Giovanni Boccaccio

Decameron

Chichibio e la gru con una zampa sola

La sesta giornata del Decameron è quella delle novelle in cui si racconta di come, con una bella risposta, un uomo o una donna siano riusciti a cavarsela in una circostanza imbarazzante. La novella di Chichibio è un esempio perfetto del genere: una risposta pronta (una presta parola, scrive Boccaccio) toglie un povero cuoco da una situazione molto pericolosa. 

Chichibio, cuoco di Currado Gianfigliazzi, con una presta1 parola a sua salute l’ira di Currado volge in riso e sé campa dalla mala ventura minacciatagli da Currado2.

Tacevasi già la Lauretta […], quando la reina a Neifile impose che seguitasse; la qual disse:

Quantunque il pronto ingegno, amorose donne, spesso parole presti e utili e belle, secondo gli accidenti, a’ dicitori, la fortuna ancora, alcuna volta aiutatrice de’ paurosi, sopra la lor lingua subitamente di quelle pone che mai a animo riposato per lo dicitore si sareber sapute trovare3: il che io per la mia novella intendo di dimostrarvi.

Currado Gianfigliazzi, sì come ciascuna di voi e udito e veduto puote avere, sempre della nostra città è stato nobile cittadino, liberale4 e magnifico, e vita cavalleresca tenendo continuamente in cani e in uccelli s’è dilettato, le sue opere maggiori al presente lasciando stare5. Il quale con un suo falcone avendo un dì presso a Peretola una gru ammazzata, trovandola grassa e giovane, quella mandò a un suo buon cuoco, il quale era chiamato Chichibio, e era viniziano; e sì gli mandò dicendo che a cena l’arostisse e governassela bene6. Chichibio, il quale come nuovo bergolo era così pareva7, acconcia8 la gru, la mise a fuoco e con sollicitudine9 a cuocer la cominciò. La quale essendo già presso che cotta e grandissimo odor venendone, avvenne10 che una feminetta della contrada, la quale Brunetta era chiamata e di cui Chichibio era forte innamorato, entrò nella cucina; e sentendo l’odor della gru e veggendola, pregò caramente Chichibio che ne le desse una coscia.

Chichibio le rispose cantando e disse: «Voi non l’avrì da mi11, donna Brunetta, voi non l’avrì da mi».

Di che donna Brunetta essendo un poco turbata, gli disse: «In fé di Dio, se tu non la mi dai, tu non avrai mai da me cosa che ti piaccia»; e in brieve le parole furon molte12; alla fine Chichibio, per non crucciar13 la sua donna, spiccata14 l’una delle cosce alla gru, gliele diede.

Essendo poi davanti a Currado e a alcun suo forestiere15 messa la gru senza coscia, e Currado maravigliandosene, fece chiamare Chichibio e domandollo che fosse divenuta l’altra coscia della gru. Al quale il vinizian bugiardo subitamente rispose: «Signor mio, le gru non hanno se non una coscia e una gamba».

Currado allora turbato disse: «Come diavol non hanno che una coscia e una gamba? non vid’io mai più gru che questa16?».

Chichibio seguitò: «Egli è, messer, com’io vi dico; e quando vi piaccia, io il vi farò veder ne’ vivi17».

Currado, per amor de’ forestieri che seco avea, non volle dietro alle parole andare18, ma disse: «Poi che tu di’ di farmelo vedere ne’ vivi, cosa che io mai più non vidi né udi’ dir che fosse, e io il voglio veder domattina e sarò contento; ma io ti giuro in sul corpo di Cristo che, se altramenti sarà19, che io ti farò conciare in maniera che tu con tuo danno ti ricorderai, sempre che tu ci viverai, del nome mio».

Finite adunque per quella sera le parole, la mattina seguente, come il giorno apparve, Currado, a cui non era per lo dormire l’ira cessata, tutto ancor gonfiato20 si levò e comandò che i cavalli gli fosser menati21; e fatto montar Chichibio sopra un ronzino22, verso una fiumana, alla riva della quale sempre soleva in sul far del dì vedersi delle gru, nel menò23 dicendo: «Tosto vedremo24 chi avrà iersera mentito, o tu o io».

Chichibio, veggendo che ancora durava l’ira di Currado e che far gli conveniva pruova della sua bugia25, non sappiendo come poterlasi fare cavalcava appresso a Currado con la maggior paura del mondo, e volentieri, se potuto avesse, si sarebbe fuggito; ma non potendo, ora innanzi e ora adietro e dallato si riguardava, e ciò che vedeva credeva che gru fossero che stessero in due piè26.

Ma già vicini al fiume pervenuti, gli venner prima che a alcun vedute27 sopra la riva di quello ben dodici gru, le quali tutte in un piè dimoravano28, sì come quando dormono soglion fare; per che egli, prestamente mostratele a Currado, disse: «Assai bene potete, messer, vedere che iersera vi dissi il vero, che le gru non hanno se non una coscia e un piè, se voi riguardate a quelle che colà29 stanno».

Currado vedendole disse: «Aspettati, che io ti mostrerò che elle n’hanno due»; e fattosi alquanto più a quelle vicino, gridò: «Ho ho!», per lo qual grido le gru, mandato l’altro piè giù30, tutte dopo alquanti passi cominciarono a fuggire; laonde31 Currado rivolto a Chichibio disse: «Che ti par, ghiottone? parti32 ch’elle n’abbian due?».

Chichibio quasi sbigottito, non sappiendo egli stesso donde si venisse33, rispose: «Messer sì, ma voi non gridaste “ho, ho!” a quella di iersera34; ché se così gridato aveste, ella avrebbe così l’altra coscia e l’altro piè fuor mandata, come hanno fatto queste».

A Currado piacque tanto questa risposta, che tutta la sua ira si convertì in festa35 e riso, e disse: «Chichibio, tu hai ragione, ben lo doveva fare36».

Così adunque con la sua pronta e sollazzevol37 risposta Chichibio cessò la mala ventura e paceficossi col suo signore38.

UNA STRUTTURA TRIPARTITA   Questa è una delle novelle più elementari di tutto il Decameron, e anche per questo è una delle più godibili. Ha una struttura semplicissima:

1. Preparazione della crisi = Corrado Gianfigliazzi dà una gru da cucinare al suo cuoco Chichibio.
2. Crisi = Il cuoco, convinto da una ragazza che gli piace, stacca una coscia alla gru e gliela dà; poi serve in tavola la gru, e Corrado si accorge del furto; Chichibio, con le spalle al muro, si giustifica in modo assurdo (le gru avrebbero una sola zampa!)
3. Soluzione della crisi = Il giorno dopo, i due vanno al fiume a guardare le gru “dal vivo”. È il momento di quello che nelle barzellette, in inglese, si chiama il pun, la battuta, e Boccaccio la prepara in maniera molto sapiente: prima le gru che Chichibio vede hanno due zampe (e lui è disperato); poi le gru ne hanno una sola, come accade quando stanno nell’acqua, in posizione di riposo (e Chichibio tira un sospiro di sollievo); poi Corrado lancia un grido, le gru allungano l’altra zampa e volano via; infine, ecco la battuta che fa sorridere e salva Chichibio: Corrado ha gridato «Ho ho», la sera prima a cena? No? Be’, se l’avesse fatto, allora anche quella gru avrebbe tirato fuori la seconda zampa...

IL GUSTO DEL RACCONTARE   Qual è la morale della novella? Questa non è sempre la domanda da porsi, quando si legge il Decameron, e soprattutto la sesta giornata: perché Boccaccio racconta spesso per il puro piacere di narrare e di far sorridere (che è la stessa ragione per cui si raccontano le barzellette ancora oggi). In ogni caso, è chiaro che qui si ribadisce l’idea che sta al centro di tutta la giornata: non importa se si è poveri o ricchi, umili o potenti, importa avere spirito, essere svegli, avere quello che si chiama “uso del mondo” o, in francese, savoir faire (alla lettera “saper fare”, ma meglio “sapersi comportare”).

DUE REGISTRI DIVERSI   Quanto allo stile del racconto, come quasi sempre nel Decameron c’è una netta differenza di registro tra le parti in cui parla la voce narrante e le parti di dialogo. Nelle prime abbiamo periodi lunghi, ricchi di incisi, e una marcata tendenza alla costruzione ipotattica: si prendano le prime righe, che iniziano con una congiunzione concessiva, Quantunque..., proseguono con un’invocazione alle amorose donne, poi col verbo presti posposto al complemento oggetto parole, quindi con la proposizione principale, anch’essa rotta da incisi e inversioni. Nelle seconde abbiamo, al contrario, una sintassi molto più svelta e leggera, tendenzialmente paratattica, un lessico e una fraseologia più semplici, vicini all’uso parlato (per esempio nella domanda retorica di Corrado: «Che ti par, ghiottone? parti ch’elle n’abbian due?» (r. 59), con addirittura un tentativo d’imitazione della parlata veneziana: «Voi non l’avrì da mi, donna Brunetta, voi non l’avrì da mi» (rr. 21-22).

Esercizio:

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1. Nella novella, Boccaccio adopera registri linguistici diversi nelle parti in cui parla la voce narrante e in quelle in cui parlano i personaggi. In che cosa consiste questa diversità? Rispondi facendo degli esempi.

2. Individua le sequenze narrative della novella e assegna loro un titolo coerente.

3. In che cosa consiste l’astuzia di Chichibio?

CONTESTUALIZZARE

4. Confronta l’arguzia di Chichibio e la reazione di Currado con quelle di Bertoldo e del suo re (raccontate da Giulio Cesare Croce nel libro intitolato Le sottilissime astuzie di Bertoldo, 1606).

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  1. presta: svelta (cioè “rispondendo con prontezza”).

  2. a sua salute … Currado: trasforma in sorriso, in ilarità, l’ira di Corrado, e in questo modo si salva, e si sottrae alla punizione che Corrado gli aveva minacciato.

  3. Quantunque … trovare: benché l’intelligenza pronta, donne amorevoli, suggerisca spesso delle parole utili e belle, a seconda delle occasioni, a coloro che le pronunciano (dicitori), anche la fortuna, che talvolta aiuta chi ha paura, mette sulla loro lingua [la lingua dei dicitori] alcune parole che mai sarebbero venute loro in mente in una condizione di quiete («a animo riposato»).

  4. liberale: generoso.

  5. le sue … stare: e non ricordiamo qui le sue imprese più grandi (limitiamoci cioè a ricordare la magnificenza della sua “vita da cavaliere”). Corrado Gianfigliazzi era il rampollo di una delle più ricche famiglie di banchieri fiorentini.

  6. governassela bene: la cucinasse bene, ne facesse buon uso.

  7. come … pareva: dato che era proprio il chiacchierone sempliciotto che sembrava.

  8. acconcia: preparata (per la cottura).

  9. sollicitudine: premura, solerzia.

  10. avvenne: capitò.

  11. non … mi: non l’avrete da me. Boccaccio cerca di imitare la cadenza veneziana, ma è un’imitazione molto approssimativa.

  12. le parole … molte: si accese, cioè, una lite tra i due.

  13. crucciar: infastidire, contrariare.

  14. spiccata: staccata.

  15. a alcun … forestiere: a un suo ospite. Corrado si fa servire la gru per cena e trova che le manca una coscia.

  16. Non … questa?: forse che non ho mai visto una gru, in vita mia, a parte questa?

  17. io … vivi: io ve lo farò vedere nelle gru vive. Chichibio ha le spalle al muro, e anziché confessare la sua colpa rilancia, promettendo al suo signore che può dimostrare di aver ragione.

  18. dietro … andare: continuare il discorso. Corrado ha ospiti, e non vuole, per ora, punire il suo servitore: ci penserà domani (e questa dilazione è provvidenziale, perché dà a Chichibio il tempo di trovare una via d’uscita).

  19. se … sarà: se le cose non stanno come dici.

  20. gonfiato: gonfio d’irritazione.

  21. menati: condotti.

  22. ronzino: cavallo da due soldi, che è quello che conviene ai servitori.

  23. nel menò: lo condusse.

  24. Tosto vedremo: vedremo subito. Corrado vuole che Chichibio mantenga la promessa della sera prima, e gli mostri che le gru hanno solo una zampa; ma è sicuro che non potrà farlo; la frase ha dunque un chiaro tono di minaccia.

  25. far … bugia: gli era necessario dimostrare vera quella che sapeva essere una bugia.

  26. credeva … piè: Chichibio si avvicina al fiume, e quelle che gli pare di vedere sono gru che stanno su due zampe, come è normale che sia.

  27. gli … vedute: prima di ogni altro (del gruppo che accompagnava Corrado) vide.

  28. dimoravano: stavano.

  29. colà: laggiù.

  30. mandato … giù: stesa l’altra zampa.

  31. laonde: perciò.

  32. parti: ti pare.

  33. donde si venisse: da dove venisse (la pronta risposta che dà a Corrado).

  34. a quella di iersera: alla gru che gli era stata servita la sera prima, e che era senza una coscia.

  35. festa: allegria.

  36. ben … fare: avrei dovuto farlo!

  37. sollazzevol: piacevole.

  38. cessò … signore: evitò la punizione che lo attendeva e fece pace.