Guido Cavalcanti

Rime

Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira: alle origini dello “stile della lode”

Quando leggeremo la Vita nova di Dante parleremo dello “stile della lode”, cioè di quei testi danteschi che mirano non a conquistare la donna amata ma semplicemente a elogiarla, a tesserne appunto le lodi. E vedremo come Dante parli di Beatrice come di una creatura angelica, la cui vera casa è il paradiso. Ebbene, il sonetto cavalcantiano che segue anticipa quella poetica descrivendo la donna come un essere quasi soprannaturale.

Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira1,
che fa tremar di chiaritate l’âre2
e mena seco3 Amor4, sì che parlare
null’omo pote5, ma ciascun sospira?

O Deo, che sembra quando li occhi gira!
dical’ Amor, ch’i’ nol savria contare6:
cotanto d’umiltà donna7 mi pare,
ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira8.

Non si poria contar la sua piagenza9,
ch’a10 le’ s’inchin’11 ogni gentil vertute,
e la beltate12 per sua dea la mostra.

Non fu sì alta13 già la mente nostra
e non si pose ’n noi tanta salute14,
che propiamente n’aviàn canoscenza15.

 

 

Metro: sonetto di schema ABBA ABBA CDE EDC.

IL RESOCONTO DI UN’APPARIZIONE La prima cosa da osservare, dopo aver letto questo sonetto, è che il poeta non presenta la donna descritta nel testo come la sua donna, la donna che lui ama, ma come una donna della quale ignora l’identità, e che attira la sua attenzione prima per gli effetti che esercita sull’ambiente intorno a lei, e poi per le sue fattezze. Si parla cioè di una donna in carne e ossa, ma potrebbe essere il resoconto di un’apparizione, di una visione soprannaturale che il poeta non ha parole per esprimere (lo dice infatti, «i’ nol savria contare» e «Non si poria contar»): più che a una lirica d’amore, ci pare d’essere di fronte a un canto di devozione sacra. 
 
LA CONTEMPLAZIONE DI UN MIRACOLO Il sonetto è scandito in quattro tempi, coincidenti con le pause metriche delle quartine e delle terzine.
  1. Nel primo tempo il poeta vede la donna che si avvicina e domanda a se stesso e agli astanti chi è, qual è la sua vera identità (che non va intesa come l’identità anagrafica, il nome, ma piuttosto come la sua vera essenza), visto che ha effetti così dirompenti tanto su coloro che la contemplano (incapaci di articolare parola, possono soltanto sospirare) quanto sull’atmosfera intorno a lei (è la meravigliosa immagine sinestetica dell’aria che trema di chiarezza). 
  2. Nel secondo tempo la descrizione si concentra sulle fattezze della donna, ma il tentativo di esprimerle con parole («che sembra quando li occhi gira») fallisce subito, per l’ineffabilità di tanta bellezza («dical’ Amor, ch’i’ nol savria contare»), bellezza che – come accade anche nelle liriche della Vita nova di Dante, per esempio in Tanto gentile – si accompagna a una sublime umiltà: la donna è “signora (donna = domina) dell’umiltà”, cioè è umilissima, tanto che ogni altra creatura femminile, a paragone con lei, merita il nome di ira, cioè di sdegno, superbia (e si potrebbe anche scrivere Ira, con la maiuscola delle personificazioni).
  3. Il terzo tempo  insiste sul tema dell’ineffabilità, e la lode prende una piega diversa: nella prima quartina era basata sugli effetti della donna, nella seconda sul suo atteggiamento, ora diventa una lode iperbolica, che abbandona il piano fattuale e si fa allegoria: ogni più nobile (gentile) virtù, dice il poeta, si inchina di fronte a lei, e la bellezza (ma possiamo anche qui usare la maiuscola: Beltate) indica in lei la sua dea, la sua regina. Dalla realtà terrena ci siamo spostati in una sorta di Olimpo: l’aura miracolosa che circonda la donna si fa ancora più densa. 
  4. Nel quarto tempo quest’aura ispira al poeta una dichiarazione esplicita che certifica il miracolo: la donna è un essere così perfetto che non solo non può essere adeguatamente descritto (ciò che, come accennato, il poeta ribadisce) ma non può neppure essere compreso da mente umana. La poesia del Duecento aveva già sviluppato il topos della donna perfetta, celestiale; ma mai con tanta chiarezza essa era stata assimilata a una creatura ultraterrena, ontologicamente diversa da chi ha il bene di contemplarla. 
 
TRA RETORICA SACRA E TÓPOI STILNOVISTI Non è strano che, per parlare di questa apparizione miracolosa, Cavalcanti adoperi un linguaggio che arieggia la retorica sacra. Il primo verso evoca infatti un modulo tipico del libro biblico del Cantico dei Cantici, per esempio il versetto 6,10: «Chi è costei che sorge come l’aurora, / bella come la luna, fulgida come il sole?». Ma, anche al di là di precise corrispondenze verbali, rimanda al linguaggio della fede anche l’elogio fatto attraverso enunciati apofatici (dal greco apofatikòs, “negativo”), che cioè non dicono ciò che la donna è ma alludono a sue virtù espresse per via di negazione («i’ nol savria contare», «Non si poria contar», «Non fu sì alta», «non si pose»). Ma se più passaggi del testo alludono alla retorica sacra, e propongono insomma l’equazione tra la donna amata e la Vergine, le immagini e il lessico adoperati da Cavalcanti sono poi per gran parte quelli caratteristici della lirica stilnovista: la meraviglia degli occhi, il dono dell’umiltà, la piagenza, cioè la bellezza. E alla dinamica dell’amore cortese rimanda anche il sospiro (che ricorda per esempio l’ultimo verso di Tanto gentile di Dante: «che va dicendo all’anima: Sospira»: il medico fiorentino Dino del Garbo, che visse a cavallo tra il Duecento e il Trecento, e commentò tra l’altro la più celebre canzone cavalcantiana, Donna me prega, spiega in questo modo perché gli amanti sospirano: «L’amante che fa o pensa qualcosa, appena è visitato dal pensiero di ciò che ama, subito sospira, perché in un tale subitaneo rinnovamento dell’appercezione si genera nel cuore una certa compressione dovuta agli opposti e improvvisi moti che avvengono nel calore del suo spirito, e sono appunto questi diversi moti la causa dei sospiri».

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Quali tratti fisici e morali caratterizzano la donna?

2 Quali effetti generano l’apparizione della donna?

ANALIZZARE

3 A livello lessicale predomina, a tuo parere, un’inclinazione all’astrazione o alla concretezza? Argomenta la risposta con esempi tratti dal testo.

4 Indica i suoni vocalici che ricorrono più frequentemente nella prima quartina. Che rapporto s’instaura tra significante e significato?

5 Quale atmosfera crea la proposizione interrogativa della prima quartina?

6 Un artificio stilistico interrompe la coincidenza tra pausa ritmica e pausa sintattica predominante nel sonetto: quale?

CONTESTUALIZZARE E INTERPRETARE 

7 In questo testo Cavalcanti si richiama probabilmente alla poesia di Guinizelli Io voglio del ver la mia donna laudare, in particolare per il motivo della lode della donna. Come ha scritto Gianfranco Contini, «la comunanza di due rime, una nelle quartine (-are) e una nelle terzine (-ute), e anzi di ben quattro parole in rima, una per ciascuna quartina o terzina (are, pare, vertute, salute), rende evidente l’allusione a Guinizelli, anzi la “concorrenza” nella loda». Confronta i due testi (puoi partire dalla struttura metrica, per passare poi alle scelte lessicali, alla presenza o all’assenza di similitudini con il mondo della natura, allo sviluppo argomentativo), e mostra in che modo Cavalcanti innova rispetto al modello guinizelliano.

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  1. ogn’om la mira: tutti la guardano con ammirazione.
  2. fa ... l’âre: fa tremare l’aria di chiarezza (forse Cavalcanti aveva in mente qualcosa di simile al fenomeno ottico della scintillazione, cioè al lieve tremolio delle stelle sulla volta celeste, che porta con sé una variazione nell’intensità della loro luminosità).
  3. mena seco: conduce con sé.
  4. Amor: l ’Amore personificato accompagna la donna, come una sorta di cavalier servente (la stessa personificazione si troverà più volte nella Vita nova di Dante, e per esempio nel sonetto – assai simile a questo cavalcantiano – I’ mi senti’ svegliar dentro allo core: «e poi vidi venir da lungi Amore»).
  5. pote: può.
  6. che sembra ... contare: lo dica Amore, che cosa sembra (cioè quanto è bella) quando volge il suo sguardo (verso chi la contempla), perché io non saprei dirlo (contare).
  7. d’umiltà donna: il complemento di specificazione corrisponde a un aggettivo, quindi si può parafrasare “donna umile”, cioè “benevola, mite”.
  8. ogn’altra ... ira: tutte le altre donne, al suo confronto (ver’ lei), meritano il nome di “ira, superbia, sdegno”.
  9. Non si ... piagenza: non sarebbe possibile esprimere la sua bellezza.
  10. ch(e): dal momento che.
  11. s’inchin(a): si prostra, si dichiara sottomessa (significa che la donna ha al suo servizio, e quindi possiede, tutte le virtù).
  12. beltate: bellezza, personificata come una semidea (mentre la dea, la divinità, è la donna cantata dal poeta).
  13. non ... alta: non venne creata così nobile.
  14. non ... salute: non entrò nella nostra anima tanta nobiltà di spirito (salute).
  15. che ... canoscenza: da poterne avere piena conoscenza (propiamente, forma comune nella lingua antica al posto di propriamente: ha il senso di “perfettamente, interamente”).