Carlo Goldoni

Le smanie per la villeggiatura

Caro il mio bene! Giacinta e Vittoria

Le due primedonne delle Smanie, e di tutta la Trilogia, sono Vittoria, la sorella di Leonardo, e Giacinta, la donna di cui Leonardo è innamorato. Vittoria è leggera, fatua, viziata: per tutto il primo atto non fa che aspettare che il sarto le consegni il suo abito nuovo da portare in campagna, e intanto tormenta il fratello con i suoi capricci. Giacinta è invece un personag­gio molto più complesso e interessante, tanto che alcuni l’hanno paragonata ad altre grandi protagoniste del teatro goldoniano, come Mirandolina (nella Locandiera) o Eugenia (negli Innamorati). Nell’ultima scena del secondo atto le due si incontrano. Vittoria teme di dover rimanere in città a causa dei ripensamenti di suo fratello; va allora in visita da Giacinta per scoprire se lei partirà per la villeggiatura (sperando segretamente che non parta, e che non sia lei la sola a dover passare l’estate a Livorno). 

GIACINTA  È ambiziosissima1. Se vede qualche cosa di nuovo ad una persona, subi­to le vien la voglia d’averla. Avrà saputo, ch’io mi ho fatto il vestito nuovo, e l’ha voluto ella pure. Ma non avrà penetrato2 del mariage3. Non l’ho detto a nessuno; non avrà avuto tempo a saperlo.

VITTORIA     Giacintina4, amica mia carissima.

GIACINTA     Buon dì, la mia cara gioia. (si baciano)

VITTORIA     Che dite eh? È una bell’ora questa da incomodarvi?

GIACINTA     Oh! incomodarmi? Quando vi ho sentita venire, mi si è allargato il cuore d’allegrezza.

VITTORIA     Come state? State bene?

GIACINTA     Benissimo. E voi? Ma è superfluo il domandarvi: siete grassa5 e fresca, il cielo vi benedica, che consolate.

VITTORIA     Voi, voi avete una ciera6 che innamora.

GIACINTA     Oh! cosa dite mai? Sono levata questa mattina per tempo, non ho dor­mito, mi duole lo stomaco, mi duole il capo, figurarsi che buona ciera ch’io posso avere.

VITTORIA     Ed io non so cosa m’abbia, sono tanti giorni che non mangio niente; niente, niente, si può dir quasi niente. Io non so di che viva, dovrei essere come uno stecco.

GIACINTA     Sì, sì, come uno stecco! Questi bracciotti non sono stecchi.

VITTORIA     Eh! a voi non vi si contano l’ossa.

GIACINTA     No, poi. Per grazia del cielo, ho il mio bisognetto7.

VITTORIA     Oh cara la mia Giacinta!

GIACINTA     Oh benedetta la mia Vittorina! (si baciano) Sedete, gioia; via se­dete.

VITTORIA     Aveva tanta voglia di vedervi. Ma voi non vi degnate mai di venir da me. (siedono)

GIACINTA     Oh! caro il mio bene, non vado in nessun loco. Sto sempre in casa.

VITTORIA     E io? Esco un pochino la festa, e poi sempre in casa.

GIACINTA     Io non so come facciano quelle che vanno tutto il giorno a girone per la città8.

VITTORIA     (Vorrei pur sapere se va o se non va a Montenero, ma non so come fare)9.

GIACINTA     (Mi fa specie, che non mi parla niente della campagna).

VITTORIA     È molto che non vedete mio fratello?

GIACINTA     L’ho veduto questa mattina.

VITTORIA     Non so cos’abbia. È inquieto, è fastidioso.

GIACINTA     Eh! non lo sapete? Tutti abbiamo le nostre ore buone e le nostre ore cattive.

VITTORIA     Credeva quasi che avesse gridato con voi.

GIACINTA     Con me? Perché ha da gridare con me? Lo stimo e lo venero, ma egli non è ancora in grado di poter gridare con me. (Ci giuoco io, che l’ha mandata qui suo fratello).

VITTORIA     (È superba quanto un demonio).

GIACINTA     Vittorina, volete restar a pranzo10 con noi?

VITTORIA     Oh! no, vita mia, non posso. Mio fratello mi aspetta.

GIACINTA     Glielo manderemo a dire.

VITTORIA     No, no assolutamente non posso.

GIACINTA     Se volete favorire, or ora qui da noi si dà in tavola.

VITTORIA  (Ho capito. Mi vuol mandar via). Così presto andate a desinare?

GIACINTA     Vedete bene. Si va in campagna, si parte presto, bisogna sollecitare.

VITTORIA     (Ah! maledetta la mia disgrazia11).

GIACINTA     M’ho da cambiar di tutto, m’ho da vestire da viaggio.

VITTORIA     Sì, sì, è vero; ci sarà della polvere. Non torna il conto rovinare un abito buono. (mortificata)

GIACINTA     Oh! in quanto a questo poi, me ne metterò uno meglio di questo. Della polvere non ho paura. Mi ho fatto una sopravveste di cambellotto12 di seta col suo cappuccietto, che non vi è pericolo che la polvere mi dia fastidio.

VITTORIA     (Anche la sopravveste col cappuccietto! La voglio anch’io, se dovessi vendere de’ miei vestiti).

GIACINTA     Voi non l’avete la sopravveste col cappuccietto?

VITTORIA     Sì, sì, ce l’ho ancor io; me l’ho fatta fin dall’anno passato.

GIACINTA     Non ve l’ho veduta l’anno passato.

VITTORIA     Non l’ho portata, perché, se vi ricordate, non c’era polvere13.

GIACINTA     Sì, sì, non c’era polvere. (È propriamente ridicola).

VITTORIA     Quest’anno mi ho fatto un abito.

GIACINTA     Oh! io me ne ho fatto un bello.

VITTORIA     Vedrete il mio, che non vi dispiacerà.

GIACINTA  In materia di questo, vedrete qualche cosa di particolare.

VITTORIA     Nel mio non vi è né oro, né argento, ma per dir la verità, è stupendo.

GIACINTA     Oh! moda, moda. Vuol esser moda.

VITTORIA     Oh! circa la moda, il mio non si può dir che non sia alla moda.

GIACINTA     Sì, sì, sarà alla moda. (sogghignando)

VITTORIA     Non lo credete?

GIACINTA     Sì, lo credo. (Vuol restare14 quando vede il mio mariage).

VITTORIA     In materia di mode poi, credo di essere stata sempre io delle prime.

GIACINTA     E che cos’è il vostro abito?

VITTORIA  È un mariage.

GIACINTA     Mariage! (meravigliandosi)

VITTORIA     Sì, certo. Vi par che non sia alla moda15?

GIACINTA     Come avete voi saputo, che sia venuta di Francia la moda del mariage?

VITTORIA     Probabilmente, come l’avrete saputo anche voi.

GIACINTA     Chi ve l’ha fatto?

VITTORIA     Il sarto francese monsieur de la Réjouissance.

GIACINTA     Ora ho capito. Briccone! Me la pagherà16. Io l’ho mandato a chiamare. Io gli ho dato la moda del mariage. Io che aveva in casa l’abito di madama Granon.

VITTORIA     Oh! madama Granon è stata da me a farmi visita il secondo giorno che è arrivata a Livorno.

GIACINTA     Sì, sì, scusatelo. Me l’ha da pagare senza altro.

VITTORIA     Vi spiace, ch’io abbia il mariage?

GIACINTA     Oibò, ci ho gusto.

VITTORIA     Volevate averlo voi sola?

GIACINTA     Perché? Credete voi, ch’io sia una fanciulla invidiosa? Credo che lo sap­piate, che io non invidio nessuno. Bado a me, mi faccio quel che mi pare, e lascio che gli altri facciano quel che vogliono. Ogni anno un abito nuovo, certo. E voglio esser servita subito, e servita bene, perché pago, pago puntualmente17, e il sarto non lo faccio tornare più d’una volta.

VITTORIA     Io credo che tutte paghino.

GIACINTA     No, tutte non pagano. Tutte non hanno il modo, o la delicatezza che abbiamo noi. Vi sono di quelle che fanno aspettare degli anni, e poi se hanno qual­che premura, il sarto s’impunta. Vuole i danari sul fatto, e nascono delle baruffe. (Prendi questa18, e sappiatemi dir se è alla moda).

VITTORIA     (Non crederei, che parlasse di me. Se potessi credere che il sarto avesse parlato19, lo vorrei trattar, come merita).

GIACINTA     E quando ve lo metterete questo bell’abito?

VITTORIA     Non so, può essere, che non me lo metta nemmeno. Io son così; mi basta d’aver la roba, ma non mi curo poi di sfoggiarla.

GIACINTA     Se andate in campagna, sarebbe quella l’occasione di metterlo. Peccato, poverina, che non ci andiate in quest’anno!

VITTORIA     Chi v’ha detto che io non ci vada?

GIACINTA     Non so: il signor Leonardo ha mandato a licenziar i cavalli.

VITTORIA     E per questo? Non si può risolvere20 da un momento all’altro? E lo credete che non possa andare senza di lui? Credete ch’io non abbia delle amiche, delle parenti da poter andare?

GIACINTA     Volete venire con me21?

VITTORIA     No, no, vi ringrazio.

GIACINTA     Davvero, vi vedrei tanto volentieri.

VITTORIA     Vi dirò, se posso ridurre una mia cugina a venire con me a Montenero, può essere che ci vediamo.

GIACINTA     Oh! che l’avrei tanto a caro.

VITTORIA     A che ora partite?

GIACINTA     A ventun’ora.

VITTORIA     Oh! dunque c’è tempo. Posso trattenermi qui ancora un poco. (Vorrei vedere questo abito, se potessi).

GIACINTA     Sì, sì, ho capito. Aspettate un poco. (verso la scena)

VITTORIA     Se avete qualche cosa da fare, servitevi.

GIACINTA     Eh! niente. M’hanno detto che il pranzo è all’ordine, e che mio padre vuol desinare.

VITTORIA     Partirò dunque.

GIACINTA     No, no, se volete restare, restate.

VITTORIA     Non vorrei che il vostro signor padre si avesse a inquietare.

GIACINTA     Per verità, è fastidioso un poco.

VITTORIA     Vi leverò l’incomodo. (s’alza)

GIACINTA     Se volete restar con noi22, mi farete piacere. (s’alza)

VITTORIA     (Quasi, quasi, ci resterei, per la curiosità di quest’abito).

GIACINTA     Ho inteso; non vedete? Abbiate creanza. (verso la scena)

VITTORIA     Con chi parlate?

GIACINTA     Col servitore che mi sollecita. Non hanno niente di civiltà costoro.

VITTORIA     Io non ho veduto nessuno.

GIACINTA     Eh, l’ho ben veduto io.

VITTORIA     (Ho capito). Signora giacinta, a bon rivederci.

GIACINTA     Addio, cara. Vogliatemi bene, ch’io vi assicuro che ve ne voglio.

VITTORIA     Siate certa, che siete corrisposta di cuore.

GIACINTA     Un bacio almeno.

VITTORIA     Sì, vita mia.

GIACINTA     Cara la mia gioia. (si baciano)

VITTORIA     Addio.

GIACINTA     Addio.

VITTORIA     (Faccio de’ sforzi a fingere, che mi sento crepare). (parte)

GIACINTA     Le donne invidiose io non le posso soffrire. (parte

L’OBBLIGO DI COMPARIRE   Quella che abbiamo appena letto è una delle scene più celebri del teatro di Goldoni, e a vederla sul palcoscenico dà l’idea di un lunghissimo scambio di pingpong, tanto le battute sono rapide e acuminate. Goldoni non era un misogino, al contrario, aveva un debole per le donne, ma qui dà fondo a tutto il suo talento comico per mettere in scena le malizie, i capricci, i dispetti, le piccole bugie di cui due giovani donne possono essere capaci quando in gioco c’è qualcosa che sta loro molto a cuore. Nel brano che abbiamo letto, come potremmo definire questo qualcosa? Forse con la parola “distinzione”. Vittoria e Giacinta non sono nemiche, non hanno vere ragioni di conflitto, anzi, Giacinta è la ragazza amata da Leonardo, il fratello di Vittoria: concittadine, quasi coetanee, dovrebbero andare d’amore e d’accordo. Ma non è così, perché Giacinta e Vittoria non vivono su un’isola deserta, vivono in una città (Livorno, ma è ovvio che Goldoni pensa a Venezia), cioè in un ambiente sociale che stimola la competizione, che giudica, che premia certi comportamenti e ne condanna altri. Si potrebbe dire che Le smanie per la villeggiatura declinano in modo giocoso, comico, la battuta con cui si chiude il dramma A porte chiuse di JeanPaul Sartre (1905-1980): «L’inferno sono gli altri». Perché mostrano – ripetiamo: su un registro leggero, non tragico – quanto conti l’opinione che gli altri hanno di noi, e quanti cattivi effetti (cioè quante finzioni, quanti cattivi sentimenti) questa pressione sociale porti con sé: l’obbligo di “distinguersi”, di “comparire”, di far bella figura non conduce soltanto a scialacquare interi patrimoni, ma guasta anche i rapporti tra le persone, che si abituano a celare i propri pensieri e a dire il contrario di ciò che realmente pensano.

LA DISTINZIONE   Il dialogo tra Vittoria e Giacinta è appunto costruito in questo modo: le due ragazze non fanno che dire bugie, simulano sentimenti e passioni che non provano, si consumano in smancerie («Oh cara la mia Giacinta!», «Oh benedetta la mia Vittorina!»; «Un  bacio almeno». «Sì, vita mia»), formulano inviti ipocriti («Se volete restar con noi, mi farete piacere»), si scambiano frecciate («Questi bracciotti non sono stecchi»), e insomma osservano, all’apparenza, tutte le convenzioni proprie dell’educazione borghese, ma sotto sotto covano la rabbia (Giacinta) e l’invidia (Vittoria). Perché? Di nuovo, perché si contendono due piaceri che corrispondono, più che a piaceri reali, a “distinzioni”, che valgono tanto più quanto meno si condividono. La prima distinzione è la possibilità di andare in villeggiatura, che non è importante in sé ma in quanto è simbolo di agio, ricchezza: non andarci vorrebbe dire, per Vittoria, scendere di un gradino la scala sociale, declassarsi. La seconda distinzione – ancora più interessante – è la moda. Il gusto per i bei vestiti è comune a tutte le società evolute, e tanto più doveva essere presente a Venezia, che era una delle città più ricche del mondo. Ma il gusto fa presto a trasformarsi in smania, in follia: e di qui derivano il desiderio (specie femminile) di cambiare guardaroba ogni anno, di avere i vestiti che hanno le amiche-rivali («Anche la sopravveste col cappuccietto! La voglio anch’io, se dovessi vendere de’ miei vestiti»), e viceversa di avere un vestito che le amiche-rivali non hanno («Come avete voi saputo, che sia venuta di Francia la moda del mariage?», domanda allibita Giacinta, che si era fatta fare un mariage e credeva di essere l’unica a possederlo, a Livorno).

L’IRONIA BONARIA DI GOLDONI   Sono temi, come si vede, più che mai attuali, perché attualissimo è il problema della distinzione: chi non desidera possedere ciò che gli altri possiedono? Chi non desidera poter fare ciò che gli altri fanno? Goldoni ha visto e descritto tutto questo, nella scena che abbiamo letto: ma, bisogna aggiungere, lo ha fatto attraverso il suo talento comico, cioè senza moralismi e anzi con una specie di indulgente, paterna ironia. Alla fine, l’impressione che resta è di divertimento, non di amarezza. Il mondo, sembra dire Goldoni, va così... 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Trova nella scena almeno tre esempi di:



INTERPRETARE


2. Il teatro di Goldoni descrive situazioni reali, simili a quelle che noi stessi possiamo vivere oggi. È insomma decisamente moderno, e perciò è ancora molto rappresentato. Sei mai stato protagonista di un dialogo simile a quello che hai appena letto, pieno di invidie, reticenze, smancerie, curiosità, volontà di “distinguersi”? Se sì, prova a raccontarlo.



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  1. È ambiziosissima: lo sono, in realtà, entrambe le ragazze: “ambiziose”, cioè desiderose di far bella figura, di farsi ammirare. Tutte e due notano nelle altre soprattutto i difetti che hanno dentro di sé. Ma Giacinta è più intelligente e meno fatua di Vittoria.
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  3. penetrato: scoperto.
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  5. mariage: un vestito da giorno alla moda, che Vittoria ha chiesto al suo sarto di confezionarle (ma che non può pagare): conta, con quello, di fare un figurone durante la villeggiatura, e perciò vuole mantenere il segreto con Giacinta.
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  7. Giacintina: il dialogo è tutto pieno di queste moine e questi falsi complimenti.
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  9. grassa: può darsi che Vittoria sia un po’ troppo in carne.
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  11. ciera: viso, aspetto.
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  13. bisognetto: vale a dire “tutto ciò che mi serve” (allude ai guai economici di Vittoria).
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  15. a girone per la città: “in giro per la città”: contiene un’implicita frecciata a Vittoria, che è venuta a disturbarla.
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  17. (Vorrei ... fare): a parte, come altri che seguono, in cui vengono registrate non le parole ma i pensieri del personaggio. In scena, sono battute che di solito vengono pronunciate rivolgendosi verso il pubblico.
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  19. volete restar a pranzo: è una maniera elegante per invitare a togliere il disturbo.
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  21. (Ah! maledetta la mia disgrazia): Vittoria ha appena ricevuto la notizia che non avrebbe mai voluto sentire: Giacinta andrà in campagna a divertirsi, e a lei toccherà restare da sola in città.
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  23. cambellotto: panno fatto, in origine, con il pelo del cammello.
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  25. non c’era polvere: nell’imbarazzo e nella stizza per i begli abiti della rivale, Vittoria dice una sciocchezza ridicola: l’anno passato non c’era polvere!
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  27. Vuol restare: resterà di stucco.
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  29. Vi par che non sia alla moda?: ora tocca a Vittoria prendersi la rivincita su Giacinta, che credeva di essere l’unica a possedere un mariage.
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  31. Me la pagherà: Giacinta perde il controllo, e dice ad alta voce ciò che avrebbe dovuto soltanto pensare.
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  33. pago, pago puntualmente: allusione maligna al fatto che Vittoria, invece, è a corto di denaro, e si fa fare gli abiti a credito.
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  35. Prendi questa: piccolo trionfo di Giacinta, che dimentica di essere una signora e usa (ma tra sé e sé) un’espressione un po’ triviale...
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  37. che il sarto avesse parlato: Vittoria teme che il sarto abbia detto a tutti che lei è una cattiva pagatrice.
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  39. risolvere: decidere.
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  41. Volete venire con me?: ovviamente è un invito fatto a vuoto, per umiliare ancora di più Vittoria.
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  43. Se volete restar con noi: ma intanto si è già alzata, e ha dato chiari segni di non volere più Vittoria tra i piedi.
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