Giovan Battista Marino

Rime

Baci

È una canzone a decretare la fama del giovane Marino. “La canzone dei baci” (come era conosciuta già all’epoca), scritta da un Marino poco più che ventenne, riscuote un enorme successo a Napoli, dove circola manoscritta ancora prima di approdare alla stampa nel 1602, e in seguito è letta e ammirata in tutta Europa. Si tratta di un testo paradigma­tico della prima stagione del poeta: si nota la lezione di Tasso, perché Marino insiste sulla musicalità del verso e sulla parola preziosa, ma allo stesso tempo si registra uno scarto rispetto al grande modello, perché la sensualità del testo è esuberante, senza scrupoli religiosi o morali che la trattengano. Infatti il tema è quello, prediletto da Marino, della passione amorosa, ed è reso con uno stile spumeggiante, che segue il crescendo degli amplessi tra gli amanti sino al languore delle stanze finali. 

    O baci aventurosi1,
    ristoro de’ miei mali,
    che di nettare al cor cibo porgete;
    spiriti rugiadosi,
5   sensi d’Amor vitali,
    che ’n breve giro il viver mio chiudete:
    in voi le più secrete
    dolcezze e più profonde
    provo talor, che con sommessi accenti
10   interrotti lamenti,
    lascivetti desiri,
    languidetti sospiri
    tra rubino e rubino Amor confonde,
    e più d’un’alma in una bocca asconde2.



15   Una bocca omicida,
    dolce d’Amor guerrera,
    cui Natura di gemme arma et inostra3,
    dolcemente mi sfida,
    et schiva e lusinghiera
20   et amante e nemica a me si mostra.
    Entran scherzando in giostra4
    le lingue innamorate:
    baci le trombe son, baci l’offese,
    baci son le contese;
25   quelle labra ch’io stringo
    son l’agone e l’arringo5;
    vezzi son l’onte6,e son le piaghe amate
    quanto profonde più, tanto più grate.



    Tranquilla guerra e cara,
30   ove l’ira è dolcezza,
    Amor lo sdegno e ne le risse è pace;
    ove ’l morir s’impara,
    l’esser prigion7 s’apprezza,
    né men che la vittoria il perder piace.
35   Quel corallo8 mordace,
    che m’offende, mi giova;
    quel dente, che mi fere9 ad ora ad ora,
    quel mi risana ancora;
    quel bacio, che mi priva
40   di vita, mi raviva10:
    ond’io, ch’ho nel morir vita ognor nova,
    per ferito esser più, ferisco a prova11.



    Or trepid’aura e leve12,
    or accento, or sorriso
45   pon freno al bacio a pien non anco impresso.
    Spesso un sol bacio beve
    sospir, parola e riso;
    spesso il bacio vien doppio e ’l bacio spesso
    tronco è dal bacio stesso13.
50   Né sazio avien che lasce
    pur d’aver sete il desir troppo ingordo14:
    suggo15, mordo, rimordo,
    un bacio fugge, un riede16,
    un ne more, un succede,
55   de la morte di quel questo si pasce17
    e pria che mora l’un, l’altro rinasce.



    L’asciutto è caro al core,
    il molle18 è più soave,
    men dolce è quel che mormorando fugge;
60   ma quel che stampa Amore,
    d’ambrosia umido e grave,
    i vaghi spirti dolcemente sugge19.
    Lasso, ma chi mi strugge
    ritrosa il mi contende20
65   in atto sì gentil che ’nvita e nega,
    ricusa insieme e prega.
    Pur amata et amante
    e baciata e baciante
    alfin col bacio il cor mi porge e prende
70   e la vita col cor mi fura e rende21.



    Miro, rimiro et ardo,
    bacio, ribacio e godo,
    e mirando e baciando mi disfaccio22.
    Amor tra ’l bacio e l’ guardo
75   scherza e vaneggia23 in modo
    ch’ebro di tanta gloria24 i’ tremo e taccio:
    ond’ella, che m’ha in braccio,
    lascivamente onesta
    gli occhi mi bacia, e fra le perle25 elette
80   frange due parolette,
    “Cor mio” dicendo; e poi,
    baciando i baci suoi,
    di bacio in bacio a quel piacer mi desta
    che l’alme insieme allaccia e i corpi innesta.



85   Vinta allor dal diletto
    con un sospir sen viene
    l’anima al varco e ’l proprio albergo oblia26,
    ma con pietoso affetto
    la ’ncontra ivi e ritiene
90   l’anima amica, che s’oppon tra via;
    e ’n lei ch’arde e desia,
    già languida e smarrita,
    d’un vasel di rubin27 tal pioggia versa
    di gioia che, sommersa
95   in quel piacer gentile
    cui presso ogni altro è vile,
    baciando l’altra, ch’a baciar la ’nvita,
    al fin ne more e quel morire è vita.



    Deh taci, o lingua sciocca,
100   senti la dolce bocca
    che ti rappella28 e dice: “Or godi e taci”,
    e per farti tacer raddoppia i baci.





Metro: canzone di sette strofe con sche­ma abCabCcdEeffDD e congedo con sche­ma aaBB. 

TEMA E FORMA, OLTRE PETRARCA   Dal punto di vista metrico, la canzone rispetta il modello petrarchesco, con le strofe articolate in fronte e sirma e un congedo finale. Marino è fra gli ultimi a dedicarsi con regolarità a questo metro: nel Seicento, infatti, la canzone petrarchesca cadrà in disuso, e sarà sostituita o dalla canzonetta inventata da Chiabrera o dall’ode. Possiamo notare, però, che anche il testo di Marino ha una sua particolarità metrica: in deroga rispetto a ciò che prescriveva Dante nel De vulgari eloquentia, i settenari sono più degli endecasillabi (il rapporto, in ogni stanza, è di 11 a 7). Ciò conferisce alla canzone una cadenza leggera e sensuale, che si adatta molto bene a illustrare la passione amorosa. Il ritmo del testo, infatti, con le sue pause e accelerazioni (evidenti, per esempio, quelle ai vv. 52-54 e ai vv. 71-72) scandisce un lungo crescendo che mima l’impeto della passione. Nell’ultima stanza, appena prima del congedo, questa infinita serie di baci si scioglie nella descrizione dell’orgasmo, con l’anima dell’amante che quasi abbandona il corpo (v. 98).

IL BACIO E LA PASSIONE AMOROSA   Sin dai primi versi i baci dei due amanti occupano il centro della scena. Marino stila un catalogo quasi maniacale (in particolare ai vv. 43-62), distinguendo questi baci per tipo e per il modo in cui vengono dati; talvolta, poi, i baci sono richiamati dalle labbra, designate con una ricca serie di metafore coloristiche (rubino, v. 13, corallo, v. 35; e i denti della donna sono perle, v. 79). Tutta la canzone, insomma, è una variazione virtuosistica (perché raffinata e molto elegante) dello stesso tema, il bacio appunto. Questo tipo di approccio, legato alle modalità della rappresentazione più che all’oggetto rappresentato, è caro alla sensibilità barocca. L’enorme successo della “canzone dei baci” è dovuto anche al modo nuovo e sorprendente con cui Marino sa trattare un argomento già affrontato da altri.

L’INGEGNO METAFORICO   Per esempio il topos dell’amore come guerra, che già ritroviamo in Dante e in Petrarca, in Marino assume una connotazione erotica del tutto inedita. Il poeta, infatti, non si limita a definire la donna amante e nemica (v. 20), ma descrive concretamente il combattimento che ne risulta: sono addirittura le lingue a sfidarsi a duello, entrando in giostra come due cavalieri (vv. 21-22). Una fitta schiera di termini tecnici (v. 26) consolida questa audace metafora, che sfocia poi in una serie di altri paradossi: la guerra di solito dispensa la morte, ma nel caso del poeta, che desidera ardentemente questo “duello amoroso”, le ferite equivalgono alla guarigione e il bacio della donna equivale alla vita (vv. 35-42). Questo tipo di ragionamento, che procede per opposizioni e per contrari (come si nota anche nella conclusione al v. 98), agli occhi del lettore barocco dimostrava l’ “ingegno” di Marino ed era perciò indice dell’alta qualità letteraria del testo. 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Riassumi in una sintesi di non più di 140 battute il contenuto di ogni strofa.



ANALIZZARE


2. Scegli cinque metafore fra le numerosissime usate da Marino, e spiegane il significato.



3. Individua cinque antitesi e chiarisci l’effetto paradossale che producono.



4. Individua alcuni esempi di allitterazioni e paronomasie nel testo, descrivendone l’effetto.



5. Marino usa la tecnica dell’enumerazione e dell’elenco. Individua alcuni esempi e spiega quali effetti producono.



INTERPRETARE


6. In che modo Marino affronta l’argomento “bacio” in maniera nuova rispetto alla tradizione?



7. Conosci altri autori della tradizione letteraria che abbiano trattato la sensualità e l’eros in maniera così esplicita?



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  1. aventurosi: felici fortunati.
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  3. interrotti ... asconde: Amore mischia tra le labbra (rubino e rubino) lamenti interrotti, desideri sensuali, sospiri estenuati, e nasconde due anime in una sola bocca.
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  5. inostra: arricchisce; letteralmente il verbo significa “adornare con la porpora” (ostrum in latino): il riferimento va al colore delle labbra.
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  7. giostra: il duello tra due cavalieri a cavallo, armati di lancia. Qui, per metafora, i cavalieri sono le lingue (v. 22) degli amanti, che durante il bacio si toccano e si stringono come in una lotta.
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  9. l’agone e l’arringo: entrambe le parole significano “il campo di battaglia”. Più precisamente, arringo indicava lo spazio dove si tenevano i tornei cavallereschi (la giostra del v. 21).
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  11. vezzi son l’onte: le offese sono delizie.
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  13. prigion: prigionieri.
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  15. corallo: labbro, sempre per via del colore rosso.
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  17. mi fere: mi ferisce. La metafora è ancora quella della guerra (v. 29): si tratta dunque delle ferite d’amore, che il bacio procura e allo stesso tempo guarisce (risana, v. 38).
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  19. mi raviva: mi dà nuova vita.
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  21. per ferito ... a prova: faccio a gara (a prova) nel ferire (nel senso del v. 37) la mia donna, ma solo per essere ferito maggiormente da lei.
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  23. trepid’aura e leve: un sospiro timoroso e appena accennato.
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  25. e ’l bacio ... stesso: il bacio è interrotto da un altro bacio.
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  27. Né sazio ... ingordo: non accade mai che il desiderio, troppo ingordo per essere sazio, smetta (lasce) di aver sete (cioè di desiderare altri baci).
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  29. suggo: succhio.
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  31. riede: ritorna.
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  33. si pasce: si nutre.
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  35. molle: bagnato.
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  37. ma quel ... sugge: ma il bacio che dà Amore, umido e carico di ambrosia, risucchia dolcemente i bei sensi vitali. Nella mitologia antica l’ambrosia, insieme al nettare (v. 3), costituiva il cibo di cui si nutrivano gli dèi.
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  39. Lasso ... contende: me infelice (Lasso), ma la donna che mi fa soffrire d’amore (strugge), opponendo resistenza (ritrosa), me lo contende (il bacio).
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  41. mi fura e rende: mi ruba e mi restituisce.
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  43. mi disfaccio: oggi diremmo “mi sciolgo”.
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  45. vaneggia: si comporta da bambino.
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  47. ebro ... gloria: ubriaco di felicità.
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  49. le perle: i denti.
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  51. e ’l proprio albergo oblia: dimentica la propria sede.
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  53. d’un vasel di rubin: dalle labbra.
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  55. rappella: richiama.
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