».

Al fin delle parole ingenocchiata
davanti a Carlo attendia risposta.
Ogni om per meraviglia l’ha mirata,
ma sopra tutti Orlando a lei s’accosta
col cor tremante e con vista cangiata35,
benché la voluntà tenìa nascosta36;
e talor gli occhi alla terra bassava,
ché di se stesso assai si vergognava37.

«Ahi paccio38 Orlando!» nel suo cor dicia
«Come te lasci a voglia traportare39!
Non vedi tu lo error che te desvia,
e tanto contra a Dio te fa fallare40?
Dove mi mena la fortuna mia?
Vedome41 preso e non mi posso aitare42;
io, che stimavo tutto il mondo nulla,
senza arme vinto son da una fanciulla.

Io non mi posso dal cor dipartire43
la dolce vista44 del viso sereno,
perch’io mi sento senza lei morire,
e il spirto a poco a poco venir meno.
Or non mi vale forza, né lo ardire
contra d’Amor, che m’ha già posto il freno45;
né mi giova saper46, né altrui consiglio,
ch’io vedo il meglio ed al peggior m’appiglio47».

Così tacitamente48 il baron franco
si lamentava del novello amore.
Ma il duca Naimo49, ch’è canuto e bianco,
non avea già de lui men pena al core,
anci50 tremava sbigotito e stanco,
avendo perso in volto ogni colore.
Ma a che dir più parole? Ogni barone
di lei si accese, ed anco il re Carlone51.

Stava ciascuno immoto e sbigottito,
mirando quella con sommo diletto;
ma Feraguto, il giovenetto ardito,
sembrava vampa52 viva nello aspetto,
e ben tre volte prese per partito53
di torla54 a quei giganti al suo dispetto55,
e tre volte afrenò quel mal pensieri56
per non far tal vergogna allo imperieri57.

Or su l’un piede, or su l’altro se muta58,
grattasi ’l capo e non ritrova loco59;
Ranaldo60, che ancor lui l’ebbe veduta,
divenne in faccia rosso come un foco;
e Malagise61, che l’ha cognosciuta62,
dicea pian piano: «Io ti farò tal gioco63,
ribalda incantatrice, che giamai
de esser qui stata non te vantarai».

Re Carlo Magno con lungo parlare
fe’ la risposta a quella damigella,
per poter seco molto dimorare64.
Mira parlando e mirando favella,
né cosa alcuna le puote negare,
ma ciascuna domanda li suggella65
giurando de servarle in su le carte66:
lei coi giganti e col fratel si parte.

 

Metro: ottave di endecasillabi con schema ABABABCC.

UN COLPO DI FULMINE COLLETTIVO La nova cosa che invade la corte di Carlo Magno e la fa sbigotire è la forza di Amore. Si è incarnata in Angelica, descritta con i più squisiti paragoni cortesi, soprattutto floreali. Tutti la guardano mentre parla con l’imperatore, e tutti se ne innamorano. E come resisterle? Il suo sorriso farebbe «inamorare un cor di sasso»! La vittima principale è Orlando, il cui nome appare già all’ottava 22, quando la bellezza delle altre dame francesi scompare di fronte a quella della principessa. È una scena convenzionale della poesia amorosa, quella in cui l’amata eclissa ogni altra bella, ma il fatto che fra queste vi sia anche Alda, la moglie di Orlando, preannuncia la grave crisi del paladino. All’ottava 29 lo osserviamo finalmente in carne e ossa, sotto shock e visibilmente a disagio: cuore tremante, faccia sconvolta, occhi a terra per la tanta vergogna. Si tormenta in un monologo interiore in cui prorompe dandosi del pazzo, sconvolto com’è da un sentimento potentissimo e sconosciuto. Le supreme virtù guerresche e dottrinali del paladino “santo” sono inutili: è già prigioniero di Amore. Non può che prendere atto degli implacabili effetti dell’innamoramento: il volto di Angelica gli si è impresso nel cuore, e senza lei già sa di sentirsi morire. Però esordisce definendo tutto questo come un error contro Dio, perché capisce subito che le sue priorità sono cambiate, e l’impero e la fede sono finiti in secondo piano; ci ritorna anche nel finale, citando non a caso un concetto petrarchesco (fra i molti in questo lamento), che gli serve a sfogare il suo senso di colpa, ma certo non lo aiuta a reagire: sa che sarebbe meglio resistere, ma non può, e si abbandona al peggior.

LA REAZIONE DEGLI ALTRI PALADINI Come è possibile resistere ad Angelica e reagire – sembra dire Boiardo – se anche il vecchio e saggio Namo, Carlo, Ranaldo e insomma ogni barone avvampano per lei? Ma non vedete come è ridicolo Feraguto, che già vorrebbe conquistarsela a forza e intanto, in mezzo alla paralisi generale, si dimena come fosse una scimmia? Non vedete com’è imbambolato Carlo, che continua a parlarle perché non riesce a smettere di guardarla da vicino? Il poeta si dimostra molto abile nel mettere in scena i vari effetti della potenza di Amore.

IL MAGO MALAGISE L’unico che non è catturato dal fascino di Angelica è Malagise, che riconosce in lei un’incantatrice. Non che Angelica faccia innamorare per incantesimo: il suo è un dono di natura. Tuttavia, come si scoprirà poco dopo, la fanciulla non è esattamente chi dice di essere, e ha un piano malvagio. In quanto mago, Malagise sembra capace di intuire la matrice arturiana, appunto magico-meravigliosa, dei nuovi personaggi e dell’episodio che innescano. Gli indizi non gli mancano: la scorta dei quattro giganti è una notevole spia, benché il loro habitat si estenda a buon diritto anche all’epica; l’appuntamento al «Petron di Merlino» è però ben più esplicito, perché vi si riconosce fin dal nome una tipica location della scenografia bretone (nei romanzi francesi di Tristan e di Guiron), assieme alla «Fonte del Pino» (in quelli e nel Lancelot).
Ma a provenire dalla matiére de Bretagne (“materia di Bretagna”, cioè le storie dei cavalieri di re Artù) è soprattutto l’intero schema dell’episodio: una donzella e/o un cavaliere dalle armi incantate sfida, sconfigge e imprigiona tutti i cavalieri di una corte, riducendola alla propria mercé; o almeno ci prova (nel Guiron e nella Tavola ritonda, per esempio).

MAGICI OGGETTI ARTURIANI ALLA CORTE DI RE CARLO La sfida è lanciata da Angelica (ottave 24-28) che, esperta oratrice, dapprima lusinga Carlo, poi presenta se stessa e il fratello Uberto come principi ingiustamente scacciati dal loro remoto regno orientale, attratti a Parigi dalle nobili virtù della sua corte; infine annuncia che Oberto aspetta per uno scontro di lancia chiunque voglia provarsi: in palio c’è la persona di Angelica, ma chi cade sarà suo prigioniero. I dettagli nascosti li saprà Malagise evocando i suoi diavoli (ottave 36-40): a parte il fatto che suo fratello si chiama in realtà Argalia e che a mandarli è il loro perfido padre, re Galafrone, la questione più importante omessa da Angelica è appunto quella degli oggetti magici. Lei stessa sa «tutte le incantazione», e ha un anello che può rendere invisibili o vanificare ogni incanto, a seconda che lo si tenga in bocca o al dito. Argalia possiede un cavallo magico, un’armatura e una spada magiche, e soprattutto una «lancia dorata», che scopriremo capace di abbattere chiunque essa tocchi. Angelica è l’esca per catturare tutti e avere Carlo in pugno.
Se il piano di conquista di Galafrone si fosse ispirato ai racconti carolingi, avrebbe potuto realizzarsi secondo il cliché dell’invasione contro la cristianità. In quella dimensione, Carlo Magno potrebbe ben permettersi di disprezzare «tutta la gente pagana», come fa qui all’inizio. Il piano architettato da Galafrone è invece ben più insidioso, e non per via della magia, bensì dell’amore. Ritroveremo l’anello e la lancia protagonisti di molte altre avventure, nell’Innamorato e poi anche nel Furioso, e non importa se il piano va presto a monte (per la cocciutaggine dell’indomabile Feraguto che, sbalzato di sella, rompe i patti e prosegue il duello con la spada, fino a uccidere Argalia). Importa che oggetti, sentimenti e valori provenienti da un mondo di amori, avventure e magie hanno invaso la corte di Parigi, cambiandola per sempre.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Quale proposta fa Angelica al re Carlo?

2 Perché nell’ottava 30 Orlando definisce l’amore come un errore contro Dio?

3 Perché Malagise, unico fra tutti, non resta affascinato da Angelica? Che cosa sa in più, rispetto agli altri? Perché?

4 L’entrata in scena di Angelica è presentata come una vera e propria epifania, un’apparizione quasi divina: indica tutte le espressioni di stupore e meraviglia con le quali Boiardo scandisce la sua descrizione.

5 Angelica è bellissima, come tante eroine dei romanzi cavallereschi e come tante fanciulle cantate nella lirica antica. Fai una ricerca sul topos della bellezza femminile. Comincia mettendo in Google la striscia descriptio puellae (“descrizione di ragazza”).

6 Raccogli tutti i termini che concorrono a definire gli effetti di Amore sugli uomini presenti in sala e ricostruisci i sintomi della “malattia” amorosa. 

CONTESTUALIZZARE 

7 Individua le similitudini e le metafore che definiscono la bellezza di Angelica: ti sembrano affini a quelle adoperate dai poeti stilnovisti e da Petrarca?

8 Documentati sulla tradizione dei tornei cavallereschi: che cos’erano? Erano combattimenti reali o simulati? Poteva scorrere del sangue?

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  1. nova: mai vista e inattesa.
  2. fe’: fece.
  3. Però che: perché.
  4. intrarno: entrarono.
  5. verzieri: giardino; come orto: sono fiori coltivati, non selvatici. Le immagini degli ultimi due versi provengono dal Teseida di Boccaccio e (specie «giglio d’orto») dalla tradizione canterina.
  6. in somma: quella di tagliar corto tutto a un tratto con una affermazione chiara e tonda è una mossa che piace molto al poeta, che mette a frutto lo spirito pratico del narratore popolare.
  7. Galerana ... Clarice ed Ermelina: le mogli di Carlo Magno, Ranaldo e Uggieri il Danese.
  8. umana: di buon cuore.
  9. non spando: non mi espando a elencare.
  10. a giacere: come spiegava all’ottava 13, sprezzanti dei costumi francesi, i saraceni partecipano al banchetto stando «a giacer come mastini, / sopra a tapeti, come è lor usanza».
  11. conquiso: vinto, conquistato.
  12. prossimano: prossimo, vicino.
  13. vista: aspetto, volto.
  14. con ... sasso: ripresa da Petrarca (Canzoniere, 245, 5-6): «con sì dolce parlar e con un riso / da far innamorare un huom selvaggio»; l’espressione «cor di sasso» è presente anche in un’altra opera di Boiardo, gli Amorum libri tres (55, 8).
  15. confini: i limiti delle terre emerse.
  16. giocondo: felice.
  17. ragionar: discorso.
  18. gesta: lignaggio, genealogia.
  19. oltra ragione: fuor di ragione, a torto.
  20. Sopra ... giornate: duecento giornate di cammino oltre il fiume Don (Tanai); in particolare, la Tana era un’importante colonia mercantile alla foce del fiume.
  21. tenitoro: regno, dominio.
  22. ce ... aportate: ci furono portate tue notizie, giunse a noi la tua fama.
  23. concistoro: adunanza.
  24. de virtute: per il valore dimostrato (dal vincitor).
  25. corona: premio simbolico, che già preannuncia la compatibilità dei paladini con la disinteressata etica cortese.
  26. delibrato: deliberato, deciso.
  27. dove: da unire a quivi (“qui”).
  28. giostra: combattimento con la lancia.
  29. terra: città.
  30. dove se dice: nel luogo chiamato.
  31. repugnare: riprendere il combattimento.
  32. pregione: prigioniero.
  33. scavalcare: abbattere da cavallo, disarcionare.
  34. esso: il fratello.
  35. con vista cangiata: con aspetto cambiato, con il volto stravolto.
  36. benché ... nascosta: benché tenesse nascosto il proprio desiderio.
  37. di se ... vergognava: eco dal sonetto d’esordio del canzoniere petrarchesco (Canzoniere, 1, 11: «di me medesmo meco mi vergogno»); allitterante in s anziché in m.
  38. paccio: pazzo. È una comune forma ipercorretta, cioè corretta a sproposito, prendendo le z di «pazzo» per frutto della tendenza dialettale a pronunciare le c come fossero z.
  39. a voglia traportare: trascinare dal desiderio.
  40. fallare: sbagliare, peccare.
  41. Vedome: mi vedo.
  42. aitare: difendere.
  43. dipartire: separare, allontanare.
  44. la dolce vista: ricorda l’incipit della canzone di Cino da Pistoia «La dolce vista e ’l bel guardo soave». In questi versi è forte anche il ricordo del sonetto 236 di Petrarca (e il 184: «così lo spirto d’or in or vèn meno»). 
  45. posto il freno: domato, soggiogato; il freno è parte dei finimenti del cavallo, e serve a guidarlo dove si vuole.
  46. saper: la sapienza, la cultura.
  47. ch’io ... m’appiglio: Petrarca anche in chiusura: «et veggio ’l meglio, et al peggior m’appiglio» (Canzoniere, 214, 136). 
  48. tacitamente: in silenzio, fra sé e sé.
  49. Naimo: duca di Baviera, era il più anziano e saggio dei consiglieri di Carlo.
  50. anci: anzi.
  51. Carlone: Carlo; dalla forma francese Carlun.
  52. vampa: fiamma; si noti la vivace allitterazione in v.
  53. partito: decisione, soluzione.
  54. torla: toglierla.
  55. al suo dispetto: a dispetto loro (dei giganti).
  56. mal pensieri: cattivo proposito.
  57. imperieri: imperatore, con desinenza francese (come sopra pensieri) diffusa nei cantari.
  58. se muta: si muove, si sposta.
  59. non ritrova loco: non trova un posto, non trova pace.
  60. Ranaldo: è la forma normale in Boiardo del nome del cugino di Orlando.
  61. Malagise: corrisponde al Malagigi nel Morgante di Luigi Pulci; è il mago cugino di Orlando, Ranaldo e Astolfo.
  62. cognosciuta: riconosciuta, scoperta: non che sappia chi sia, ma ha capito che tipo è.
  63. tal gioco: uno scherzetto tale.
  64. dimorare: trattenersi, indugiare.
  65. li suggella: le sottoscrive; quasi usasse il sigillo dei documenti ufficiali.
  66. de ... carte: per iscritto di mantenere le promesse.