Giacomo Leopardi

Operette morali

Cantico del Gallo Silvestre

Quello del gallo silvestre è un mito tramandato – nella finzione del racconto leopardiano – da «alcuni maestri e scrittori ebrei». Leopardi immagina che sia stata ritrovata una pergamena con le parole che questo gallo mitologico rivolge agli uomini, e decide di tradurla. Ripropone, dunque, l’artificio narrativo del manoscritto antico del quale l’autore entra in possesso: lo stesso artificio sfruttato da Manzoni nei Promessi Sposi (e poi da innumerevoli altri scrittori, per esempio da Umberto Eco nel Nome della rosa). Leopardi si serve di questo artificio anche in un’altra operetta, il Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco: «Questo Frammento, che io per passatempo ho recato dal greco in volgare, è tratto da un codice a penna che trovavasi alcuni anni sono, e forse ancora si trova, nella libreria dei monaci del monte Athos». Dobbiamo sempre ricordare che Leopardi è un filologo classico, e ha dunque una certa confidenza con i manoscritti (o codici) antichi. In più, qui l’artificio della pergamena ritrovata serve a esibire un’erudizione da “iniziato” (“iniziati” si definiscono coloro che sono ammessi ai riti religiosi più segreti) che ha l’effetto di affascinare il lettore (e il fascino di questa esibita e un po’ misteriosa erudizione è rimasto intatto, se è vero che se ne sono giovati in non piccola parte i romanzi di Eco Il nome della rosa o Il pendolo di Foucault).

Affermano alcuni maestri e scrittori ebrei, che tra il cielo e la terra, o vogliamo dire mezzo nell’uno e mezzo nell’altra, vive un certo gallo salvatico; il quale sta in sulla terra coi piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo. Questo gallo gigante, oltre a varie particolarità che di lui si possono leggere negli autori predetti, ha uso di ragione; o certo, come un pappagallo, è stato ammaestrato, non so da chi, a profferir parole a guisa1 degli uomini: perocché2 si è trovato in una cartapecora3 antica, scritto in lettera ebraica4, e in lingua tra caldea, targumica, rabbinica, cabalistica e talmudica5, un cantico intitolato, Scir detarnegòl bara letzafra, cioè Cantico mattutino del gallo silvestre: il quale, non senza fatica grande, né senza interrogare più d’un rabbino, cabalista, teologo, giurisconsulto6 e filosofo ebreo, sono venuto a capo d’intendere, e di ridurre in volgare7 come qui appresso si vede. Non ho potuto per ancora ritrarre8 se questo Cantico si ripeta dal gallo di tempo in tempo, ovvero tutte le mattine; o fosse cantato una volta sola; e chi l’oda cantare, o chi l’abbia udito; e se la detta lingua sia proprio la lingua del gallo, o che il Cantico vi fosse recato da qualche altra9. Quanto si è al volgarizzamento infrascritto10; per farlo più fedele che si potesse (del che mi sono anche sforzato in ogni altro modo), mi è paruto11 di usare la prosa piuttosto che il verso, se bene in cosa poetica12. Lo stile interrotto, e forse qualche volta gonfio13, non mi dovrà essere imputato; essendo conforme a quello del testo originale: il qual testo corrisponde in questa parte all’uso delle lingue14, e massime15 dei poeti, d’oriente.

Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in sulla terra e partonsene le immagini vane16. Sorgete; ripigliatevi la soma17 della vita; riducetevi18 dal mondo falso nel vero.
Ciascuno in questo tempo19 raccoglie e ricorre coll’animo20 tutti i pensieri della sua vita presente; richiama alla memoria i disegni, gli studi e i negozi21; si propone22 i diletti e gli affanni che gli sieno per intervenire23 nello spazio del giorno nuovo. E ciascuno in questo tempo è più desideroso che mai, di ritrovar pure nella sua mente aspettative24 gioconde, e pensieri dolci. Ma pochi sono soddisfatti di questo desiderio: a tutti il risvegliarsi è danno. Il misero non è prima desto25, che egli ritorna nelle mani dell’infelicità sua. Dolcissima cosa è quel sonno, a conciliare il quale concorse o letizia o speranza. L’una e l’altra insino alla vigilia del dì seguente, conservasi intera e salva; ma in questa, o manca o declina26.
Se il sonno dei mortali fosse perpetuo, ed una cosa medesima colla vita; se sotto l’astro diurno27, languendo per la terra in profondissima quiete tutti i viventi28, non apparisse opera29 alcuna; non muggito di buoi per li prati, né strepito di fiere per le foreste, né canto di uccelli per l’aria, né susurro d’api o di farfalle scorresse per la campagna; non voce, non moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle tempeste, sorgesse in alcuna banda30; certo l’universo sarebbe inutile; ma forse che vi si troverebbe o copia31 minore di felicità, o più di miseria32, che oggi non vi si trova? Io dimando a te, o sole, autore del giorno e preside della vigilia33: nello spazio dei secoli da te distinti e consumati34 fin qui sorgendo e cadendo, vedesti tu alcuna volta un solo infra i viventi essere beato?35 Delle opere innumerabili dei mortali da te vedute finora, pensi tu che pur una ottenesse l’intento suo, che fu la soddisfazione, o durevole o transitoria, di quella creatura che la produsse36? Anzi vedi tu di presente37 o vedesti mai la felicità dentro ai confini del mondo? in qual campo soggiorna, in qual bosco, in qual montagna, in qual valle, in qual paese abitato o deserto, in qual pianeta dei tanti che le tue fiamme illustrano38 e scaldano? Forse si nasconde dal tuo cospetto, e siede nell’imo delle spelonche39, o nel profondo della terra o del mare? Qual cosa animata ne partecipa40; qual pianta o che altro che tu vivifichi; qual creatura provveduta o sfornita di virtù vegetative o animali41? E tu medesimo, tu che quasi un gigante instancabile, velocemente, dì e notte, senza sonno né requie, corri42 lo smisurato cammino che ti è prescritto; sei tu beato o infelice?43

Mortali, destatevi. Non siete ancora liberi dalla vita. Verrà tempo, che niuna forza di fuori, niuno intrinseco movimento44, vi riscoterà dalla quiete del sonno; ma in quella sempre e insaziabilmente riposerete. Per ora non vi è concessa la morte: solo di tratto in tratto vi è consentita per qualche spazio di tempo una somiglianza di quella45. Perocché46 la vita non si potrebbe conservare se ella non fosse interrotta frequentemente. Troppo lungo difetto47 di questo sonno breve e caduco48, è male per sé mortifero49, e cagione di sonno eterno. Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di morte50.
Pare che l’essere delle cose51 abbia per suo proprio ed unico obbietto52 il morire. Non potendo morire quel che non era, perciò dal nulla scaturirono le cose che sono. Certo l’ultima causa dell’essere53 non è la felicità; perocché54 niuna cosa è felice. Vero è che le creature animate si propongono questo fine in ciascuna opera loro; ma da niuna l’ottengono: e in tutta la loro vita, ingegnandosi, adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per altro, e non si affaticano, se non per giungere a questo solo intento della natura, che è la morte.
A ogni modo, il primo tempo del giorno suol essere ai viventi il più comportabile55. Pochi in sullo svegliarsi ritrovano nella loro mente pensieri dilettosi e lieti; ma quasi tutti se ne producono e formano di presente56: perocché gli animi in quell’ora, eziandio senza materia alcuna speciale e determinata57, inclinano sopra tutto alla giocondità, o sono disposti più che negli altri tempi alla pazienza58 dei mali.

Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, trovavasi occupato dalla disperazione; destandosi, accetta novamente nell’animo la speranza, quantunque ella in niun modo se gli convenga59. Molti infortuni e travagli propri60, molte cause di timore e di affanno, paiono in quel tempo minori assai, che non parvero la sera innanzi. Spesso ancora, le angosce del dì passato sono volte in dispregio, e quasi per poco in riso61 come effetto di errori, e d’immaginazioni vane. La sera è comparabile alla vecchiaia; per lo contrario, il principio del mattino somiglia alla giovanezza: questo per lo più racconsolato e confidente62; la sera trista, scoraggiata e inchinevole63 a sperar male. Ma come la gioventù della vita intera, così quella che i mortali provano in ciascun giorno, è brevissima e fuggitiva; e prestamente anche il dì si riduce per loro in età provetta64.
Il fior degli anni65, se bene è il meglio della vita, è cosa pur misera. Non per tanto66, anche questo povero bene manca in sì piccolo tempo, che quando il vivente67 a più segni si avvede della declinazione del proprio essere, appena ne ha sperimentato la perfezione68, né potuto sentire e conoscere pienamente le sue proprie forze, che già scemano69. In qualunque genere di creature mortali, la massima parte del vivere è un appassire. Tanto70 in ogni opera sua la natura è intenta e indirizzata alla morte: poiché71 non per altra cagione la vecchiezza prevale sì manifestamente, e di sì gran lunga, nella vita e nel mondo. Ogni parte dell’universo si affretta infaticabilmente alla morte, con sollecitudine e celerità mirabile. Solo l’universo medesimo apparisce immune dallo scadere e languire72: perocché73 se nell’autunno e nel verno74 si dimostra quasi infermo e vecchio, nondimeno sempre alla stagione nuova75 ringiovanisce. Ma siccome76 i mortali, se bene in sul primo tempo di ciascun giorno racquistano alcuna parte di giovanezza, pure invecchiano tutto dì77, e finalmente78 si estinguono; così l’universo, benché nel principio degli anni ringiovanisca, nondimeno continuamente invecchia. Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta79. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti80, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio81; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima82, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano83 mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso84, si dileguerà e perderassi.85

IL SONNO E LA VEGLIA Il gallo del bosco (silvestre) richiama gli uomini alla vita, dopo il sonno notturno: alla realtà dopo il sogno e dunque all’infelicità dopo l’illusione e la speranza. Se tutto fosse dominato da un continuo sonno «l’universo sarebbe inutile», ma non per questo la vita sarebbe più infelice. Il gallo chiede al sole, che ha osservato susseguirsi generazioni e generazioni sulla Terra, se abbia mai visto una persona felice e soddisfatta, o anche solo una pianta o un animale, e se lui stesso sia felice (da «Su, mortali, destatevi» a «sei tu beato o infelice?»).
Gli uomini devono svegliarsi e abbandonare la quiete che li avvolge: quell’anticipo di morte che è il sonno è la sola cosa che rende sopportabile la vita. Le cose, infatti, sembra che abbiano come unico scopo la morte, e non la felicità: infatti, nessuna cosa è felice, per quanto aspiri sempre a esserlo (da «Mortali, destatevi» a « pazienza dei mali»).
Il mattino è la parte migliore della giornata, perché la mente riposata si riempie subito di pensieri lieti: gli affanni della sera sono spariti e si è pieni di speranza. In un paragone tra la durata del giorno e la durata della vita, la sera equivale alla vecchiaia e il mattino alla giovinezza: e, come la giovinezza, il mattino dura un attimo e si tramuta in una maturità lunga e infelice. «La massima parte del vivere è un appassire»: ne consegue, quindi, che ogni essere vivente è indirizzato alla morte. Solo l’universo sembra non invecchiare, ma è un’illusione, un errore di prospettiva: anch’esso un giorno sparirà. In questo modo, il mistero della vita cesserà senza che nessuno ne abbia compreso l’origine e il motivo (da «Onde se alcuno» a «si dileguerà e perderassi.»).
In nota, Leopardi prende le distanze da questa idea, dicendo che è un’immagine poetica: essa implica, infatti, la creazione dell’universo e la creazione implica un creatore. Per Leopardi, come non è esistito un inizio dell’universo, così non ne esisterà una fine. Nella sua filosofia, non esiste un dio creatore, ma non esiste nemmeno una spiegazione alternativa dell’origine del mondo e della vita.

LE DOMANDE FILOSOFICHE SULLA FELICITÀ Il Cantico mostra, oltre al titolo, almeno un’altra somiglianza con il Canto notturno: in entrambi vengono poste domande filosofiche a un astro. Il gallo è animale diurno per eccellenza e dunque si rivolge al sole. Si suppone, infatti, che il sole e la luna, grazie alla loro vita apparentemente eterna, conoscano quelle verità che l’uomo, nella sua finitezza, non riesce ad afferrare. Se nel Canto notturno la luna riceveva domande sulla vita in generale, nel Cantico il gallo è interessato a un aspetto particolare della vita, cioè alla felicità.
Le domande poste al sole sono sette. Il numero non è casuale, visto che il sette è frequente nella Bibbia: tanti sono i giorni della creazione, gli anni di abbondanza e di carestia al tempo del patriarca Giuseppe, gli anni per costruire il tempio di Salomone, i bracci della Menorah (il candelabro ebraico).
Nell’ultima domanda, il gallo allude alla noia che il sole eventualmente potrebbe provare nello svolgere il suo compito:«tu che quasi un gigante instancabile, velocemente, dì e notte, senza sonno né requie, corri lo smisurato cammino che ti è prescritto; sei tu beato o infelice?». Nel Canto notturno, invece, il problema della noia è posto esplicitamente in riferimento al gregge: «giammai tedio non provi. / Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe, / tu se’ queta e contenta; / e gran parte dell’anno / senza noia consumi in quello stato».

LO STILE INTERROTTO E GONFIO Il Cantico è, nella finzione di Leopardi, la traduzione di un testo antico. Solo il paragrafo iniziale è scritto da Leopardi senza la mediazione del manoscritto ritrovato. Nel Cantico vero e proprio, quello che si finge tradotto dall’ebraico, Leopardi, da bravo filologo, cerca di mantenere alcune caratteristiche del testo originale, che, come spiega nell’introduzione, è scritto con uno stile interrotto e talora gonfio. Possiamo rintracciare lo stile interrotto nelle numerose frasi che hanno un’estensione ridotta o minima, per esempio:

Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in sulla terra e partonsene le immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero»; «Mortali, destatevi. Non siete ancora liberi dalla vita. Verrà tempo, che niuna forza di fuori, niuno intrinseco movimento, vi riscoterà dalla quiete del sonno; ma in quella sempre e insaziabilmente riposerete.

Potremmo dire che, come lo stile è interrotto, così anche lo svolgimento del pensiero è “interrotto”. Non siamo cioè di fronte a un flusso continuo di idee concatenate, ma – in particolare tra un paragrafo e l’altro – avvertiamo degli scalini, dei salti, come se l’argomentazione procedesse per punti. Si noti, inoltre, che le righe da «Onde se alcuno» a «si dileguerà e perderassi.» riprendono idee espresse precedentemente nelle righe da «richiama alla memoria» a «o manca o declina» e da «Vero è che le creature» a «pensieri dilettosi e lieti»: il che lascia un’impressione di durezza sul piano del contenuto, analoga allo stile interrotto sul piano della forma.
La seconda caratteristica, la stile gonfio, è ottenuta grazie all’abbondanza di figure retoriche. Si notino queste frasi basate sull’accumulazione, arricchita da parallelismi e anafore: «non muggito di buoi per li prati, né strepito di fiere per le foreste, né canto di uccelli per l’aria, né susurro d’api o di farfalle scorresse per la campagna; non voce, non moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle tempeste»; «in qual campo soggiorna, in qual bosco, in qual montagna, in qual valle, in qual paese abitato o deserto, in qual pianeta dei tanti che le tue fiamme illustrano e scaldano?»; «Qual cosa animata ne partecipa; qual pianta o che altro che tu vivifichi; qual creatura provveduta o sfornita di virtù vegetative o animali?».
Queste altre frasi, invece, sono costruite attraverso personificazioni, metafore e similitudini: «o sole, autore del giorno e preside della vigilia» (personificazione: autore, preside); «[sole] tu che quasi un gigante instancabile [...] corri lo smisurato cammino che ti è prescritto» (personificazione: gigante; metafora: corri, cammino); «La sera è comparabile alla vecchiaia; per lo contrario, il principio del mattino somiglia alla giovanezza» (similitudini: comparabile alla vecchiaia, somiglia alla giovanezza). 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Riassumi il contenuto informativo del testo in non più di 10 righe.



ANALIZZARE


2. Sulla base di quanto indicato nel Commento, individua qualche altro esempio di stile interrotto.



3. «Su, mortali, destatevi»: queste tre parole riassumono il nucleo del discorso che segue. In che modo? Nello specifico, a che cosa vengono invitati i mortali?



4. Individua i pronomi presenti nel periodo «E ciascuno in questo tempo è più desideroso che mai, di ritrovar pure nella sua mente aspettative gioconde, e pensieri dolci. Ma pochi sono soddisfatti di questo desiderio: a tutti il risvegliarsi è danno». Qual è, a tuo parere, il motivo della loro presenza?



5. Perché, per Leopardi, le prime ore del giorno sono meno negative?



CONTESTUALIZZARE


6. Cerca in rete o nella tua biblioteca personale gli incipit dei romanzi I promessi sposi di Alessandro Manzoni e Il nome della rosa di Umberto Eco e confrontali con l’inizio del Cantico del gallo silvestre : riscontri delle analogie?



7. Confronta le conclusioni del Cantico del Gallo Silvestre con il messaggio contenuto nella Ginestra.



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  1. a guisa: nello stesso modo.
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  3. perocché: infatti.
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  5. cartapecora: pergamena, fatta appunto con la pelle delle pecore.
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  7. lettera ebraica: alfabeto ebraico.
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  9. caldea... talmudica: «Il caldeo è l’aramaico; il targumico è la lingua dei tagumim, “traduzioni” (per eccellenza quelle della Bibbia in aramico); il rabbinico è il neo-ebraico usato dai rabbini [...]; cabalistico è la lingua (ebraica) della Qabbalah, l’insieme dei testi esoterici; il talmudico è la lingua, prevalentemente aramaica, del Talmud, corpo di scritture soprattutto giuridiche» (G. Contini).
  10. \r
  11. giurisconsulto: studioso di diritto.
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  13. ridurre in volgare: tradurre in italiano.
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  15. ritrarre: comprendere.
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  17. recato da qualche altra: tradotto da un altro linguaggio.
  18. \r
  19. Quanto ... infrascritto: per quanto riguarda la traduzione seguente.
  20. \r
  21. paruto: parso opportuno.
  22. \r
  23. se ... poetica: sebbene si tratti in originale di un testo poetico.
  24. \r
  25. interrotto ... gonfio: discontinuo, fatto di brevi membri coordinati, e forse qualche volta enfatico.
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  27. in ... lingue: sotto questo aspetto all’uso consueto che viene fatto nelle lingue.
  28. \r
  29. massime: soprattutto.
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  31. vane: si allontanano i sogni; i sogni sono una delle poche forme di illusione concesse all’uomo come motivo di piacere.
  32. \r
  33. soma: peso.
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  35. riducetevi: ritornate.
  36. \r
  37. in questo tempo: di prima mattina, appena svegli.
  38. \r
  39. ricorre coll’animo: esamina con la mente.
  40. \r
  41. i disegni, gli studi e i negozi: i progetti, gli interessi e le occupazioni.
  42. \r
  43. si propone: si prospetta.
  44. \r
  45. gli ... intervenire: gli stanno per capitare.
  46. \r
  47. aspettative: speranze, attese.
  48. \r
  49. non è prima desto: si è appena svegliato.
  50. \r
  51. a conciliare ... declina: a conciliare il sonno sono intervenute la gioia o la speranze. Entrambe si conservano intere e intatte fino al risveglio del giorno seguente: a quel punto vengono meno (manca) o diminuiscono (declina).
  52. \r
  53. l’astro diurno: il sole.
  54. \r
  55. languendo ... viventi: mentre tutti gli animali e gli uomini riposassero.
  56. \r
  57. opera: attività.
  58. \r
  59. in alcuna banda: in qualche luogo.
  60. \r
  61. copia: quantità.
  62. \r
  63. miseria: infelicità.
  64. \r
  65. preside della vigilia: che presiedi alle ore di veglia.
  66. \r
  67. distinti e consumati: distinti gli uni dagli altri, cioè misurati, e poi distrutti.
  68. \r
  69. un solo ... beato?: una sola persona fra quelle vive che fosse beata?
  70. \r
  71. che pur ... produsse: che almeno un’opera abbia raggiunto il suo obiettivo, cioè la soddisfazione, permanente o temporanea, della persona che l’ha pensata e compiuta.
  72. \r
  73. di presente: in questo momento.
  74. \r
  75. che ... illustrano: che i tuoi raggi illuminano.
  76. \r
  77. imo delle spelonche: nel fondo delle grotte (imo è latinismo).
  78. \r
  79. Qual ... partecipa: quale animale o quale uomo (cosa animata) ha una parte di felicità.
  80. \r
  81. provveduta ... animali: provvista o sprovvista delle virtù vegetative (proprie delle piante) o di quelle animali (proprie, appunto, degli animali).
  82. \r
  83. corri: percorri.
  84. \r
  85. Annota Leopardi: «Come un buon numero di Gentili e di Cristiani antichi, molti anco degli Ebrei (tra’ quali Filone di Alessandria, e il rabbino Mosè Maimonide) furono di opinione che il sole, e similmente i pianeti e le stelle, avessero anima e vita».
  86. \r
  87. niuna ... movimento: nessuna forza esterna (per esempio un rumore, una spinta), nessun movimento interno (per esempio un sogno).
  88. \r
  89. una somiglianza di quella: il sonno come figurazione della morte.
  90. \r
  91. Perocché: tuttavia.
  92. \r
  93. difetto: mancanza.
  94. \r
  95. caduco: che cessa di esistere rapidamente, passeggero.
  96. \r
  97. è ... mortifero: (l’assenza prolungata di sonno) è un male che da solo conduce alla morte.
  98. \r
  99. che a portarla ... morte: che per sopportarla (a portarla), è necessario (fa di bisogno) riprendere un po’ di fiato (lena) deponendo il suo peso, e ristorarsi con il sapore e quasi con una piccola porzione di morte.
  100. \r
  101. l’essere delle cose: la natura costitutiva delle cose, la loro essenza.
  102. \r
  103. obbietto: scopo.
  104. \r
  105. causa dell’essere: ragione dell’esistenza.
  106. \r
  107. perocché: visto che.
  108. \r
  109. comportabile: sopportabile.
  110. \r
  111. di presente: subito.
  112. \r
  113. eziandio ... determinata: anche senza un motivo specifico e preciso.
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  115. pazienza: sopportazione.
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  117. quantunque ... convenga: per quanto in nessun modo la speranza si addica alla sua condizione.
  118. \r
  119. Molti ... propri: molte sventure e sofferenze vere e proprie.
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  121. sono ... riso: sono oggetto di disprezzo e quasi di derisione.
  122. \r
  123. racconsolato e confidente: coraggioso e fiducioso.
  124. \r
  125. inchinevole: propensa.
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  127. Ma ... provetta: ma come la gioventù nei confronti della vita intera, così anche la fiducia che gli uomini provano nell’iniziare ciascun giorno è breve e fugge rapidamente; e subito (prestamente) anche il giorno raggiunge quella zona che, in analogia con la vita, è la maturità (età provetta).
  128. \r
  129. Il fior degli anni: cioè la gioventù.
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  131. Non per tanto: tuttavia.
  132. \r
  133. il vivente: l’essere umano.
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  135. declinazione ... perfezione: decadimento del proprio corpo non appena ne ha raggiunto l’apice.
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  137. scemano: diminuiscono, vengono meno.
  138. \r
  139. Tanto: a tal punto.
  140. \r
  141. poiché: infatti.
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  143. scadere e languire: decadere ed essere sul punto di estinguersi.
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  145. perocché: infatti.
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  147. verno: inverno.
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  149. stagione nuova: primavera.
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  151. siccome: come.
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  153. tutto dì: continuamente.
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  155. finalmente: alla fine.
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  157. sarà spenta: scomparirà, verrà meno.
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  159. maravigliosi moti: azioni straordinarie.
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  161. vestigio: orma, traccia.
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  163. altissima: profondissima.
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  165. arcano: mistero.
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  167. innanzi ... inteso: prima di essere chiarito e inteso.
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  169. Annota Leopardi: «Questa è conclusione poetica, non filosofica. Parlando filosoficamente, l’esistenza, che mai non è cominciata, non avrà mai fine».
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