Francesco Berni

Rime

Chiome d ’argento fino, irte e attorte

Il sonetto che segue, scritto prima del 1527, è la parodia del sonetto di Bembo Crin d’oro crespo e d’ambra tersa e pura che nei primi anni del Cinquecento era diventato l’esempio canonico del petrarchismo italiano. Berni si diverte a capovolgere sistematicamente (e comicamente) i canoni della bellezza femminile così come questi erano stati fissati dalla poesia di Petrarca e dei suoi imitatori. Anziché il ritratto di una donna ideale, uno dei tanti ritratti in versi confezionati dai lirici del Basso Medioevo, Berni tratteggia qui la caricatura di una vecchia dall’aspetto ripugnante.

Chiome d’argento fino1, irte e attorte2
senz’arte3 intorno ad un bel viso d’oro4;
fronte crespa5, u’ mirando6 io mi scoloro7,
dove spunta i suoi strali Amor e Morte8;

occhi di perle vaghi9, luci torte
da ogni obietto diseguale a loro10;
ciglie di neve11 e quelle, ond’io m’accoro12,
dita e man dolcemente grosse e corte13;

labra di latte14, bocca ampia celeste15;
denti d’ebeno rari e pellegrini16;
inaudita ineffabile armonia17;

costumi alteri e gravi: a voi, divini
servi d’Amor, palese fo18 che queste
son le bellezze della donna mia.

 

Metro: sonetto di schema ABBA ABBA CDE DCE.

IL RIBALTAMENTO DEL CANONE Per capire bene com’è fatto questo sonetto di parodia, dobbiamo ricordarci che fin dalle origini della tradizione volgare la poesia era servita a elogiare la bellezza della donna amata. Ben presto si era anzi creato un vero e proprio canone delle bellezze femminili, spesso associate a un equivalente naturale (capelli-oro, pelle-neve, labbra-corallo, denti-perle e così via): in area italiana questo processo di codificazione ebbe il proprio culmine con il Canzoniere di Francesco Petrarca, preso a modello dal petrarchismo italiano. Ed è proprio l’esempio più illustre di questa alquanto sterile tradizione petrarchista, ossia il sonetto Crin d’oro crespo e d’ambra tersa e pura di Bembo, che Berni prende di mira nella sua parodia. Le parole e le espressioni adoperate da Bembo – a loro volta riprese dal Canzoniere, e ben familiari ai lettori del tempo – vengono puntualmente rovesciate o sottoposte a un processo di smontaggio e ricomposizione giocosa. Facciamo qualche esempio: il Crin d’oro crespo e d’ambra tersa e pura, immagine usata da Bembo e ripresa dal sonetto 292 del Canzoniere, riecheggia al primo verso: le chiome, i capelli della donna amata, sono però d’argento, ossia canuti a causa della vecchiaia, e sono anche «fino, irte e attorte», cioè sottili, ispidi e attorcigliati.

IL LESSICO PETRARCHESCO VOLTO IN PARODIA Il gioco di Berni è complesso, e non si limita al rovesciamento parodico. Nel sonetto, infatti, egli recupera alcuni dei materiali preziosi attraverso i quali Petrarca prima e Bembo poi avevano descritto le qualità fisiche dell’amata, salvo riferire questi elementi ad altre parti del corpo: a essere d’oro, qui, non sono i capelli, bensì il viso della donna, che assume così un colorito insano, e crespa non è, di nuovo, la sua capigliatura, ma la sua fronte (sicché crespo qui si può parafrasare con “rugoso”). Vediamo un altro caso analogo, quello dei denti: in Petrarca e in Bembo i denti della donna amata sono associati, per il loro candore, alle perle (Canzoniere, 200: «la bella bocca angelica, di perle / piena». I denti della donna di Berni, ben lungi dall’essere «di perla», sono neri (cioè sporchi) come il legno «d’ebeno», e sono anche rari e pellegrini. Anche questi aggettivi – e non è certo un caso – sono usati spesso da Petrarca, di solito nelle accezioni di “straordinario” e “bello”, accezioni che però non sono pertinenti per il testo di Berni. Riferito ai denti, rari vuol dire infatti che i denti sono pochi, e pellegrini vuol dire che si muovono, cioè che tremano e non sono ben saldi sulle gengive. Anche qui, però, è tutta l’immagine petrarchesca a essere smontata e ricomposta da Berni: e allora che fine fanno le perle? Eccole nell’espressione «occhi di perle vaghi», che vuol dire “occhi adornati con perle”. Queste perle sono però ben poco accattivanti, perché stanno a significare o che gli occhi lacrimano di continuo (come quelli di chi ha un raffreddore molto forte) o addirittura che sono pieni di impurità, che sono occhi cisposi.

UN PROCEDIMENTO ANTIFRASTICO Usando dunque i termini consueti del codice petrarchesco ma riferiti a caratteristiche fisiche o morali diverse, Berni ne capovolge in un certo senso il significato: un materiale prezioso come l’argento non descrive una qualità positiva, in quanto è riferito ai capelli ormai canuti della donna; allo stesso modo l’oro non serve più a descrivere lo splendore dei capelli, ma il colorito giallastro del volto. Inoltre, Berni gioca con il significato ambiguo di alcune parole: mi scoloro può indicare un pallore generato tanto dall’ammirazione quanto dal disgusto, ma Berni lo adopera in questo secondo significato; lo stesso vale per aggettivi come inaudita, ineffabile, riferiti alla voce della donna, tanto fastidiosa che non si riesce a sopportarla, o «alteri e gravi», riferiti ai costumi, che descrivono un modo di fare superbo e odioso. Siamo di fronte a un procedimento antifrastico: apparentemente, le parole e le immagini adoperate dal poeta hanno un senso positivo, ma il contesto in cui esse cadono ne rovescia il significato. Il rovesciamento parodico non si limita al lessico, ma si estende anche alle figure retoriche, come l’ossimoro, spesso usato da Petrarca, («il bel viso d’oro», «dita e man dolcemente grosse e corte»), e le dittologie («irte e attorte», «Amor e Morte», «rari e pellegrini», «alteri e gravi»).
 

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 A una prima lettura il sonetto di Berni sembra effettivamente un sonetto di lode della bellezza della donna: per quale motivo?

2 Rileggi gli ultimi versi del sonetto, nei quali Berni si rivolge ai «divini /servi d’Amor»: a chi si riferisce il poeta con questa espressione? Quale reazione vuole suscitare, a tuo avviso, nei destinatari del sonetto?

ANALIZZARE

3 Sottolinea tutte le locuzioni o le parole che hanno un significato ambiguo, chiarendo in che modo Berni gioca su questa ambiguità per ottenere un effetto parodico. 

4 Considera l’aspetto fonico del testo: vi prevalgono suoni dolci o suoni stridenti? In quale passaggio, in particolare? Quali effetti vuole ottenere in tal modo l’autore?

CONTESTUALIZZARE

5 Confronta questa poesia con il sonetto di Pietro Bembo Crin d’oro crespo e d’ambra tersa e pura, riflettendo in particolare sulla struttura della descrizione, sulle riprese lessicali e sulla sintassi. Anche se i due sonetti sono simili per molti versi, Bembo e Berni non hanno certo lo stesso intento: quale diverso effetto vogliono ottenere i due autori e in che modo ci riescono?

Stampa
  1. Chiome ... fino: chiome grigio-bianche (e non dorate come nella tradizione petrarchesca). 
  2. irte e attorte: ispide e attorcigliate.
  3. senz’arte: senza alcuna cura. 
  4. viso d’oro: viso dal colorito giallastro, dunque insano (in contrapposizione al candore della pelle di prammatica nella poesia petrarchesca).
  5. crespa: increspata dalle rughe. 
  6. u’ mirando: mirando la quale (letteralmente “dove mirando”). 
  7. mi scoloro: impallidisco, non tanto per amore, come nel caso dell’occorrenza del verbo nell’Inferno, V, 131 («e scolorocci il viso»), ma piuttosto per la ripulsa.
  8. spunta ... Morte: si noti che la canonica coppia di Amore e Morte non “appuntisce” bensì spunta, cioè smussa, i propri strali sul viso della donna.
  9. di perle vaghi: belli perché adornati di perle. Le perle (in genere metafora della perfetta dentatura) sono qui riferite agli occhi: indicheranno probabilmente occhi lacrimosi o cisposi.
  10. luci ... loro: occhi distolti da ogni oggetto non alla loro altezza; ma l’aggettivo torte insinua che la donna sia strabica.
  11. ciglie di neve: ciglia canute. 
  12. ond’io m’accoro: per le quali io mi struggo d’amore o, accogliendo l’accezione più forte del verbo accorare, per le quali io mi sento male.
  13. grosse e corte: tozze.
  14. labra di latte: labbra bianchicce.
  15. bocca... celeste: gran bocca di colore violaceo, perché cianotica.
  16. denti ... pellegrini: denti neri (come il legno d’ebano), radi e malfermi.
  17. armonia: voce melodiosa.
  18. palese fo: letteralmente: faccio palese, rendo noto.