Gian Vincenzo Gravina

Della ragion poetica

Basta con la “meraviglia”!

Il trattato Della ragion poetica viene pubblicato nel 1708, ed è una sistemazione definitiva del pensiero estetico e critico di Gravina. L’opera si divide in due libri: il primo è dedicato alla poesia classica greco-latina, mentre il secondo si occupa della poesia volgare. Gravina propone come fondamento dell’opera poetica il principio di verosimiglianza. A suo parere, l’artista deve abbandonare la ricerca del “meraviglioso” (tipica categoria del Barocco) e usare invece la sua immaginazione e la sua fantasia in vista di una più fedele e vera rappresentazione della realtà.

Ma per ridurci al nostro principio1, è la poesia una maga2, ma salutare, ed un delirio che sgombra le pazzie. È ben noto quel che gli antichi favoleggiarono3 d’Anfione e d’Orfeo4, dei quali si legge che l’uno col suon della lira trasse le pietre e l’altro le bestie; dalle quali favole si raccoglie5 che i sommi poeti con la dolcezza del canto poteron piegare il rozzo genio degli uomini e ridurli alla vita civile. Ma questi son rami e non radici, e fa d’uopo cavar più a fondo per rinvenirle ed aprire per entro le antiche favole un occulto sentiero onde si possa conoscere il frutto di tali incantesimi e ’l fine al quale furono indirizzati6. Nelle menti volgari, che sono quasi d’ogni parte involte tra le caligini della fantasia, è chiusa l’entrata agli eccitamenti del vero e delle cognizioni universali7. Perché dunque possano ivi8 penetrare, convien disporle in sembianza proporzionata alle facoltà dell’immaginazione ed in figura atta a capire adeguatamente in quei vasi9; onde bisogna vestirle d’abito materiale e convertirle in aspetto sensibile, disciogliendo l’assioma universale ne’ suoi individui in modo che in essi, come fonte per li suoi rivi, si diffonda e per entro di loro s’asconda, come nel corpo lo spirito10. Quando le contemplazioni avranno assunto sembianza corporea, allora troveranno l’entrata nelle menti volgari, potendo incamminarsi per le vie segnate dalle cose sensibili; ed in tal modo le scienze pasceranno dei frutti loro anche i più rozzi cervelli11.

LA FUNZIONE CONOSCITIVA DELL’ARTE Per una mente razionale, la poesia con i suoi artifici rappresenta una pazzia, in quanto travestimento e stravolgimento della realtà. Ma per una mente ignorante (e cioè malata di una pazzia “naturale”, nel senso di incolpevole e ingenua) questo travestimento e questo stravolgimento possono essere positivi, perché portano con sé dei germi di conoscenza. Se i dotti possono raggiungere la conoscenza e la verità attraverso il ragionamento e lo studio, il popolo può farlo solo attraverso la mediazione dei miti, della poesia, e insomma dell’arte. Le idee di Gravina sono molto vicine a quelle del sensismo: attraverso le immagini evocate dal poeta, che stimolano i sensi degli uomini, i concetti contenuti all’interno del testo poetico possono essere assorbiti e compresi anche da coloro che non sarebbero in grado di appropriarsene mediante il pensiero razionale. L’arte e l’immaginazione sono insomma non dei semplici trastulli ma mezzi fondamentali grazie ai quali le «menti volgari» e i «rozzi cervelli», cioè le persone comuni, che sono la maggior parte, possono arrivare alla cognizione del vero: l’arte e la letteratura – che la fantasia barocca votava al diletto, alla «meraviglia» – hanno dunque soprattutto, per Gravina, una funzione conoscitiva.

UNA PROSA RAZIONALISTICA E POETICA La prosa di Gravina è molto sostenuta, a tratti ampollosa, ma presenta alcune novità di rilievo: tende infatti alla chiarezza, alla fluidità armonica, alla razionalità (pur senza rinunciare all’uso di figure poetiche) e rifugge dalle complicazioni concettose del Barocco.
È una prosa votata al razionalismo e alla chiarezza compositiva: scrittore e lettore procedono lungo le linee del ragionamento guidati da segnali molto chiari; l’argomentazione è serrata e marcata da connettivi forti. «Ma per ridurci» della prima riga introduce l’argomento nuovo; «È ben noto» richiama un principio di autorità affidata all’autorevolezza del mito. La frase finale contiene una dimostrazione che inizia con una premessa («Quando le contemplazioni avranno assunto…») a cui seguono la conseguenza necessaria («allora troveranno…») e una conclusione («ed in tal modo…»).
Gravina, tuttavia, crede nella forza dell’immaginazione: anche in prosa arricchisce il suo stile con metafore e similitudini (per esempio, dice che «la poesia [è] una maga» e un «delirio», parla di «caligini della fantasia», nella metafora finale introduce i «frutti delle scienze» che «pasceranno […] i più rozzi cervelli», e non rinuncia a un efficace e brillante parlare “figurato”.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Illustra le principali tecniche argomentative usate dall’autore (esempi, definizioni, riferimenti alla tradizione e al mito, consequenzialità logiche come «Perché … convien … onde … in modo che…»).

2 La poesia viene definita maga e delirio. Perché?

3 Come si spiega, nella dinamica del testo, il riferimento ad Anfione e Orfeo?

4 Qual è il significato dell’espressione «in figura atta a capire adeguatamente in quei vasi»?

ANALIZZARE

5 Il poeta parla di rami e radici: quale figura retorica usa? Spiegane il significato.

6 Compare la parola vasi. Di quale figura retorica si tratta?

INTERPRETARE

7 Il breve testo di Gravina fa riferimento al mito di Orfeo: che cosa narra tale mito? Nelle opere di quali autori da te già studiati compare, non solo nella letteratura italiana? Che cosa cambia nelle diverse letture che ne danno gli autori da te individuati?

8 Qual è il rapporto tra i poeti colti e le menti volgari? Ti pare che sia in linea con il programma della “repubblica democratica” dell’Arcadia?

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  1. Ma… principio: ma per tornare al proposito iniziale.
  2. maga: già in precedenza (capitolo 4) Gravina aveva chiamato Omero “mago”: la poesia è un «mirabile incanto di fantasia», perché «la mente astraendosi dal vero, s’immerge nel finto». L’autore procede qui per paradossi e ossimori. La poesia non è solo una magia che porta salvezza (salutare), ma è anche un disturbo dell’intelletto (delirio) che sana la pazzia.
  3. favoleggiarono: scrissero favole, miti (su).
  4. d’Anfione e d’Orfeo: si tratta di due mitici poeti dell’antica Grecia. Anfione, re di Tebe, avrebbe costruito le mura della città facendo spostare (trasse) le pietre con il suono della lira. Di Orfeo, invece, si diceva che con il canto potesse far muovere le piante e commuovere gli animali.
  5. si raccoglie: si deduce.
  6. Ma questi … indirizzati: ma questi episodi sono fenomeni esteriori (rami) e non cause profonde (radici), ed è necessario scavare («fa d’uopo cavar») più a fondo per trovarle (rinvenirle, le cause) e tracciare (aprire) all’interno delle favole antiche un sentiero nascosto grazie al quale (onde) si possa riconoscere il senso (frutto) di tali miti (incantesimo, continua l’accostamento tra la poesia e le arti magiche) e lo scopo (fine) per il quale furono composti (indirizzati).
  7. Nelle menti … universali: nelle menti del popolo (volgari, e cioè del volgo, che non ha ricevuto un’educazione), che sono quasi del tutto avvolte dalle nebbie (caligini) dell’immaginazione (fantasia), è chiuso l’ingresso alla passione (eccitamenti) per il vero e per i concetti generali (cognizioni universali).
  8. ivi: lì, nelle menti volgari.
  9. convien … vasi: occorre (convien) dare loro una veste («disporle in sembianza») adattata (proporzionata) alle loro facoltà immaginative e una forma adeguata (figura atta) a essere adeguatamente contenuta (capire) da quegli intelletti (vasi, la mente umana viene rappresentata come un contenitore).
  10. onde … spirito: bisogna quindi (onde) dare loro un aspetto («vestirle d’abito», i soggetti sono ancora il vero e la conoscenza) materiale e dare loro (convertirle) una forma sensibile, separando (disciogliendo) il principio generale (assioma universale) negli elementi che lo compongono (individui), così che, come la sorgente (fonte) da cui nascono diversi ruscelli (rivi), in quegli elementi si diffonda e si nasconda (s’asconda), come fa lo spirito nel corpo.
  11. Quando … cervelli: quando questi concetti astratti (contemplazioni) avranno preso una forma sensibile (sembianza corporea), allora potranno entrare nelle menti del popolo, perché potranno incamminarsi sui sentieri tracciati (segnate) dalle cose sensibili (potranno cioè farsi forza delle esperienze sensoriali già note all’uomo); e così le scienze nutriranno («pasceranno dei frutti loro») anche le menti più rozze.