Giacomo Leopardi

Canti

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Scritto fra l’ottobre del 1829 e l’aprile del 1830, il Canto notturno viene pubblicato per la prima volta nei Canti del 1831. È una delle poesie leopardiane di maggiore spessore filosofico, in cui l’autore riflette su quali siano la natura e lo scopo della vita umana. Qui, come nell’Ultimo canto di Saffo – non a caso sono gli unici testi che contengono nel titolo la parola canto –, il poeta non parla in prima persona, ma si serve di una maschera: quella di un pastore della steppa asiatica.
Una scelta singolare che si spiega così. Uno scritto del barone russo Meyendorff, pubblicato sul «Journal des Savants» (“Giornale delle persone colte”) del settembre del 1826, aveva attirato l’attenzione di Leopardi, che prima ne trascrisse un brano nello Zibaldone e poi lo riportò in una nota dei Canti: «Plusieurs d’entre eux passent la nuit assis sur une pierre à regarder la lune, et à improviser des paroles assez tristes sur des airs qui ne le sont pas moins» (“Molti di loro [i kirghisi, una delle popolazioni erranti dell’Asia centrale] trascorrono la notte seduti su una pietra a guardare la luna e a improvvisare parole molto tristi su motivi musicali altrettanto tristi”). Nel Settecento si era sviluppato un dibattito scientifico sulle steppe dell’Asia centrale: secondo l’astronomo francese Jean Bailly (1736-1793) sarebbero state la culla della più antica civiltà umana. Quest’ipotesi era stata confutata dal sinologo (“studioso della civiltà cinese”) Jean-Pierre Abel-Rémusat (1788-1832), ma «Il mito settecentesco serbava per lui [Leopardi] una validità poetica e, in quanto eversivo della tradizione biblica e cristiana tornata in auge con la Restaurazione, una validità anche ideologica» (C. Dionisotti).
In questa poesia, dunque, Leopardi immagina che un pastore, durante una veglia notturna, interroghi la luna sui misteri della vita e dell’universo.

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna1?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi2.
Ancor non sei tu paga3
di riandare i sempiterni calli4?
Ancor non prendi a schivo5, ancor sei vaga6
di mirar queste valli7?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore8;
move la greggia oltre pel9 campo, e vede
greggi, fontane ed erbe10;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera11.
Dimmi, o luna: a che vale12
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale13?

Vecchierel14 bianco15, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio16 in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte17,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l’ora, e quando poi gela18,
corre via, corre, anela19,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e più e più s’affretta,
senza posa o ristoro20,
lacero, sanguinoso21; infin ch’arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu volto22:
abisso orrido, immenso,
ov’ei precipitando, il tutto obblia23.
Vergine luna24, tale
è la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica25,
ed è rischio di morte il nascimento26.
Prova pena e tormento
per prima cosa27; e in sul principio stesso28
la madre e il genitore29
il prende a consolar dell’esser nato30.
Poi che crescendo viene31,
l’uno e l’altro il sostiene32, e via pur sempre33
con atti34 e con parole
studiasi fargli core35,
e consolarlo dell’umano stato36:
altro ufficio più grato
non si fa da parenti alla lor prole37.
Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga38?
Se la vita è sventura,
perché da noi si dura39?
Intatta40 luna, tale
è lo stato mortale41. Ma tu mortal non sei,
e forse del mio dir poco ti cale42.

Pur43 tu, solinga44, eterna peregrina,
che sì pensosa sei, tu forse intendi45,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar46, che sia;
che sia questo morir47, questo supremo
scolorar del sembiante48,
e perir dalla terra49, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia50.
E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto51
del mattin, della sera52,
del tacito53, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera54,
a chi giovi l’ardore, e che procacci
il verno co’ suoi ghiacci55
Mille cose sai tu, mille discopri56,
che son celate57 al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro58
star così muta59 in sul deserto piano60,
che, in suo giro lontano, al ciel confina61;
ovver con la mia greggia
seguirmi viaggiando a mano a mano62;
e quando miro in cielo arder63 le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?64
Che fa65 l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?

Così meco66 ragiono: e della stanza
smisurata e superba,
e dell’innumerabile famiglia;
poi di tanto adoprar, di tanti moti
d’ogni celeste, ogni terrena cosa,
girando senza posa,
per tornar sempre là donde son mosse;
uso alcuno, alcun frutto
indovinar non so67. Ma tu per certo,
giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento68,
che degli eterni giri,
che dell’esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors’altri69; a me la vita è male70.

O greggia mia che posi71, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai72!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
quasi libera vai;
ch’ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma più perché giammai tedio non provi73.
Quando tu siedi74 all’ombra, sovra l’erbe,
tu se’ queta e contenta;
e gran parte dell’anno
senza noia consumi in quello stato75.
Ed io pur seggo76 sovra l’erbe, all’ombra,
e un fastidio m’ingombra
la mente77, ed uno spron quasi mi punge78
sì che, sedendo, più che mai son lunge
da trovar pace o loco79.
E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto80.
Quel che tu goda o quanto,
non so già dir81; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno82.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
dimmi: perché giacendo
a bell’agio83, ozioso,
s’appaga84 ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale85?

Forse s’avess’io l’ale86
da volar su le nubi,
e noverar87 le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo88,
più felice sarei, dolce mia greggia,
più felice sarei, candida89 luna.
O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale90.

Metro: canzone libera, con sei stanze di endecasillabi e settenari variamente rimati. Le rime interne non sono infrequenti, le rime irrelate sono poco meno della metà del numero dei versi. Come in A Silvia, l’ultimo verso di ogni stanza rima costantemente con uno dei versi precedenti; ma, a differenza che in A Silvia, la rima è talvolta baciata ed è la medesima (-ale) per tutto il canto, cosicché le stanze risultano “incatenate”.

LA STRUTTURA ARGOMENTATIVA DEL COMPONIMENTO La prima stanza introduce un paragone tra la vita monotona del pastore e il corso sempre uguale della luna. Nella seconda stanza, il pastore illustra alla luna la vita umana, concentrando la propria attenzione sulla sua fase finale: un vecchio, in condizioni di vita precarie, che continua ad affannarsi per poi precipitare nell’abisso della morte. Con la terza stanza – a evitare forse possibili obiezioni (la vecchiaia è un male, ma nella vita esiste anche la giovinezza) – si mette in evidenza come la gravidanza e il parto siano pericolosi e come, nella percezione stessa dei genitori, la vita sia un male: fin dalla nascita, infatti, il bambino piange disperato e deve essere consolato. Nella quarta stanza il pastore immagina che la luna possa conoscere il senso del mondo, del tempo, della vita dell’uomo; per lui, invece, la vita è priva di scopo e utilità, ed è dunque un male. Nella quinta stanza l’attenzione passa dalla luna, oggetto celeste superiore all’uomo, al gregge, formato da animali senza coscienza: attraverso la voce del pastore, Leopardi riflette dunque su tutto quanto il cosmo. La condizione delle bestie, tuttavia, risulta migliore: esse non hanno memoria del dolore, non hanno paura della morte e soprattutto non provano la noia, che assale l’uomo quando si trova in stato di riposo. La stanza conclusiva propone un’ipotesi fantastica: se l’uomo potesse trasfigurarsi aumentando le proprie capacità fisiche e intellettuali (avere le ali, contemplare le cose dall’alto...), forse sarebbe più felice; subito però si nega quest’ipotesi: la vita stessa è un male senza rimedio.

L CARATTERE UNIVERSALE DEL DOLORE Il pastore rivolge alla luna le domande che ogni uomo si pone, indipendentemente dal luogo e dall’epoca in cui vive. Scegliendo come controfigura, come alter ego, un pastore asiatico, Leopardi vuole dimostrare esattamente questo: che il dolore è una costante dell’esperienza umana, che «è funesto a chi nasce il dì natale». E ciò che non è causa diretta di dolore è motivo di sgomento, di smarrimento: perché esistono le stelle, i pastori, il mondo? Che cos’è la vita? E perché gli uomini continuano a sopportarla, e anzi a riprodursi, mettendo al mondo altri esseri destinati all’infelicità? Leopardi aveva già immaginato un dialogo con gli elementi del cielo notturno: con la luna, nell’idillio Alla luna, e con le stelle nelle Ricordanze, poesia che precede immediatamente il Canto notturno sia per cronologia compositiva sia per posizione all’interno dei Canti. Ma nel Canto notturno la luna è qualcosa di più. Nella prima stanza il pastore sente una profonda vicinanza con essa, tanto da chiederle: «a che vale / al pastor la sua vita, / la vostra vita a voi? dimmi: ove tende / questo vagar mio breve, / il tuo corso immortale?». Questi versi suggeriscono che, secondo il pastore, il destino umano e quello dell’astro sono paralleli.
Alla fine della terza stanza, siamo di fronte a un primo cambiamento di prospettiva. Il pastore considera con più attenzione la condizione della luna: la luna è immortale e gli uomini non lo sono. Questo fatto forse determina una distanza, un disinteresse dell’astro verso gli uomini: «tu mortal non sei, / e forse del mio dir poco ti cale». La solidarietà di destino è venuta meno.
Con la quarta stanza la considerazione del pastore cambia ancora: prima la luna «forse intende» il significato della vita, poi certo comprende «il perché delle cose» e sa «Mille cose [...] che son celate al semplice pastore». Dunque, per quanto disinteressata alla vita umana, la luna potrebbe conoscere la verità sul mondo e sull’uomo, potrebbe conoscere il senso dell’esistenza. Il che implicherebbe che questa verità e questo senso esistono: essi semplicemente rimangono inaccessibili all’uomo. Questa implicazione logica – che, cioè, l’universo e la vita hanno un senso, anche se l’uomo non lo conosce – può essere valida anche per Leopardi? Tutto fa credere il contrario. Leopardi non pensava che la vita avesse un senso: i dubbi del pastore, i suoi forse, non incrinano in alcun modo il materialismo e l’ateismo di Leopardi.

LA SERIE DELLE DOMANDE E DEI DUBBI SULL’ESISTENZA Gli aspetti formali del componimento che saltano agli occhi sono soprattutto due:

• l’abbondanza di domande dirette e indirette: «Che fai»; «a che vale»; «ove tende»; «perché dare»; «perché reggere»; «perché [...] si dura»; «che sia»; «a qual [...] rida»; «a chi giovi»; «che procacci»; «a che»; «Che fa»; «che vuol dir»; «che sono»; «chiederei»;

• l’abbondanza di verbi e avverbi che rientrano nel campo semantico del dubbio e dell’ipotesi: non sei; non prendi; perché; forse; intendi; comprendi; certo; il perché; sai; ragiono; indovinar non so; per certo; conosci; conosco e sento; erra.

Le domande e le ipotesi riguardano sia i fondamenti stessi della vita (perché si nasce? perché si muore? quale scopo ha la vita?) sia due suoi aspetti specifici: il ripetersi di azioni consuete che genera noia («non sei tu paga / di riandare i sempiterni calli?») e l’incapacità dell’uomo di trovare pace, anche nell’assenza di dolore e di desiderio («più che mai son lunge / da trovar pace o loco. / E pur nulla non bramo, / e non ho fino a qui cagion di pianto»). Anche quando rimane in uno stato di quiete, l’uomo consapevole resta sempre vittima di un’ansia vaga e sottilmente dolorosa.

LA SINTASSI DISCORSIVA, IL LESSICO QUOTIDIANO Le caratteristiche formali dei versi sono coerenti con la finzione secondo cui è il pastore a pronunciarli.

• La sintassi è essenziale, come si conviene a qualcuno che, come il pastore, sta meditando tra sé e sé; egli formula pensieri insieme elementari e profondi e non è dotato di cultura letteraria e filosofica. Ma è anche l’importanza, la gravità delle domande che spinge il poeta a cercare una forma immediatamente comprensibile.

• Il lessico è molto più semplice rispetto, per esempio, all’Ultimo canto di Saffo: lì parla una poetessa, qui un pastore.

• La rima conclusiva di ogni stanza (-ale), sempre uguale, vuole avvicinare la lirica a un canto primitivo: suggerisce – come ha osservato Mario Fubini – «un’impressione musicale di antichissima e primitiva nenia».

Anche in questa poesia, come in A Silvia, riaffiora la poetica del “vago e indefinito”, il che conferma che quella poetica è un elemento di continuità tra gli idilli e i canti pisano-recanatesi. Sono numerosi i termini che indicano indeterminatezza di spazio (infinito; infinita; profondo), indeterminatezza di tempo (eterna; supremo; immortal; eterni), indeterminatezza di misura (immenso; immensa; smisurata; innumerabile); e anche i termini che evocano idee vaghe (solinga; tacito; muta; deserto; solitudine).

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Riassumi il contenuto della lirica in non più di 10 righe.

2 Assegna a ciascuna stanza un titolo coerente.

ANALIZZARE

3 Nell’Analisi del testo si osserva che la sintassi del componimento è discorsiva e che il lessico è semplice, quotidiano. Dimostra questa affermazione attraverso opportune citazioni.

4 La quarta stanza presenta un climax: la prospettiva si allarga dall’uomo al cosmo. Illustra questa scelta e spiegane la funzione nella poesia.

5 Riesci a dedurre, dal testo, una definizione leopardiana del concetto di noia?

CONTESTUALIZZARE

6 Confronta la seconda stanza del Canto notturno con il sonetto 16 del Canzoniere di Petrarca. Individua analogie e differenze.

Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l’ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e più e più s’affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu volto:
abisso orrido, immenso,
ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
è la vita mortale

 

Movesi il vecchierel canuto e bianco
del dolce loco ov’à sua età fornita
e da la famigliuola sbigottita
che vede il caro padre venir manco;

indi traendo poi l’antiquo fianco
per l’estreme giornate di sua vita,
quanto più pò, col buon voler s’aita,
rotto dagli anni, e dal camino stanco;

e viene a Roma, seguendo ’l desio,
per mirar la sembianza di colui
ch’ancor lassù nel ciel vedere spera:

così, lasso, talor vo cercand’io,
donna, quanto è possibile, in altrui
la disïata vostra forma vera.

INTERPRETARE

Riscrivi la lirica in prosa mettendoti dal punto di vista di uno degli altri due protagonisti (la luna o il gregge).

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  1. silenziosa luna: apostrofe (ma a un astro, che non può non essere silenzioso).
  2. indi ti posi: quindi tramonti.
  3. paga: appagata.
  4. di … calli: di percorrere sempre le tue orbite (calli) eternamente uguali (sempiterni).
  5. non prendi a schivo: non ne hai a sufficienza, non ti sei ancora annoiata.
  6. vaga: desiderosa.
  7. queste valli: questi luoghi. L’espressione ricorda un verso dell’antifona (cioè della preghiera) Salve regina, dedicata alla Madonna: «in hac lacrimarum valle» (“in questa valle di lacrime”).
  8. Sorge … albore: si alza al primo chiarore, alle prime luci dell’alba.
  9. oltre pel: avanti attraverso il.
  10. fontane ed erbe: sorgenti e prati.
  11. altro … ispera: non ha speranza di una vita diversa. In ispera la i- iniziale si chiama prostetica (“aggiunta”) e, se usata nel verso, ha ragioni eufoniche (eufonia significa “bel suono”) e metriche: vuole addolcire il suono di tre consonanti consecutive “noN SPera”. Nell’italiano attuale abbiamo la forma “per iscritto”, che è un fossile linguistico, cioè qualcosa che viene dal passato e che continuiamo a utilizzare in modo fisso e immutabile.
  12. a che vale: a che cosa serve (vale è un latinismo).
  13. ove … immortale?: a quale obiettivo sono diretti il mio breve percorso e la tua orbita perenne?
  14. Vecchierel: un vecchio rattrappito dall’età.
  15. bianco: canuto, dai capelli bianchi.
  16. gravissimo fascio: pesantissimo fardello; simboleggia il peso gravoso dell’esistenza.
  17. sassi acuti … fratte: sassi aguzzi, sabbia profonda (alta è un latinismo semantico: la parola recupera il significato dell’etimo latino) e sterpi (fratte).
  18. e quando … gela: sia nel caldo estivo sia nel gelo invernale.
  19. anela: si affanna.
  20. posa o ristoro: riposo o conforto.
  21. sanguinoso: sanguinante.
  22. colà … volto: laddove il suo viaggio e la sua grande fatica erano diretti.
  23. ov’ei … obblia: precipitando nel quale egli si dimentica ogni cosa: è l’abisso della morte.
  24. Vergine luna: la luna corrisponde a Diana, dea della castità; questo epiteto, come il sinonimo Intatta, significa anche “ignara delle sofferenze degli uomini”, “non toccata da esse”.
  25. a fatica: faticosamente, con il dolore fisico della madre e dello stesso neonato.
  26. nascimento: nascita.
  27. Prova … cosa: all’atto della nascita il bambino prova dolore e lo manifesta con il pianto.
  28. in sul principio stesso: appena dopo la nascita.
  29. genitore: padre.
  30. il prende … nato: iniziano a consolarlo di essere nato: vengono così interpretate le moine fatte ai neonati che piangono.
  31. Poi … viene: una volta che comincia a crescere.
  32. l’uno … sostiene: la madre e il padre (il genitore) lo confortano.
  33. via pur sempre: in continuazione.
  34. atti: gesti.
  35. studiasi fargli core: si adoperano per incoraggiarlo.
  36. stato: condizione.
  37. altro … prole: un altro compito (ufficio) più prezioso (più grato) non è svolto dai genitori (parenti) nei confronti dei loro figli (lor prole).
  38. Ma … convenga?: ma perché dare alla luce (al sole), perché mantenere in vita chi poi è necessario (convenga) consolare del fatto di vivere?
  39. perché … dura?: perché viene da noi sopportata?
  40. Intatta: pura, non contaminata dalle miserie umane; è sinonimo di Vergine.
  41. tale … mortale: così è la condizione dell’uomo.
  42. del … cale: ti importa poco delle mie parole.
  43. Pur: eppure (nonostante la tua indifferenza).
  44. solinga: solitaria.
  45. intendi: il verbo regge che sia: comprendi quale sia il senso.
  46. questo … sospirar: questa nostra esistenza terrena, il nostro dolore e il desiderare.
  47. questo morir: il significato della nostra morte.
  48. questo supremo … sembiante: questo definitivo impallidire del viso (quando si muore).
  49. perir dalla terra: sparire dalla terra.
  50. venir … compagnia: allontanarsi da ogni amico e da ogni amore.
  51. il frutto: l’obiettivo, lo scopo.
  52. del mattin, della sera: dell’alternarsi del giorno e della notte.
  53. tacito: silenzioso.
  54. a qual … primavera: per quale suo amante la terra si fa bella in primavera.
  55. a chi … ghiacci: a chi sia utile il calore estivo e che cosa ottenga l’inverno con il suo gelo.
  56. discopri: scopri.
  57. celate: nascoste.
  58. ti miro: ti contemplo.
  59. muta: silenziosa.
  60. in sul deserto piano: sopra la pianura deserta.
  61. che … confina: (la pianura) che, nel suo lontano orizzonte curvo, confina con il cielo.
  62. ovver … mano: oppure (quando ti osservo) mentre segui me che, a mano a mano, viaggio con il mio gregge. Il gerundio viaggiando sta al posto del participio presente (viaggiante) concordato con -mi (me).
  63. arder: brillare.
  64. a che tante facelle?: per quale scopo (esistono) tante fiammelle nel cielo? L’assenza del verbo ha il nome tecnico di ellissi (del verbo).
  65. Che fa: a quale scopo esiste.
  66. meco: tra me e me.
  67. e della stanza … non so: e non so indovinare alcun utilizzo (uso alcuno), alcun fine (alcun frutto) del mondo (stanza) amplissimo e bello, degli innumerevoli esseri (innumerabile famiglia) che lo abitano; e poi di un così grande affannarsi (adoprar), di tanti movimenti (moti) di ogni cosa in cielo (d’ogni celeste) e in terra (ogni terrena cosa), che girano (girando) senza sosta (posa) per ritornare sempre là da dove (donde) si sono mosse.
  68. Questo … sento: io so e sento questo (Questo è prolettico, cioè anticipa la frase dichiarativa introdotta da che).
  69. che degli … fors’altri: forse qualcun altro otterrà un beneficio (bene) o una gioia (contento) dalle perenni rivoluzioni celesti (eterni giri), dalla mia fragile esistenza (esser mio frale).
  70. a me … male: per me la vita è dolore.
  71. posi: riposi.
  72. non sai: non conosci.
  73. Non sol … provi: non solo perché sei quasi priva di ogni sofferenza (affanno), perché subito dimentichi (scordi) ogni fatica (stento), ogni ferita (danno), ogni profonda paura (estremo timor), ma molto più (ti invidio) perché non provi mai il sentimento della noia (tedio).
  74. tu siedi: ti fermi.
  75. consumi … stato: trascorri all’ombra, sopra l’erba, in uno stato di quiete e di contentezza.
  76. Ed io pur seggo: eppure anche io mi fermo.
  77. e un … mente: e un’inquietudine dolorosa mi occupa la mente.
  78. uno spron … punge: un assillo quasi mi pungola.
  79. sedendo … loco: proprio quando sono seduto, a riposo, sono più che mai lontano dal trovare pace o quiete (loco).
  80. E pur … pianto: eppure non desidero spasmodicamente (bramo) nulla né fino a ora ho avuto motivo (cagion) di piangere.
  81. Quel … dir: non so dire di che cosa e quanto tu goda.
  82. né … lagno: non mi lamento solo di questo.
  83. giacendo a bell’agio: quando sta in quiete come più desidera, comodamente.
  84. s’appaga: non desidera altro, si sente appagato.
  85. me … assale: mentre se io sto a riposo la noia mi assale.
  86. s’avess’io l’ale: se fossi un uccello.
  87. noverar: contare.
  88. come … giogo: vagare da un monte all’altro, come fa il tuono.
  89. candida: l’aggettivo si riferisce al colore della luna, ma richiama anche i termini Vergine e Intatta.
  90. O forse … natale: o forse il mio pensiero, considerando il destino degli altri esseri viventi (cioè degli animali), si allontana (erra) dalla verità (vero); forse in qualsiasi forma (animale o umana), in qualunque condizione, il giorno della nascita (dì natale), che avvenga in una stalla (covile) o in una culla (cuna), è causa di dolore estremo, luttuoso (funesto, dal latino funus, “funerale”). L’ultimo verso, come quello corrispondente dell’Infinito, è un epifonema, cioè una frase sentenziosa che si pone alla fine di un discorso per renderlo più solenne e memorabile.