Eugenio Montale

Ossi di seppia

Arsenio

Arsenio è, per così dire, la chiave di volta della sezione Meriggi e ombre. In questa poesia l’io diventa un personaggio per certi versi simile a quelli che si trovano al centro dei romanzi contemporanei. In particolare, la figura di Arsenio condivide con i protagonisti delle opere narrative di Italo Svevo o di Federigo Tozzi (ma anche di Robert Musil, di Thomas Mann e di altri tra i maggiori scrittori europei dell’epoca) il carattere dell’inettitudine. I sentimenti di atonia e inadeguatezza caratteristici degli Ossi di seppia, i temi fondamentali dell’immobili­tà, dell’attesa, della costrizione si concentrano così in un personaggio particolare, Arsenio, che incarna il disagio degli uomini del suo tempo e assomiglia in questo allo Zeno di Svevo, a Ulrich di Musil e a molti protagonisti di capolavori narrativi primo-­novecenteschi.

I turbini1 sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli2, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati3
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.
Sul corso, in faccia al mare4, tu discendi
in questo giorno
or piovorno ora acceso5, in cui par scatti
a sconvolgerne l’ore
uguali, strette in trama6, un ritornello
di castagnette7.

È il segno d’un’altra orbita8: tu seguilo.
Discendi all’orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo9, alta sui gorghi,
più d’essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi10; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t’inciampi
il viluppo dell’alghe11: quell’istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio12, anello d’una
catena, immoto andare13, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d’immobilità...

Ascolta tra i palmizi il getto tremulo
dei violini14, spento quando rotola
il tuono con un fremer di lamiera
percossa15; la tempesta è dolce quando
sgorga bianca la stella di Canicola16
nel cielo azzurro e lunge par la sera
ch’è prossima17: se il fulmine la incide
dirama come un albero prezioso
entro la luce che s’arrosa18: e il timpano
degli tzigani19 è il rombo silenzioso

Discendi in mezzo al buio che precipita20
e muta il mezzogiorno in una notte
di globi accesi21, dondolanti a riva, –
e fuori, dove un’ombra sola tiene
mare e cielo22, dai gozzi sparsi palpita
l’acetilene23
finché goccia trepido
il cielo24, fuma il suolo che t’abbevera25,
tutto d’accanto ti sciaborda26, sbattono
le tende molli, un fruscio immenso rade
la terra, giù s’afflosciano stridendo
le lanterne di carta sulle strade.

Così sperso tra i vimini e le stuoie27
grondanti, giunco tu che le radici
con sé trascina, viscide, non mai
svelte28, tremi di vita e ti protendi
a un vuoto risonante di lamenti29
soffocati, la tesa ti ringhiotte
dell’onda antica che ti volge30; e ancora
tutto che ti riprende, strada portico
mura specchi ti figge31 in una sola
ghiacciata moltitudine di morti,
e se un gesto ti sfiora, una parola
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
nell’ora che si scioglie, il cenno d’una
vita strozzata32 per te sorta, e il vento
la porta con la cenere degli astri33.

Metro: cinque strofe, di lunghezza varia­ bile tra i dieci e i quindici versi, quasi tutti endecasillabi. Numerose rime, anche in­terne (come giorno / piovorno).

L’IO POETICO IN ATTESA La “storia” di Arsenio è ambientata in una località di villeggiatura (si parla di «vetri luccicanti degli alberghi»; di un’orchestra nella quale spicca il suono dei violini e dei timpani), verosimilmente in Liguria o comunque in un posto di mare. Sta per arrivare un temporale, e già il vento forma dei mulinelli: è un momento di sospensione e di attesa per l’io poetico (cioè per il suo alter ego Arsenio), che evidentemente non vive pacifica­mente la routine tediosa e monotona della vita balneare.

L’IMMOBILITÀ DELLA VITA L’attesa della burrasca si trasforma allora nel presagio di un cambiamento esi­stenziale. La tempesta potrebbe essere il «segno d’un’altra orbita», la fine dell’immobilità che (un po’ come l’inettitudine dei personaggi di romanzo ricordati nella premessa) imprigiona il protagonista. Ed ecco allora che il poeta ­Arsenio immagina o sogna di scendere verso il mare («Discendi all’orizzonte»), di correre sulla ghiaia, lasciando che le alghe gli avvolgano i piedi, come se fosse sul punto di fondersi con il mare, con gli elementi naturali: tutto, pur di non finire il proprio viaggio – cioè di spendere la propria intera esistenza – come l’«anello d’una / catena», immobile, inutile; è un motivo analogo a quel­lo che Montale ha sviluppato nei versi di In limine: «Cerca una maglia rotta nella rete / che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!»; anche lì, peraltro, era il vento ad accendere la speranza, la possibilità della salvezza che il poeta invocava non per se stesso ma per la sua interlocutri­ce. Scoppia il temporale, il vento rinforza: Arsenio ha forse l’occasione di “svellere” le sue radici, di accedere a «un’altra orbita»; ma ecco che la vita quotidiana, con i suoi oggetti («strada portico / mura specchi»), lo riprende, come un fuggiasco, un evaso, e lo riassorbe come un’onda (l’«onda antica che ti volge»). La spe­ranza di vincere il «delirio ... d’immobili­tà» si rivela un’illusione: la vita di Arsenio rimane strozzata, bloccata in una «ghiacciata moltitudine di morti»; né – dicono i versi finali – è possi­bile alcuna vera comunicazione o solida­rietà con gli altri, visto che il gesto (forse di una ragazza amata) «sfiora» e non tocca, e la parola «cade accanto», senza poter essere raccolta.

LESSICO E SINTASSI I tre tempi della poesia (l’attesa, la burrasca, il rientro nella “normale immobilità”) si caratteriz­zano anche per un diverso uso del linguaggio. La prima stro­fa è tutta costruita per opposizioni tra luce e ombra, chiaro e scuro: l’immagine memorabile (e quasi funebre) dei «ca­valli incappucciati» contrasta con i «vetri luccicanti degli alberghi», mentre la giornata alterna momenti piovosi a momenti soleggiati («or piovorno ora acceso»). E un’altra opposizione si attiva alla fine della strofa: quella tra le ore uguali, «strette in trama» come i fili di un tessuto, e lo scatto delle castagnette (petardi o nacchere) che sembra arrivare a turbarne l’ordine.
E quest’ordine turbato è appunto quello che il poeta descri­ve nelle tre strofe successive; il ricorso alle parole sdrucciole (turbini, polvere; annusano; orbita; abbevera, e molte altre) contribuisce a dare al testo un ritmo concitato, che esprime l’ansia dell’attesa e lo scompiglio che il temporale imminente minaccia di provocare; e dove le sequenze di consonanti liquide (“l”, “r”) “mimano” la ve­locità dell’evento («AscoLta tra i paLmizi il getto tremuLo / dei vioLini, spento quando rotoLa»; «La steLLa di CanicoLa»; «diRama come un albeRo pRezioso / entRo la luce che s’aRRosa»).
La concitazione si spegne nell’ultima strofa, che ha un anda­mento sintattico più lento e più largo, denso di frasi subordi­nate; e anche qui la sostanza sonora delle parole sottolinea, asseconda il loro significato: due versi come «a un vuoTo risonaNTe di lameNTi / soffocaTi» comunicano con il loro semplice suono un’impressione di angoscia e di pena, così come, poco più avanti, la «ghiacciaTa molTiTu­ dine di morTi» nella quale Arsenio si trova confitto.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Quale evento naturale sta per avere luogo e in quale momento del giorno?

2 Il poeta sollecita Arsenio/Eugenio («È il segno d’un’altra orbita: tu seguilo. / Discendi all’orizzonte») a inseguire la possibilità di un’importante esperienza esistenziale: quale? Rispondi indicando i versi.

ANALIZZARE

3 Individua le anastrofi e spiega la loro efficacia semantica (per esempio, «vita strozzata per te sorta»).

CONTESTUALIZZARE

4 In questa poesia, aggiunta nell’edizione del 1928, si è notato l’uso ormai avanzato della tecnica del “correlativo oggettivo”. In che cosa consiste? Fai alcuni esempi tratti da questa o da altre poesie montaliane.

5 Arsenio come alter ego di Eugenio Montale: spiega questa ipotesi interpretativa.

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  1. turbini: le folate di vento, che annun­ciano l’arrivo del temporale.
  2. a mulinelli: secondo un movimento circolare, a vortice.
  3. i cavalli incappucciati: i cavalli delle carrozze, con le teste coperte da cappucci.
  4. in faccia al mare: di fronte al mare.
  5. or ... acceso: che a tratti sembra mi­nacciare pioggia (piovorno), a tratti è illu­minato dal sole.
  6. l’ore ... trama: il tempo monotono in cui ogni ora è legata all’altra come in una trama stretta.
  7. castagnette: petardi oppure nacchere. In una lettera del 1928 Montale scrive che «quel suono di castagnette sfuggito alla maglia delle cose è il primo segno che “il tempo esce di squadra” (direbbe Shake­speare)».
  8. un’altra orbita: la possibilità di un’esi­stenza diversa, di una realtà di altro ordine.
  9. tromba di piombo: tromba marina, di colore grigio plumbeo; è il soggetto di orizzonte del verso precedente: il mare in tem­pesta, grigio scuro, si solleva sull’orizzonte.
  10. salso ... nubi: descrive ancora la tromba di piombo: una nuvola (nembo) di acqua salata (salso) che vor­tica, e che il vento sospinge dal mare (il ribelle elemento) verso il cielo.
  11. t’inciampi ... alghe: “inciampare” è usato transitivamente: sono le alghe get­tate a riva dal mare in tempesta che do­vrebbero avvolgere i piedi del “tu” a cui il poeta si sta rivolgendo (e che non ha an­cora nominato).
  12. che ... viaggio: che ti salvi dall’ine­sorabile conclusione della tua esistenza.
  13. immoto andare: un andare che si ri­solve in immobilità (ossimoro).
  14. getto ... violini: la musica vibrante emessa dai violini.
  15. spento ... percossa: suono dei vio­lini che viene zittito, spento, quando, con il rumore che fa una lamiera percossa, si scatena (rotola) il tuono.
  16. sgorga ... Canicola: sorge (sgorga) la bianca stella di Sirio (Canicola); è una perifrasi per indicare l’estate (quando la stella Sirio sorge insieme al sole): allora, nella stagione estiva, la tempesta è dolce.
  17. lunge ... prossima: sembra lonta­na la sera, che invece è ormai vicina (per­ ché le giornate estive durano di più).
  18. se ... s’arrosa: il bagliore del fulmi­ne nel cielo serale disegna come dei rami sullo sfondo di una luce rosata.
  19. il timpano degli tzigani: il timpa­no dell’orchestrina di zingari (detti anche tzigani); il timpano è uno strumento a percussione simile al tamburo. Qui, men­tre il fulmine attraversa il cielo estivo, il timpano dell’orchestra (il poeta aveva citato i violini) emette un rombo silenzioso, affine a un tuono. La musica, insomma, “accompagna” le luci e i suoni della tempesta.
  20. buio che precipita: il buio portato dalla tempesta, che sta oscurando il cielo, oppure il buio della sera che sta scendendo.
  21. globi accesi: i lampioncini accesi per i festeggiamenti (vedi più avanti le lanterne di carta).
  22. un’ombra ... cielo: un’identica oscurità avvolge la terra e il cielo.
  23. dai gozzi ... acetilene: dalle bar­che da pesca lampeggia l’acetilene (com­bustibile per accendere le lampade usate dai pescatori).
  24. goccia ... cielo: dal cielo fremente comincia a piovere.
  25. t’abbevera: assorbe la pioggia.
  26. ti sciaborda: sbatte accanto a te (ma lo sciabordio è quello provocato da un li­quido).
  27. i vimini e le stuoie: le sedie di bambù e le tende, coerenti con l’ambientazione della poesia in una cittadina balneare.
  28. non mai svelte: mai divelte, strap­pate.
  29. un vuoto ... lamenti: il panorama si umanizza, il mare in tempesta contempla­to dall’altro sembra risuonare delle voci di persone che si lamentano.
  30. la tesa ... volge: ti inghiotte di nuovo la distesa dell’ondata consueta (fuor di metafora vuol dire che l’oppri­mente monotonia della vita di sempre si impossessa nuovamente di Arsenio).
  31. ti figge: ti conficca, ti blocca.
  32. vita strozzata: vita soffocata prima della sua completa realizzazione. Potreb­be essere la vita dello stesso Arsenio, op­pure potrebbe trattarsi di un’allusione alla figura della ragazza morta giovane che Montale altrove chiamerà con il nome di Arletta o Annetta (ispirata da una donna realmente conosciuta dal poeta in gioven­tù, Anna degli Uberti).
  33. il vento ... astri: «quel vento che nell’incipit aveva dato l’avvio ai segnali di speranza, ora qui ne cancella anche le trac­ce, incaricandosi di disperderli nello spazio siderale» (come scrivono gli studiosi Pie­tro Cataldi e Floriana d’Amely).