Francesco Petrarca

Familiari

Contro l’astrologia

Sebbene gli oroscopi siano oggi diffusissimi, l’astrologia è esclusa dalle discipline scien­tifiche e viene generalmente considerata una pratica irrazionale. Nel Medioevo la situa­zione era diversa: non solo la maggior parte delle persone comuni credeva fermamente nell’influenza degli astri sul carattere e sulla vita quotidiana, ma questo convincimento era condiviso da moltissimi di quelli che oggi definiremmo intellettuali, filosofi e scien­ziati. Nelle università del Medioevo veniva infatti insegnata una disciplina denominata astrologia che riuniva in sé quel che oggi chiamiamo astronomia (cioè lo studio e l’os­servazione scientifica delle stelle) e quella pratica che è ormai di esclusiva competenza degli astrologi che compilano gli oroscopi e non hanno nulla a che spartire con la scien­za. Dante, per fare un esempio, quasi certamente credeva che i movimenti delle stelle avessero un legame con gli eventi storici e con le azioni umane. Solo molto più tardi questa tendenza si invertirà e l’astrologia uscirà definitivamente (per ora!) dalle materie scientifiche considerate degne di studio. Petrarca, nel suo atteggiamento nei confronti dell’astrologia è invece decisamente più “moderno” di Dante Alighieri. Nella lettera che leggeremo, Petrarca elenca quelli che considera degli ottimi motivi per non credere negli astrologi e negli indovini: da un lato perché sono stati condannati dai Padri della Chiesa e sono quindi contro la religione, dall’altra perché gli astrologi, criticati dai filosofi e dei poeti, sono contro la ragione. 

Se lo possiamo, ti prego, liberiamoci dal triste ricordo del passato e dall’angosciosa attesa del futuro, sono cose che tormentano inutilmente e da ambo i versi, come con un doppio aculeo, tolgono serenità alla nostra vita. A che anelare, a che affliggerci? Il passato non si può cambiare e il futuro non si può prevedere. Che bisogno c’è degli astrologi se non soltanto li condanna l’autorità dei santi padri, ma anche quella dei filosofi, dei poeti e di tutti coloro che amano il culto del vero?

Tralasciamo pure le parole di tanti filosofi, chi ignora la notissima testimonianza di Virgilio che definisce ignare le menti dei vati? È noto quanto scrisse Accio1: «in nulla io credo agli aùguri, riempiono le orecchie agli altri per riempire di denaro le proprie tasche»; né è meno vero ciò che scrisse Pacuvio2, l’antichissimo poeta: «se ci fosse qualcuno capace di prevedere il futuro sarebbe simile a Giove». E non credere che su questo punto il profeta dissenta dal poeta: dice infatti Isaia3: «Annunziate quanto avverrà in futuro e noi riconosceremo che siete simili a Dio».

Penso che il consiglio di quel dottissimo uomo che fu Favorino4, ricalcato in gran parte su ciò che dice Cicerone5, consiglio con il quale entrambi dissuadono da tutte queste frodi e inganni, non solo sia giusto, ma tale da essere interpretato in modo più esteso. O infatti questi millantatori che si spacciano per profeti presagiscono sven­ture che poi non si avverano, e ci avranno allora riempito di inutile terrore; oppure dicono il vero, e ci avranno reso infelici anzitempo.

Al contrario, se profetizzano lieti eventi, e la profezia è vera, vi è anche qui un duplice inconveniente: la pena di un’attesa che credo la maggiore di tutte e una dimi­nuzione, o come Favorino dice, un disfiorire del piacere quand’esso si sia realizzato: esso infatti, per il fuoco del desiderio e della speranza, può considerarsi consunto già prima che si realizzi. Se poi il presagio è fallace6, allora avviene sicuramente che la nostra vana e stolta gioia si spenga nel dolore, profondamente unito a vergogna, di una speranza delusa. Non bisogna dunque ascoltare coloro che promettono cose per loro impossibili e per noi perfino inutili.

Creda piuttosto, ognuno di noi, come dettegli da Cristo quelle parole che in Plau­to7 Giove dice ad Anfitrione: «Rassicurati, Anfitrione; vengo in aiuto a te e ai tuoi. Non hai niente da temere.

Manda via tutti gli aruspici e gli indovini. Assai meglio di loro ti dirò il passato e l’avvenire». E ciò non perché, come lui diceva, «sono Giove», ma perché sono Dio. Egli parla molto, ogni giorno, al nostro cuore, e se lo vorremo ascoltare sapremo disprezzare facilmente le promesse di questi ciarlatani. Questo ci basti utilmente sapere: che come è certa la morte, incerta ne è l’ora, sì che tutte possono essere l’ultima. Che impudenza è la loro, e che pazzia la nostra, questa di doverci tormentare con la predizione di un futuro coperto da profonda caligine e conosciuto solo da Dio?

Ed è poi curioso, in tanta stoltezza, questo fatto: che mentre persone in tutto ve­ridiche subiscono la nomea di bugiardo per una sola notoria menzogna, costoro, che sono veramente bugiardi, si guadagnano la fama di veritieri per una verità azzeccata a caso. Di ciò si meraviglia lo stesso Cicerone, sia pure con altre parole, in quel libro nel quale, in poche pagine, dice il pro e il contro dell’arte del divinare8. Anche Agostino9, spesso altrove ma soprattutto nelle Questioni diverse, si scaglia contro queste persone che, come dice, «oggi si chiamano matematici, volendo sottoporre le nostre azioni ai corpi celesti, venderci alle stelle ed esigere da noi il prezzo di questo commercio». E ne spiega i motivi: «Se si sostiene che molte volte queste persone hanno predetto il vero, ciò si verifica perché gli uomini non ricordano le loro menzogne e i loro falsi vaticini. Badando solo a quei fatti che accaddero secondo la profezia, gli uomini di­menticano quanto non è avvenuto e hanno serbato memoria solo degli eventi che si sono realizzati non per la loro scienza, che è nulla, ma per un’oscura combinazione di circostanze. Che se si vuol dar credito alla loro perizia, si dica che sanno presagire il futuro secondo scienza anche certe morte pergamene dalle quali spesse volte, a piacere di chi lo voglia, viene fuori un vaticinio. E se dunque, senza alcuna arte, da quei codici può uscir fuori un verso che presagisce il futuro, perché meravigliarci se talora questa profezia, non per scienza ma per fortuna, può venir fuori dalla bocca di un vivo?». Sono queste le ultime parole di Agostino, che noi dobbiamo credere sia per fede, sia per l’autorità di chi le ha scritte.

Ma cos’altro credi che abbia spianato la strada a tutti gli inganni di costoro se non la grossolana ignoranza e la smodata curiosità (la direi rabbia addirittura) di conoscere ciò che non soltanto non possiamo, ma non ci è neppure utile sapere? Tu cerca dunque di evitare questa razza di uomini temerari e protervi, nemici della vita tranquilla, in modo da poter trascorrere, nei limiti del possibile, questa brevissima esistenza senza inutili e vane preoccupazioni. E questo sappi: fin che non ti sarai liberato dal peso delle superstizioni, una vita serena la potrai soltanto desiderare, non conseguire. I contrari si respingono reciprocamente; felicità e timore non potranno mai coesistere. Addio. 

CONFUTARE GLI INGANNI  Gli astrologi, spiega Pe­trarca, non servono a nulla: il ricordo del passato e l’atte­sa del futuro sono pensieri inutilmente angosciosi, dato che «Il passato non si può cambiare e il futuro non si può prevedere» (r. 4). Elenca quindi una serie di autorità a sostegno della sua tesi e spiega al corrispondente che le predizioni degli astrologi, vere o false che siano, vanno comunque rifiutate: se sono false, riempiono gli uomi­ni di inutili speranze e inutili terrori. Ma se anche fos­sero vere, impedirebbero comunque di gustare l’attesa di quello che non si conosce. Ma Petrarca sembra inte­ressato soprattutto a criticare il successo degli indovini tra i suoi contemporanei e si lamenta quindi che «per una verità azzeccata a caso» (r. 40-41), costoro venga­no considerati degni di fede. A sostegno dell’idea che i pronostici degli indovini solo per caso possano talvolta apparire veritieri, Petrarca cita quindi un lungo passo di Agostino. Nella parte conclusiva l’atteggiamento di Francesco oscilla fra la critica razionale delle predizioni basate solo sul caso (e per questo inaffidabili) e l’esor­tazione, tutta cristiana, a non desiderare di conoscere il futuro, noto solamente a Dio. 

Esercizio:

COMPRENDERE

1. Perché, secondo quanto afferma Petrarca soprattutto nel finale, gli astrologi (ma anche altri scienziati, come per esempio i matematici), sono «temerari e protervi»? Quali sono le conseguenze delle loro “rivelazioni”, che Petrarca considera particolarmente nefaste?

ANALIZZARE

2. Quali autori del passato cita Petrarca in questo brano? Elencali, datali e di’ in quale lingua si esprimevano (Petrarca, ovviamente, li leggeva in latino). Sono più numerosi gli autori antichi o quelli dell’era cristiana?

INTERPRETARE

3. Vesti tu i panni dell’astrologo, e rispondi alla lettera di Petrarca, controargomentando e difendendo le ragioni dell’astrologia in una facciata di foglio protocollo.

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  1. Accio: Lucio Accio (170-84 a.C.), poeta e drammaturgo romano.
  2. Pacuvio: Marco Pacuvio (220-130 a.C.), poeta e drammaturgo romano.
  3. Isaia: il profeta Isaia, al quale è attribuito uno dei libri della Bibbia.
  4. Favorino: Favorino di Arles (85-143), filosofo nato in Provenza ma che ricevette un’educazione greca.
  5. Cicerone: Marco Tullio Cicerone, scrittore, filosofo e uomo politico romano.
  6. fallace: illusorio; ingannevole.
  7. Plauto: Tito Maccio Plauto (250-184 a.C.), commediografo romano. Petrarca cita una sua commedia (l’Amphitruo) i cui protagonisti sono appunto Anfitrione e Giove.
  8. in quel libro … divinare: si tratta del De divinatione, che Cicerone scrisse poco prima di morire, nel 44 a.C.
  9. Agostino: sant’Agostino d’Ippona (354- 430), filosofo e teologo.