Vasilij Grossman

Vita e destino

Che cosa rende gli esseri umani così crudeli?

Uno dei temi che stavano a cuore a Grossman – lo vedremo anche leggendo Tutto scorre – era la bontà: la semplice, gratuita bontà umana che dovrebbe portare a essere caritatevoli con il nostro prossimo e, soprattutto, con chi si trova in una condizione di debolezza. Alcune delle pagine più strazianti di Vita e destino sono proprio quelle in cui – per paura, per fame, per stupidità e soprattutto per l’atroce stato di lotta per la sopravvivenza imposto dalla guerra – questo legame tra gli esseri umani viene meno. Gli uomini sono buoni? Sono crudeli? È una domanda che l’autore si pone (e ci pone) spesso nel romanzo, mentre scene di eroismo e disinteresse si alternano a scene di crudeltà “ordinaria”, quotidiana, come quella descritta in questa pagina. Uno dei personaggi principali del romanzo, Ljudmila, sta arrivando in battello nella cittadina di Saratov per avere notizie del figlio Tolja, ferito in battaglia e ricoverato in ospedale.

Saratov accolse Ljudmila in maniera rude e crudele. Sulla banchina si scontrò con un uomo ubriaco in cappotto militare, che urtandola la spinse e la ingiuriò pesantemente. Cominciò a salire per un sentiero lastricato di selce e si fermò ansante a guardarsi indietro. In basso, tra i magazzini grigi dello scalo, biancheggiava il battello, che come capisse la sua pena fischiò con discrezione a brevi intervalli: «Vai, forza, vai!». E lei andò. Sulla banchina del tram giovani donne, senza spendere parole, respingevano con metodo e prepotenza i vecchi e i deboli. Un cieco col berretto da soldato, evidentemente appena dimesso dall’ospedale, non era ancora in grado di destreggiarsi da solo, si spostava con passetti incerti tastando ripetutamente col bastone innanzi a sé. Come un bambino si afferrò avidamente alle maniche di una donna di mezza età. Quella ritirò la mano, si spostò di un passo facendo risuonare sull’acciottolato gli stivali dalle suole chiodate, ma lui, continuando a stare avvinghiato alle sue maniche, le spiegò in fretta: «Mi aiuti a salire, vengo dall’ospedale». La donna imprecò, lo spinse, il cieco perse l’equilibrio e si sedette sul lastricato. Ljudmila guardò il viso della donna. Da dove veniva quel volto disumano, cosa lo aveva reso tale? Forse la carestia del 1921 che aveva conosciuto lei stessa durante l’infanzia? Forse quella del 1930? O una vita intera a contatto con la miseria? L’orbo rimase per un istante sgomento, poi si sollevò, e gridò con voce di uccellino. Forse con l’acuta sensibilità dei suoi occhi ciechi aveva visto se stesso col berretto di sghimbescio agitare a vuoto il bastone. Lo vibrava nell’aria e con quel movimento circolare esprimeva tutto il suo odio per il mondo impietoso di chi vedeva. E la gente che con speranza Ljudmila aveva creduto di avvicinare, nel vincolo comune della fatica, del bisogno, del bene e del dolore, era come avesse scelto invece di comportarsi senza civiltà. Come se questo mondo si fosse accordato per smentire l’opinione che il bene si può stabilire prima e senza esitazioni nei cuori di quelli che indossano abiti macchiati di unto e le cui mani sono diventate scure per il lavoro. Qualcosa di tormentoso, di buio sfiorò Ljudmila Nikolaevna e questo solo contatto la colmò del freddo e della tenebra di migliaia di verste, di distese russe miserabili, la colmò di una sensazione d’impotenza nella tundra della vita. Richiese alla conduttrice dove bisognava scendere e quella le rispose tranquillamente: «L’ho già detto, è sorda o che?». I passeggeri bloccavano le porte di uscita del tram senza rispondere alla domanda se scendevano o meno, non avevano voglia di spostarsi, quasi fossero diventati di pietra. Ljudmila si ricordò di quando studiava nella classe preparatoria del liceo femminile di Saratov. Nelle mattine d’inverno, seduta a tavola, beveva il tè dondolando le gambe, e suo padre, che adorava, spalmava il burro su una fetta di pane… la lampada si rifletteva nella grossa pancia del samovar e lei non aveva voglia di allontanarsi dalla tiepida mano di suo padre, dal tiepido pane, dal tiepido samovar. In quei momenti pareva che nella città non ci fosse il vento di novembre, non fame, suicidi, bambini morenti negli ospedali, ma solo tepore, tepore e ancora tepore.

DISUMANITÀ DELLE PERSONE E ANIMA DEGLI OGGETTI  Nel mondo capovolto generato dalla guerra, le persone perdono la loro umanità e gli oggetti – per converso – sembrano acquistare un’anima. Arrivata a Saratov, Ljudmila trova di fronte a sé soltanto ostilità: un uomo la urta e la ingiuria, i giovani non mostrano alcuna comprensione o pietà per i vecchi, una donna spintona malamente un soldato cieco, l’autista del tram le risponde sgarbatamente. L’unico incoraggiamento sembra venirle dal fischio del battello, mentre si allontana dalla banchina.

L’ILLUSIONE DELLA SOLIDARIETÀ TRA POVERI  Che cos’è, si domanda Ljudmila, che rende gli esseri umani così crudeli l’uno con l’altro? Le carestie o «una vita intera a contatto con la miseria»? C’è spesso, in Grossman (ma in tutti noi, in realtà), l’idea che tra i poveri possa e debba crearsi una solidarietà, un vincolo comune che permetta di far fronte alle difficoltà della vita. Ma altrettanto spesso questa idea si rivela un’illusione. La miseria non rende necessariamente nobili e generosi, e non è vero che i deboli e gli umili siano più propensi degli altri alla gentilezza. Grossman lo dice in un modo splendido: «Come se questo mondo si fosse accordato per smentire l’opinione che il bene si può stabilire prima e senza esitazioni nei cuori di quelli che indossano abiti macchiati di unto e le cui mani sono diventate scure per il lavoro». Ljudmila ha perso questa certezza, la certezza che la cognizione della povertà e del duro lavoro rendano buoni: non le resta, perciò, che tornare con il pensiero agli anni dell’infanzia, trascorsi nella casa del padre, quando sembrava che il male dovesse restare per sempre fuori dalla porta, e ogni pena veniva medicata dal tè caldo che fumava nel samovar. 

Vasilij Grossman ebbe la sventura di vivere in un paese tragico, in tempi tragici: l’Unione Sovietica nella prima metà del Novecento. Passò attraverso la carestia degli anni Venti, la rivoluzione comunista, due guerre mondiali.

Dalla celebrità alla censura  Nato nel 1905 a Berdichev, in Ucraina, da una famiglia ebrea, segue l’Armata Rossa in Europa come corrispondente di guerra per il giornale «Stella Rossa»: i suoi articoli, rifusi poi nel romanzo Il popolo è immortale (1942), lo rendono celebre e ben accetto al regime comunista. È testimone dei combattimenti a Stalingrado, poi di quelli nella regione di Kiev, quindi segue l’esercito sovietico in Polonia e in Germania. Al ritorno dal fronte, comincia a lavorare a un grande romanzo sulla guerra, una specie di Guerra e paceaggiornato ai suoi tempi: la prima parte, sotto il titolo Per una giusta causa, esce a puntate sulla rivista «Novyi Mir» nel 1952 ed è un successo. La seconda parte, Vita e destino, non vede mai la luce mentre l’autore è in vita, perché Grossman viene accusato dalla censura di «gravi errori politici», cioè di una visione troppo critica del potere sovietico. Il Kgb gli confisca il suo archivio e tutte le carte relative al romanzo sul quale sta lavorando (e persino il nastro della macchina per scrivere!), costringendolo di fatto al silenzio per il resto della sua vita. Muorea Mosca nel 1964, poco più che sessantenne, per un cancro allo stomaco. I suoi libri cominciarono ad apparire in Occidente durante gli anni Settanta e Ottanta, ma solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica la sua opera completa ha potuto circolare in tutto il mondo. Oggi Vita e destino e Tutto scorre sono considerati due dei libri più importanti del XX secolo. 

 

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