Dante Alighieri

Rime

Così nel mio parlar vogli’esser aspro

All’interno delle Rime di Dante gli studiosi hanno isolato un gruppetto di quattro canzoni: Io son venuto al punto della rota, Al poco giorno ed al gran cerchio d’ombra, Amor, tu vedi ben che questa donna, Così nel mio parlar vogli’esser aspro. E hanno definito queste canzoni “petrose” per più motivi:

1. perché in ciascuno dei quattro testi si trova la parola- rima pietra, usata come termine di paragone o come epiteto («questa bella pietra») di una donna insolitamente crudele nei confronti dell’amante;
2. perché tutti e quattro i testi sono caratterizzati da un linguaggio che si sforza di rendere con il suono delle parole questa crudeltà, e i suoi riflessi sullo spirito del poeta (onde quelle rime che nella Commedia Dante definirà aspre e chiocce: in -aspro, -armo, -orza eccetera);
3. e infine perché tutti e quattro i testi sono attraversati da un’idea dell’amore come guerra, martirio i cui effetti si avvertono sulla carne (onde il sangue che ghiaccia, le membra che sbiancano, l’Amore che batte l’amante con la sua frusta).

Così nel mio parlar è probabilmente la più celebre, e la più bella, tra queste canzoni “petrose”.

    Così nel mio parlar1 vogli’esser aspro
    com’è negli atti questa bella pietra2    
    la quale ognora impetra3
    maggior durezza e più natura cruda4,
5   e veste sua persona d’un diaspro5
    tal che per lui, o perch’ella s’arretra6,
    non esce di faretra
    saetta che già mai la colga ignuda7.
    Ella ancide8, e non val ch’uom si chiuda
10   né si dilunghi9 da’ colpi mortali    
    che, com’avesser ali,
    giungono altrui e spezzan ciascun’arme10,
    sì ch’io non so da lei né posso atarme11.



    Non truovo schermo ch’ella non mi spezzi
15   né luogo che dal suo viso m’asconda12,    
    che come fior di fronda
    così della mia mente tien la cima13.
    Cotanto del mio mal14 par che si prezzi
    quanto legno di mar che non lieva onda15;
20   e ’l peso che m’affonda    
    è tal che nol potrebbe adequar16 rima17.
    Ahi angosciosa e dispietata lima
    che sordamente la mia vita scemi18,
    perché non ti ritemi19
25   sì di rodermi il cuore a scorza a scorza
    com’io di dire altrui chi ti dà forza20?
   
    Ché più mi triema il cuor qualora io penso    
    di lei in parte ov’altri gli occhi induca21,
    per tema non traluca22
30   lo mio pensier di fuor sì che si scopra,
    ch’e’ non fa de la morte23, ch’ogni senso
    con li denti d’Amor già mi manduca24;
    ciò è che ’l pensier bruca
    la lor vertù, sì che n’allenta l’opra25.
35   E’ m’ha percosso in terra26 e stammi sopra
    con quella spada27 ond’elli uccise Dido
    Amore, a cu’ io grido
    «merzé!», chiamando, e umilmente il priego;
    ed e’ d’ogni merzé par messo al niego28.



40   Egli alza ad ora ad or la mano29, e sfida
    la debole mia vita esto perverso30,
    che disteso a riverso31
    mi tiene in terra d’ogni guizzo stanco32.
    Allor mi surgon nella mente strida33,
45   e ’l sangue ch’è per le vene disperso
    correndo fugge verso
    il cuor, che ’l chiama, ond’io rimango bianco34.
    Egli mi fere sotto il lato manco35
    sì forte che ’l dolor nel cuor rimbalza36:
50   allor dico: «S’egli alza
    un’altra volta, Morte m’avrà chiuso37
    anzi che ’l colpo sia disceso giuso38».
   
    Così vedess’io lui fender per mezzo
    il cuore a la crudele che ’l mio squatra39,
55   poi40 non mi sarebbe atra
    la morte41, ov’io per sua bellezza corro42:
    ché tanto dà nel sol quanto nel rezzo43,
    questa scherana micidiale e latra44.
    Oïmè, ché non latra45
60   per me, com’io per lei, nel caldo borro46?
    ché tosto griderei: «I’ vi soccorro47!»;
    e fare’l48 volentier, sì come quelli
    che ne’ biondi capelli
    ch’Amor per consumarmi increspa e dora49
65   metterei mano, e piacere’le allora50.



    S’io avesse51 le belle trecce prese
    che son fatte per me scudiscio e ferza52,
    pigliandole anzi terza53
    con esse passerei vespero e squille54;
70   e non sarei pietoso né cortese55,
    anzi farei com’orso quando scherza56;
    e s’Amor me ne sferza57,
    io mi vendicherei di più di mille58.
    Ancor negli occhi, ond’escon le faville
75   che m’infiamman lo cor ch’io porto anciso
    guarderei presso e fiso59,
    per vendicar lo fuggir che mi face60,
    e poi le renderei, con amor, pace61.
   
    Canzon62, vattene ritto a quella donna
80   che m’ha rubato e morto63, e che m’invola
    quello ond’i’ ho più gola,
    e dàlle per lo cor d’una saetta64,
    ché bello onor s’acquista in far vendetta65.





Metro: canzone di sei stanze con piedi ABbC ABbC e sirma CDdEE, più congedo uguale alla sirma. Come si è accennato, la caratteristica saliente del testo, specie nella prima stanza, è l’asprezza delle rime: -aspro, -etra, -uda, -arme eccetera.

UNA BATTAGLIA D'AMORE SOLTANTO MENTALE  Di che cosa parla, Così nel mio parlar? A ben vedere, di unico argomento: la forza della passione che tormenta il poeta; e c’è un unico campo d’osservazione, un unico piano del discorso, dato che l’intera descrizione verte su fatti interni alla coscienza, cioè su nulla che sia positivamente osservabile o che abbia realtà al di fuori dell’immaginazione del poeta. In questo quadro così concitato non accade, realmente, nulla: tutti gli oggetti e tutti i personaggi, anziché vivere sulla scena, vivono soltanto nelle metafore che il poeta adopera per descrivere il suo stato. Poche altre poesie ci dicono così poco sulle circostanze oggettive dell’amore: l’amante soffre, l’amata è crudele, e ben poco si può aggiungere a questo riassunto che non sia l’amplificazione metaforica dell’uno o dell’altro enunciato. La densità della trama, con la battaglia, le saette, le ferite inflitte da Amore: tutto ciò non è che una finzione per dare corpo, per far vedere il turbamento dell’amante.

PERSONIFICAZIONI, OGGETTIVAZIONI  Una volta concluso, con la quarta stanza, questo teatro di oggettivazioni e di personificazioni (la donna armata, Amore che ferisce con la sua spada, la Morte che mastica i sensi del poeta), anche le ultime due stanze non si svolgono in uno spazio reale ma in quello virtuale dell’augurio o del sogno: «Così vedess’io lui fender per mezzo» (v. 53), «S’io avesse le belle trecce prese» (v. 66). Consideriamo per esempio la quarta stanza, dove un’esperienza reale come l’impallidimento per paura è calata in un contesto che è invece tutto interamente metaforico (l’Amore personificato che con la sua spada minaccia e poi colpisce l’amante). O consideriamo la terza stanza, che inizia con quello che è forse l’unico riferimento alla vita esterna alla coscienza – il cuore che batte in fretta per paura che la gente scopra il segreto del poeta – ma prosegue poi con la contorta metafora della morte che corrode i sensi con i denti d’Amore, e si chiude con un’allegoria dotta (Amore che incombe sull’amante «con quella spada ond’elli uccise Dido» v. 36). Anche la presenza ossessiva dell’amata, alla quale l’amante cerca di sfuggire, è una presenza soltanto mentale, un’immagine che abita la memoria e che non si riesce a cancellare, tant’è vero che il poeta dirà al v. 77 di voler vendicare «lo fuggir che mi face»: segno che la donna in carne e ossa resta lontana, e che a perseguitare l’amante è il suo ricordo.

IL LINGUAGGIO "PETROSO"  Il linguaggio che Dante adopera per parlare di questo travaglio si adegua all’oggetto: posto che il comportamento della donna è aspro e ostile, aspro sarà il suono dei versi che parlano di lei. La durezza dello stile rispecchia insomma il carattere depressivo della passione: il suono di parole come aspro, pietra, impetra, cruda, diaspro, arretra, arme, spezzi rende percepibile anche all’orecchio l’angoscia che il poeta-amante sta provando. Non è una novità, nella poesia romanza: anche i predecessori di Dante, infatti, avevano adoperato uno stile stridente, soprattutto in rima, per esprimere le loro pene d’amore (ecco per esempio i versi di un poeta della generazione anteriore, Inghilfredi da Lucca: «Del meo disir non novo / chiuso parlare spargo, / ca chiusamente doglio sopra cima», cioè “Del mio ormai vecchio desiderio parlo in modo chiuso, oscuro, perché sono, in segreto, addolorato oltre ogni dire”); ma Dante costruisce su questo motivo del “suono delle parole che asseconda il dolore” un’intera canzone.

UNA CANZONE CHE RACCONTA UNA STORIA  L’originalità dei motivi e dello stile spiega perché Così nel mio parlar sia stato uno dei testi danteschi più letti e imitati nel Medioevo, e perché sia ancora oggi una delle poesie medievali più apprezzate, non solo dagli specialisti. Così nel mio parlar parla di un tema tradizionale: il dolore dell’amante per la crudeltà dell’amata. Ma sia l’apparato delle immagini sia il modo in cui il discorso è svolto fanno di questa canzone un unicum nella tradizione italiana: e la sua struttura ricorda infatti, semmai, grandi testi narrativi come l’Eneide (la morte per amore di Didone, qui citata al v. 36) o come la stessa Commedia. E il metro stesso, com’è stato notato, asseconda questa tendenza, cioè contribuisce alla tenuta, alla compattezza del racconto anche grazie all’«enjambement logico che vincola le unità strofiche ... e garantisce la serrata continuità della canzone, contro l’uso (già trobadorico, e poi soprattutto petrarchesco) della cobla come cellula metrica e semantica pressoché autosufficiente» (Di Girolamo). Vale a dire che, anziché procedere per “quadri” autonomi, che si concludono con l’ultimo verso di ogni strofa, Dante racconta una storia che si sviluppa strofa dopo strofa (questo significa l’espressione «enjambement strofico»), proprio come farà nella Commedia. Così nel mio parlar è insomma un testo profondamente lirico (l’io del poeta è infatti sempre al centro della scena) che però racconta una storia, anche se si tratta di una storia fatta di allegorie e di immagini mentali. È un fatto nuovo e importante, nella storia della lirica italiana: che avrà una notevole influenza sul modo in cui, decenni dopo, Petrarca costruirà le sue canzoni.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Riassumi il contenuto di ciascuna stanza attraverso una frase.



2. “anzi farei com’orso quando scherza” (v. 71). Come può essere interpretato questo verso?



ANALIZZARE


3. Questa canzone è celebre tanto per il suo contenuto quanto per il suo stile, e soprattutto per la scelta delle parole-rima. Come sono, dal punto di vista fonetico, queste parole-rima? Perché Dante se ne serve? Lo fa soltanto qui o anche in certi passaggi della Commedia?



INTERPRETARE


4. Si tratta di una canzone d’amore, ma un amore dalla forte carica passionale, anzi a volte esplicitamente sessuale. Sottolinea, nel testo, i passaggi in cui questa carica passionale affiora con particolare evidenza.



CONTESTUALIZZARE


5. Qual è il posto delle canzoni “petrose” nella carriera poetica di Dante? Sono testi giovanili? Testi dedicati a Beatrice? Oppure sono testi della maturità?



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  1. parlar(e): la poesia, il componimento stesso; aspro: si riferisce forse non solo al suono del parlare (duro all’ascolto) e al contegno della donna (aspra negli atti, cioè malevola, ostile), ma anche alla sostanza delle cose che Dante si appresta a dire (cose aspre, cioè violente, aggressive, e nel finale quasi insultanti).
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  3. questa ... pietra: cioè “questa bella donna, dura, ostile come una pietra”.
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  5. impetra: impetrare significa “ottenere attraverso preghiere”; quindi il senso è ‘ottiene, riesce ad avere’.
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  7. più ... cruda: indole più crudele; con durezza forma una delle molte coppie sinonimiche della canzone (saetta-spada, scudiscio-ferza ecc.).
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  9. veste ... diaspro: il diaspro è una varietà di quarzo molto dura che nei lapidari si dice difenda chi la porta su di sé; la donna amata indossa quindi un’armatura fatta di diaspro sulla quale s’infrangono le frecce.
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  11. per lui ... arretra: a causa del diaspro, o a causa del fatto che ella si ritrae.
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  13. ignuda: indifesa; senza protezione.
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  15. ancide: uccide.
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  17. si chiuda ... dilunghi: coppia parallela a «per lui, o perch’ella s’arretra» v. 6: i colpi si possono parare con la corazza o evitare con la fuga, ma nessuna delle due strategie vale a proteggere l’amante.
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  19. giungono ... arme: si noti la struttura a chiasmo con cui si spiega l’affermazione dei vv. 9-10 secondo cui «non val ch’uom si chiuda / né si dilunghi»: i colpi raggiungono (chi si dilunga da lei: v. 10) e spezzano ogni armatura (di chi prova a chiudersi: v. 9); altrui: chiunque, pronome indefinito.
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  21. atarme: difendermi; salvarmi.
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  23. non truovo ... m’asconda: non trovo protezione, corazza (schermo) che lei non mi spezzi, né un luogo che possa nascondermi dal suo sguardo. Caratteristico delle canzoni petrose è il fatto che – anziché cercare di sedurre la donna amata – il poeta cerchi in ogni modo di fuggire dall’amore. schermo ... spezzi: l’Amore o lo sguardo dell’amata abbattono qualsiasi ostacolo si opponga loro. viso: lo sguardo, con il conferimento all’amata di un potere quasi divino: come Dio (Salmo 139, 7 «Dove fuggire dalla tua presenza?»), così la donna vede l’amante ovunque egli sia.
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  25. della mia ... cima: come il fiore sta in cima alle fronde, così lei occupa la cima della mia mente; e cioè “è il mio pensiero dominante”.
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  27. del mio mal: della mia sofferenza (che è lei stessa a causare); si prezzi: si curi; s’interessi.
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  29. quanto ... onda: quanto una barca (si prezza, si cura) di un mare calmissimo.
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  31. adequar: eguagliare.
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  33. e ’l peso ... rima: la similitudine con il legno del v. 19 (e forse anche solo la rima -onda, che traina il rimante affonda) suggerisce la successiva metafora in cui l’amante è paragonato a una barca troppo carica: “il peso [cioè il dolore] che mi manda a fondo è tanto grande che ogni verso (rima) sarebbe insufficiente a esprimerlo’.
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  35. ahi ... scemi: ah, lima spietata, fonte d’angoscia, che consumi sordamente la mia vita!; sordamente: subdolamente; e dunque “un po’ alla volta”: è il lento, incessante lavoro del pensiero della donna, della sua immagine, sulla mente del poeta (cfr. il v. 17).
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  37. non ti ritemi: non ti periti; non hai timore (da temere, con prefisso intensivo).
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  39. sì di ... forza: di rodermi pian piano il cuore, così come io temo di palesare chi è che ti dà la forza (di torturarmi)?; sì: si collega a com(e) del verso successivo; a scorza a scorza: il senso è “a poco a poco”, ma l’immagine è quella violentissima del cuore che sotto i colpi della lima perde una a una le sue fibre, si scarnifica.
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  41. più mi triema ... induca: il mio cuore accelera il suo battito (mi triema) quando pensa a lei laddove qualcun altro possa vedermi; qualora: nel senso di qual ora “ogni volta che”; altri ... induca: qualcuno possa insinuare il suo sguardo.
  42. \r
  43. per ... traluca: per paura (tema) che riluca; appaia di fuori.
  44. \r
  45. ch’e’ ... morte: il cuore (e’) trema, accelera il suo battito più per la ragione che si è appena detta (v. 27 «più mi triema il cuor»...) che per il timore della morte.
  46. \r
  47. mi manduca: mi mangia; mi divora; ma si potrebbe quasi dire “mi mastica”, vicino al significato originario del lat. manducare.
  48. \r
  49. ciò è ... l’opra: vale a dire che il pensiero (d’amore) consuma la virtù, la potenza dei sensi, sicché ne indebolisce (allenta) l’azione, l’opera; bruca: “morde” al modo dei ruminanti, lentamente e a piccoli pezzi.
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  51. e’ … terra: egli (Amore) mi ha gettato in terra; all’immagine di Amore come belva che divora il cuore della sua vittima sottentra quella più comune, e già classica, di Amore guerriero.
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  53. con … spada: Amore riprende dunque le armi che nella prima stanza erano state prestate alla donna, e torna a essere lui il carnefice; dido: Didone, la regina di Cartagine che s’innamorò di Enea, e si uccise per lui, era uno degli esempi di folle amore che la letteratura classica offrisse ai lettori medievali, e certamente il più celebre.
  54. \r
  55. d’ogni … al niego: sembra disposto a rifiutare ogni atto di clemenza.
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  57. egli ... mano: solleva la mano armata ripetutamente; sfida: forse da interpretare nel senso di “toglie fiducia e forza”; o forse, dato il contesto del duello, nel senso di “lancia la sfida” (e «debole mia vita» al verso successivo sarebbe una perifrasi per “me, ormai esausto”, dunque non in grado di raccoglierla, la sfida).
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  59. esto perverso: questo malvagio; con l’enfasi che ancor oggi si adopera nelle ingiurie (questo disgraziato!).
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  61. disteso e riverso: sdraiato a terra e in posizione supina.
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  63. d’ogni ... stanco: prostrato; incapace di reagire (stanco è participio forte).
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  65. allor ... strida: c’è qui una specie di “cambio di scena”, come se la reazione di dolore e paura, e le grida (strida), giungessero dall’esterno nella mente del poeta (ed è una delle cifre espressive di tutto il componimento: non si descrivono tanto i sentimenti quanto i loro effetti sul corpo e sull’anima).
  66. \r
  67. ond’io ... bianco: il terrore fa sbiancare il poeta, e la spiegazione del fenomeno data da Dante non è molto lontana da quella corretta: lo scarico adrenalico che segue a uno spavento fa aumentare l’afflusso di sangue al cuore e agli organi preposti alla reazione; di conseguenza la pelle diventa più chiara.
  68. \r
  69. mi fere ... manco: mi ferisce sul fianco sinistro; cioè vicino al cuore. Osserviamo la coordinazione tra «Egli mi fere», «Egli alza» (v. 40) e «E’ m’ha percosso» (v. 35). Dante sta descrivendo la sequenza dell’attacco: prima Amore lo stende per terra, poi lo minaccia con la spada, quindi vibra il colpo. Dopodiché la scena s’interrompe: il poeta prevede che non un altro colpo, ma la minaccia stessa di un altro colpo lo ucciderà, ma poi la descrizione degli eventi lascia il posto, nelle ultime due stanze, all’espressione di un desiderio, di un sogno: «così vedess’io...». La canzone simula dunque di essere scritta in quest’attimo: nell’attimo in cui il poeta, ferito, si sta chiedendo se Amore lo colpirà ancora.
  70. \r
  71. nel cuor rimbalza: si ripercuote, si avverte nel cuore; insomma, il colpo ha sfiorato il cuore.
  72. \r
  73. s’egli ... chiuso: se Amore alza il braccio armato ancora una volta, la Morte mi avrà spacciato.
  74. \r
  75. giuso: giù, nel corpo.
  76. \r
  77. così ... squatra: così lo (Amore) vedessi tagliare in due il cuore della donna crudele che lacera (squatra) il mio; squatra: con metatesi, indotta dalla rima (dal latino exquartare: “fare in quattro pezzi”).
  78. \r
  79. poi: temporale (“dopo questo”) piuttosto che causale (“giacché”).
  80. \r
  81. atra la morte: da ater “nero”, e figuratamente “doloroso, luttuoso”.
  82. \r
  83. la morte ... corro: la morte verso la quale corro a causa della sua bellezza; ricorda la definizione della vita come un «correre a la morte» di Purgatorio XXXIII, 54.
  84. \r
  85. dà: colpisce; nel … rezzo: ‘al sole e all’ombra; cioè “ovunque e sempre”, conforme a quanto detto nella prima e nella seconda stanza circa l’impossibilità, per il poeta, di nascondersi («[non trovo] loco che dal suo viso m’asconda»).
  86. \r
  87. scherana ... latra: accumulo di epiteti, tutti nel campo semantico della crudeltà e della violenza: lo scherano, prima che la guardia armata dei signori, è il brigante, il grassatore (in linea con l’idea del duello, o meglio dell’aggressione che attraversa tutta la canzone); micidiale: omicida; mortifera; latra: genericamente “malvagia”, salvo pensare invece a “ladra” in quanto sottrae al poeta il cuore e «m’invola / quello ond’io ho più gola» (80-81).
  88. \r
  89. latra: in rima equivoca, “grida come fa un cane”, o meglio come una cagna in calore.
  90. \r
  91. borro: fossato; botro; caldo: perché il calore, il fuoco, è l’elemento che per tradizione si associa alla passione.
  92. \r
  93. i’ vi soccorro: arrivo!
  94. \r
  95. fare’l: cioè fareilo “lo farei”, come poco più avanti piacere’le, con riduzione del dittongo discendente, tipica del fiorentino.
  96. \r
  97. increspa e dora: capelli biondi mossi o ricci sono un contrassegno tipico della bellezza femminile. dora: il colore biondo è paragonato a oro che Amore sparge sui capelli dell’amata.
  98. \r
  99. metterei ... allora: afferrerei (i biondi capelli del v. 63), e allora sì che le piacerei!
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  101. s’io avesse: nell’intera stanza (ma già nella sirma della precedente) il poeta immagina di poter soddisfare i finalmente i suoi desideri, e lo fa in termini particolarmente crudi e brutali.
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  103. scudiscio e ferza: altra coppia sinonimica, per “frusta”.
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  105. anzi terza: prima della terza delle ore canoniche, cioè prima delle nove del mattino (nel Medioevo il tempo si computava a questo modo anche al di fuori dell’uso ecclesiastico).
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  107. passerei ... squille: starei con loro, non le lascerei (cioè non lascerei andare la donna) se non dopo i vespri (la penultima delle ore canoniche, prima di compieta: l’ora del tramonto) e la campana della sera (squille); insomma, “tutto il giorno”.
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  109. pietoso né cortese: altra dittologia; e pietoso rimanda a una disposizione personale, al buon cuore, cortese a una norma del ben vivere, all’etichetta che dice come gli amanti debbono comportarsi: né pietà né cavalleria!
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  111. farei ... scherza: gli orsi venivano allevati per dare spettacolo, e portati a esibirsi nelle corti e nelle piazze cittadine: e fino a qualche anno fa li si poteva vedere nei circhi, e ancora si vedono nei mercati dei paesi del terzo mondo. Erano considerati animali giocherelloni, ma, per la loro natura selvatica e la mole, facili a far male. Quindi qui Dante vuol dire che, se gliene fosse data l’occasione, sarebbe giocosamente violento, come un orso.
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  113. s’amor ... sferza: se Amore mi frusta con quelle trecce.
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  115. io ... mille: mi vendicherei di più di mille frustate.
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  117. ancor ... fiso: e inoltre guarderei da vicino, e fisso, negli occhi da cui escono le scintille che mi bruciano il cuore, che porto straziato (anciso).
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  119. per ... face: per vendicarmi del fatto che essa fugge da me.
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  121. le renderei ... pace: fare la pace; detto di due amanti, aveva (come ha oggi) un sottinteso malizioso: e insomma, Dante promette di pacificare, di domare la donna con il suo amore.
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  123. canzon(e): la consueta apostrofe al testo, con invio e dedica all’amata; ritto: diritto.
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  125. rubato e morto: derubato e ucciso.
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  127. m’invola ... saetta: mi ruba ciò che più vorrei (cioè lei stessa, il suo amore), e trafiggile il cuore con una freccia (di nuovo l’immagine di Amore-Cupido arciere); ho più gola: desidero di più.
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  129. bell’onor … vendetta: chiusa epigrammatica. La vendetta, in cambio di un’offesa cruenta (e lo è appunto il ferimento del cuore) era ritenuta lecita e onorevole.
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