Nuto Revelli

La strada del davai

«Che strano andare a fare la guerra con i tedeschi…»

Nella Strada del davai (davai in russo significa “avanti! cammina!”), Revelli ricostruisce la storia della campagna di Russia attraverso le parole dei superstiti, quasi tutti contadini che, per la gran parte, avevano fatto soltanto le scuole elementari. Quella che leggiamo qui di seguito è la testimonianza dell’alpino Guido Castellino, un giovane contadino cuneese. 

5 agosto. Con la 12a batteria raggiungiamo la stazione di Mondovì. C’è una massa di parenti. Gli alpini anziani sono disperati. Volenti o nolenti dobbiamo partire. Alcuni vecchi della guerra 1915-18 ci incitano a scappare, ma nessuno dà ascolto ai loro consigli. Restiamo fermi sul convoglio cinque o sei ore. Il mio maestro di 5a elementare, al quale sono molto affezionato, è venuto a salutarmi. Sono con lui una mia sorella e un mio fratello che sentono tanta pena nel vedermi partire così giovane per la guerra. Io invece ho il morale alto, sono giovane e totalmente inesperto della guerra. Considero questa partenza come la partenza per una grande avventura: sono io che tento di consolare i parenti e gli amici che sono venuti a salutarmi. Si parte a mezzanotte. A Milano propaganda fascista, frutta e medaglie ricordo. Nella Germania tanto decantata, nella terra dei superuomini, la gente cerca i nostri orologi, li paga con marchi e il cambio è per voi vantaggioso. In Polonia incomincio a capire cos’è la guerra. Incrociamo tradotte a non finire piene di cannoni, armi, carri armati, prigionieri, tutta roba fuori uso, tutti relitti di guerra. Lungo i binari locomotive e vagoni rovesciati, distrutti. Poi la gente vestita di stracci che chiede qualcosa da mangiare. Molti gli ebrei nelle stazioni, tutti con la stessa giacca, addetti ai lavori più umili, a raccogliere i rifiuti delle tradotte. Durante una sosta ci distribuiscono il rancio, una minestra di riso. Nel travaso dalla marmitta alle gavette un po’ di riso cade a terra. Una giovane ragazza ebrea, in avanzata gravidanza, si piega a raccogliere i chicchi di riso tra la ghiaia dei binari. Un soldato tedesco la invita ad allontanarsi, poi dà mano al moschetto, la picchia, la spinge via. Come il soldato è scomparso offro all’ebrea tutta la mia gavetta di riso.
Ne parliamo tra noi, ci scaldiamo nella discussione, ci diciamo: «Che strano andare a fare la guerra con i tedeschi così barbari». Non riusciamo a capire perché infieriscano così contro gli ebrei, riaffiorano i discorsi dei nostri padri sulla prigionia della guerra 1915-18, «la guerra è la guerra» concludiamo. Ma infierire così contro una donna o un uomo morto è proprio da villani. Nei nostri animi c’è una gran confusione; la propaganda di cui siamo imbottiti e quanto vediamo con i nostri occhi male si conciliano. Dopo undici giorni di viaggio lasciamo la tradotta. Ci accampiamo sul Donez, e l’indomani incominciamo le marce a piedi verso il Caucaso. Tre o quattro giorni, poi dietro-front, torniamo al punto di partenza, nel primo accampamento sul Donez. Infine si riparte, sempre a piedi, trenta e più giorni di cammino in una grande miseria, senza sussistenze al seguito. Galline, anitre, maiali, quello che si trova e quando si trova: ci arrangiamo, e tutto ciò ci appare strano e in contrasto con la nostra propaganda.

LO CHOC DEI GIOVANI  La maggior parte delle testimonianze raccolte in questo volume racconta lo choc che molti soldati provarono uscendo dal mondo irreale dell’Italia fascista. Propaganda e isolamento avevano infatti plasmato le menti di un’intera generazione di giovani, giovani che ora, per la prima volta, uscivano dall’Italia: ma lo facevano per andare a combattere in guerra, in un mondo che era loro ignoto. Come racconta lo stesso Revelli in un’intervista uscita quando il libro venne pubblicato, gli alpini spediti sul fronte orientale erano per lo più «gente mandata a combattere in una guerra della quale non si sapeva assolutamente niente. Io, ufficiale, sapevo più o meno dove era collocata geograficamente l’Unione Sovietica, ma non capivo mica tanto di più; la maggior parte dei miei soldati non capiva neanche dove andava a finire».

L’IMPATTO CON LA REALTÀ BRUTALE  Anche nella testimonianza di Guido Castellino, l’impatto con il fronte è l’impatto con la realtà brutale dell’Europa in guerra: l’organizzazione e la ferocia tedesche, l’incomprensibile persecuzione degli ebrei, il senso di impreparazione e di inadeguatezza dell’esercito italiano, che contrasta con l’immagine dell’Italia, tutta forza e progresso, che il fascismo aveva contrabbandato come vera. Per uno strano paradosso, però, lo scarso sviluppo tecnologico e la scarsa organizzazione militare hanno permesso a questa generazione di militari mandata al fronte di capire subito la follia della guerra di Hitler e l’idiozia di un regime di cartapesta come il fascismo: la catastrofe sul fronte russo contribuirà infatti in maniera determinante a far nascere in Italia, dopo l’8 settembre 1943, il più grande movimento di Resistenza e di lotta antifascista d’Europa. 

Nuto Revelli (1919-2004) è stato uno dei pochi ufficiali che sono sopravvissuti alla campagna di Russia. Tornato in Italia, partecipa alla Resistenza diventando capo partigiano della brigata “Giustizia e Libertà” nelle montagne del Cuneese. Nel dopoguerra, Revelli pubblicherà importanti volumi di ricerca storica sul mondo contadino e sulla memoria della guerra, tra cui La guerra dei poveri (1962), La strada del davai (1966),Il mondo dei vinti (1977), L’anello forte (1985), e in questi lavori userà spesso le testimonianze orali come fonte di documentazione. 

La campagna di Russia    Il 17 luglio 1942 la prima divisione di alpini esce dall’Italia per combattere sul fronte russo. L’anno prima, nel giugno del 1941, la Germania di Hitler aveva infatti aperto il fronte orientale riuscendo ad avanzare, in pochi mesi, dentro la Russia sovietica; a settembre capitolava Kiev e veniva accerchiata Leningrado. Di fronte a un successo militare così rapido, Mussolini decide di inviare 56.000 alpini in sostegno all’esercito tedesco; spera in questo modo di ottenere, in caso di vittoria, un giusto riconoscimento nella spartizione dei territori e delle aeree di influenza. Non andrà così. La campagna di Russia sarà un disastro: moriranno più di 44.000 alpini, l’80% dell’intero corpo d’armata. A una guerra che si combatte in pianura, con carri armati e aeroplani, Mussolini invia militari addestrati in montagna, con picconi, corde e 900 muli.

 

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