Andrea Zanzotto

IX Ecloghe

Così siamo

Dagli anni Sessanta in poi nei versi di Zanzotto il frastuono della comunicazione tende a prevalere sul canto, l’informale punta a dissolvere la forma e a precipitarla nella fossa dell’inconscio; ma una tensione tra queste forze opposte resiste, a testimoniare una sopravvissuta aspirazione al senso e alla bellezza. Ne è un ottimo esempio Così siamo, che occupa una posizione centrale nell’organizzazione delle IX Ecloghe.

Dicevano, a Padova, «anch’io»
gli amici «l’ho conosciuto».
E c’era il romorio d’un’acqua sporca
prossima, e d’una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. «Anch’io
l’ho conosciuto».
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza

E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.

Metro: versi liberi, non rimati.

CONTORSIONE SINTATTICA La poesia si sviluppa attraverso tre movimenti. Il primo fa riferimento alla morte del padre di Zanzotto, ucciso da un ictus il 4 maggio 1960, anno di composizione della lirica.
La figura del defunto viene evocata attraverso le parole pronunciate da alcuni amici durante un incontro a Padova. Il paesaggio urbano, pur degradato (acqua sporca; sporca fabbrica), è reso assoluto dal silenzio della notte: si prepara così la meditazione vertiginosa dei versi successivi.
Ma mentre questa procederà attraverso modi estremamente perentori e lineari, e in un lessico piano e spoglio, l’inizio della lirica si caratterizza per la contorsione sintattica – il forte iperbato, il chiasmo acqua sporca / sporca fabbrica – e la miscela di colloquialità (il frammento di discorso diretto ripetuto due volte) e aulicismi (il romorio, di sapore leopardiano). Dal contrasto con la voluta incertezza stilistica dei primi versi risulterà ancora più netta l’incisività e la secchezza dei successivi.

UNA CATENA DI NEGAZIONI Nel secondo movimento è l’io lirico stesso a parlare del padre, pronunciando Vitalmente, ossia con passione ed energia, parole che suonano di negazione totale, in contraddizione con la convinzione cattolica, comunemente diffusa, che afferma la sopravvivenza dell’uomo oltre la morte, nel regno dei cieli e nella memoria dei propri cari. In Così siamo, al contrario, ogni forma di sopravvivenza è esclusa. E lo è in modo tanto più radicale perché il discorso procede attraverso la negazione di serie di coppie concettuali opposte e ordinate in climax: il padre morto non è più «né soggetto né oggetto», «né lingua usuale né gergo», «né quiete né movimento».
Anche dal punto di vista sintattico e metrico, come si vede, tutto l’accento cade sulla negazione, semanticamente forte e reiterata in anafora: , pronunciato sei volte, e neppure. Non solo, alla fine della strofa la negazione stessa diventa sostantivo – «il né che negava / e ... mai ti nega abbastanza» – rendendosi protagonista di un ulteriore, vertiginoso annullamento. Il padre morto, infatti, non è più neppure una negazione, per quanto gli occhi del poeta inutilmente cerchino, in quel nulla verbale e teorico, ancora qualcosa (la cruna è la fessura praticata nell’ago per il passaggio del filo: uno spazio cavo, un vuoto). Alla fine della prima strofa, e del secondo movimento, il lettore è condotto a un punto estremo di negatività.

RIPETIZIONE E SOMIGLIANZA Il terzo movimento si apre con una nota di accettazione, questa volta non priva di rimandi religiosi: così sia, amen. È l’occasione per prendersi una breve pausa, ritmica e concettuale, dopo il perentorio elenco negativo dei versi precedenti. Subito però una violenta avversativa («ma io») rovescia la prospettiva, riprendendo la serie delle negazioni per farne altrettante paradossali dichiarazioni di vitalità. Il nulla assoluto del morto si riflette infatti nel nulla assoluto del vivo che lo ricorda («credo con altrettanta / forza in tutto il mio nulla»). Quanto più il ricordo del padre si disperde e si sottrae alla coscienza del figlio, tanto più dal punto di vista esistenziale il nulla della morte somiglia all’altro nulla che è quello della vita. E infatti nel finale di Così siamo tengono banco non solo le figure di ripetizione (più ripetuto quattro volte) ma anche quelle di somiglianza: gli ultimi due versi sono segnati da un ingombrante poliptoto: «più ti perdo e più ti perdi, / più mi sei simile, più m’avvicini». Non solo sul piano del contenuto, ma anche su quello della forma gli ultimi due versi stringono insieme il padre e il figlio in un reciproco riconoscimento: assimilati per opposizione.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Quale avvenimento familiare è all’origine della poesia?

2 Chi parla nelle parti tra virgolette?

3 Fai la parafrasi dei versi Vitalmente ... nega abbastanza. Che cosa vuol dire l’avverbio Vitalmente?

4 Che cosa vuole sottolineare il chiasmo E c’era il romorio d’un’acqua sporca / prossima, e d’una sporca fabbrica?

5 Quale negazione si ripete? Qual è l’effetto espressivo che questa negazione ottiene?

CONTESTUALIZZARE

6 La poesia è stata scritta tra il 1957 e il 1960: ti sembra che conservi tratti ancora riconducibili all’Ermetismo o appartiene a un clima più sperimentale e innovativo?

INTERPRETARE

7 Il testo affronta il rapporto tra padri e figli, tema già incontrato in prosa – Svevo (La coscienza di Zeno), Pirandello (Uno, nessuno e centomila) – e che puoi trovare in poeti come Saba (Mio padre è stato per me l’assassino) o Sbarbaro (Padre, se anche tu non fossi il mio). Puoi facilmente reperire in internet i testi di Sbarbaro e Saba. Prepara una presentazione orale su questo tema (puoi aiutarti anche con mezzi multimediali o strumenti come PowerPoint o Prezi), individuando analogie e differenze. Puoi arricchirlo con rimandi ad altri scrittori, intellettuali, artisti: Franz Kafka, Sigmund Freud, Egon Schiele.

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