Rainer Maria Rilke

Nuove poesie

Arcaico torso di Apollo

In questi anni parigini Rilke visita ripetutamente il museo del Louvre, dove è conservata la statua che ispira la poesia intitolata Arcaico torso di Apollo. Si tratta del cosiddetto Torso di Mileto (riprodotto qui a fianco), dal luogo in cui fu ritrovato: la città di Mileto, nella parte sudoccidentale dell’attuale Turchia. La statua, raffigurante un giovane (non è detto che si tratti di Apollo: così Rilke ha voluto interpretare l’opera, dandole il nome del dio delle arti), è priva della testa e delle braccia, che erano le parti più fra­gili delle sculture e perciò più facili a rompersi e disperdersi. Resta una gamba, fino all’altezza del ginocchio, mentre dal modo in cui l’anca sinistra si innesta sul torso si capisce che la gamba sinistra, perduta per intero, era tesa in avanti. In Arcaico torso di Apollo (che apre la seconda parte delle Nuove poesie) Rilke descrive la statua e, soprattutto, gli effetti che essa ha su colui che la osserva. 

    Non conoscemmo il suo capo inaudito,
    e le iridi che vi maturavano. Ma il torso
    tuttavia arde come un candelabro
4   dove il suo sguardo, solo indietro volto,



    resta e splende. Altrimenti non potrebbe abbagliarti
    la curva del suo petto e lungo il volgere
    lieve dei lombi scorrere un sorriso
8   fino a quel centro dove l’uomo genera.



    E questa pietra sfigurata e tozza
    vedresti sotto il diafano architrave delle spalle,
11   e non scintillerebbe come pelle di belva,



    e non eromperebbe da ogni orlo come un astro:
    perché là non c’è punto che non veda
14   te, la tua vita. Tu devi mutarla.





Metro: sonetto, ma – come nella poesia Tacito amico – con uno schema metrico diverso da quello canonico nella letteratura italiana; le quartine hanno rime diverse (ABBA CDDC) e nelle ter­zine le rime si succedono secondo un ordine che non si trova mai nella nostra tradizione (EEF GFG). 

    Archaïscher Torso Apollos



    Wir kannten nicht sein unerhörtes Haupt,
    darin die Augenäpfel reiften. Aber
    sein Torso glüht noch wie ein Kandelaber,
4   in dem sein Schauen, nur zurückgeschraubt



    sich hält und glänzt. Sonst könnte nicht der Bug
    der Brust dich blenden, und im leisen Drehen
    der Lenden könnte nicht ein Lächeln gehen
8   zu jener Mitte, die die Zeugung trug.



    Sonst stünde dieser Stein enstellt und kurz
    unter der Shultern durchsichtigem Sturz
11   und flimmerte nicht so wie Raubtierfelle;



    und brächte nicht aus allen seinen Rändern
    aus wie ein Stern: denn da ist keine Stelle,
14   die dich nicht sieht. Du mußt dein Leben ändern

ANALISI DEL TESTO

UNA DESCRIZIONE METAFORICA   Il poeta descrive la statua, ma è subito chiaro che la sua descrizione non ha niente a che fare con quella di una guida o di un libro di storia dell’arte. Per dire che manca la testa, Rilke scri­ve «Non conoscemmo il suo capo inaudito» (v. 1), con inaudito che sposta sul senso dell’udito ciò che, a rigore, appartiene alla vista (la testa che “non si vede”). Mancano anche gli occhi, e Rilke parla di «iridi che vi maturavano» (v. 2); e l’iride è la parte colorata dell’occhio che ha al cen­tro la pupilla. Dopodiché la descrizione, che fin qui era parzialmente metaforica, diventa totalmente metaforica, perché il po­eta mescola ciò che vede – il nudo torso di una statua greca – con quello che immagina, o per meglio dire con quello che “sente”: una luce che fuoriesce da quel torso e abbaglia lo spettatore, e che rende viva, scintillante «come pelle di belva» (v. 11) quella che, senza l’opera del­lo scultore, sarebbe solo una «pietra sfigurata e tozza» (v. 9). Invece, scrive Rilke, questa pietra inerte erompe «da ogni orlo come un astro» (v. 12). E per capire questo verso enigmatico può essere utile confrontarlo con una pagina del suo diario parigino di qualche anno prima (dicembre del 1902):

Ci sono delle statue che portano in se stesse il mondo che le circonda, lo hanno succhiato in sé medesime e lo emanano. Lo spazio in cui una statua è collocata è lo spazio del suo esilio – il suo mondo ce l’ha già in sé medesima e il suo occhio si rapporta a questo mondo che è nascosto e compiegato nella sua figura.

L’OPERA CHE GUARDA LO SPETTATORE   Gli ultimi due versi sono i più enigmatici, e anche i più sorprendenti e belli del testo. Perché fin qui si era trattato della descri­zione della scultura, anche se di una descrizione anomala e, a causa della stranezza delle immagini adoperate da Rilke, difficile da comprendere. Ma negli ultimi versi il lin­guaggio è chiarissimo: nel torso di Apollo «non c’è punto che non veda / te, la tua vita. Tu devi mutarla» (ma l’ori­ginale è ancora più tassativo: «Du mußt dein Leben än­dern, “Tu devi cambiare la tua vita”). Dunque non è solo lo spettatore che guarda l’opera, è anche e soprattutto l’ope­ra che guarda lo spettatore: è la perfezione classica della scultura che giudica lo spettatore e, senza parlare, gli dice che deve cambiare la sua vita, quindi, probabilmente (ma questo il testo non lo dice), che deve renderla più simile all’armonica bellezza del torso.

CONFRONTO CON UNA PAGINA DI WINCKEL­MANN   L’idea di “vedere l’intero” in un’opera frammen­taria come quella che ha ispirato Rilke è ovviamente un’invenzione poetica. Ma Rilke non è stato il primo ad averla. Johann J. Winckelmann (1717-1768) è stato il più grande archeologo del Settecento e uno dei più impor­tanti studiosi d’arte antica di ogni tempo. Durante i suoi viaggi in Italia vide e descrisse un gran numero di opere greche e romane, tra cui il cosiddetto Torso del Belvedere, oggi custodito ai Musei Vaticani. Certamente Rilke non si è ispirato a questa pagina, ma le corrispondenze sono sorprendenti.

Ti conduco davanti al tanto celebre e mai abbastanza lodato Torso d’Ercole, davanti a un’opera che, nel suo genere, tocca il culmine della perfezione e deve anno- verarsi tra le maggiori creazioni artistiche giunte fino ai tempi nostri. Ma come potrò descriverlo, se gli mancano le parti più belle e più importanti che la natura ha date all’uomo! Come d’una meravigliosa quercia abbattuta e spogliata dei rami e delle fronde non rimane che il nudo tronco, così, deturpata e mutilata si vede l’immagine dell’eroe: gli mancano la testa, le braccia, le gambe e la parte superiore del petto. Al primo sguardo forse non scorgerai altro che un sasso informe: ma se hai la forza di penetrare nei segreti dell’arte, osservando quest’opera con occhio tranquillo, vi scorgerai un prodigio: Ercole ti apparirà allora come circondato da tutte le sue imprese, ed in quella pietra vedrai insieme l’eroe e il dio […]. Se vi sembra inconcepibile che si possa mostrare la forza del pensiero in un’altra parte del corpo, che non sia la testa, imparate qui come la mano d’un artista creatore abbia il potere di spiritualizzare la materia. Mi pare di veder sorgere dal dorso, curvo in profonda riflessione, una testa che con letizia ricorda le sue prodigiose gesta. E mentre una simile testa, piena di maestà e di sapienza, appare al mio sguardo, anche le altre membra mancan- ti incominciano a formarsi nel mio pensiero.

(J. J. Winckelmann, Il bello nell’arte. Scritti sull’arte antica, a cura di F. Pfister, Einaudi, Torino 1973, pp. 75-78) 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Perché la testa della statua è definita da Rilke “inaudita” (v. 1)?



2. Se la testa manca, com’è possibile descriverne lo sguardo?



ANALIZZARE


3. Quali sensi chiama in causa il poeta? Attraverso quali immagini?



4. Individua e spiega le similitudini.



5. A chi si rivolge il verso finale?



CONTESTUALIZZARE


6. Il Torso del Belvedere (o Torso d’Ercole, secondo Winckelmann) rappresenta, nella concezione neoclassica dell’archeologo tedesco, il bello ideale. Quali elementi della poesia di Rilke ti sembrano gravitare ancora nell’orbita del “bello” inteso in senso classico, e quali invece rimandano al Simbolismo?



Stampa
\r
    \r
\r