Galileo Galilei

Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo

Credere ad Aristotele o ai propri occhi?

In questo celebre brano tratto dal Dialogo, Galileo illustra con alcuni divertenti aneddoti un principio metodologico generale: nessuna auctoritas deve essere ritenuta superiore all’evidenza sperimentale. Questa posizione costituì una necessaria premessa per la nascita della scienza moderna, che aveva sempre dovuto fare i conti con il peso di una tradizione vastissima e soprattutto di livello molto variabile. Per esempio la Naturalis historia di Plinio il Vecchio, che si proponeva come un’enciclopedia sulla natura nel suo complesso, mescolava continuamente elementi irrazionali, osservazioni scorrette e incomprensioni delle sue stesse fonti producendo un risultato finale lontanissimo dall’essere “scientifico”. Ciononostante, l’opera ebbe una straordinaria fortuna per molti secoli, influenzando profondamente la scienza europea perlomeno fino al Cinquecento. Molto più utili, per le scienze della vita, erano le opere biologiche di Aristotele, che fornivano descrizioni ragionevoli e classificazioni sistematiche per centinaia di specie viventi.
Eppure, anche Aristotele non doveva essere considerato una fonte autorevole al di là di ogni evidenza in senso contrario. Nel brano che leggeremo Galileo esprime questa convinzione con grande forza e facendo ampio ricorso all’ironia. Più che Aristotele stesso, oggetto di scherno sono i suoi epigoni più ostinati, che da un lato insistono a difendere ogni riga del corpus aristotelico, dall’altro cercano in modo maldestro di dimostrare come tutte le invenzioni e scoperte successive (tra le quali il cannocchiale) siano in realtà da attribuire al Filosofo. La posizione di Simplicio, come al solito, è quella del peripatetico rigido e ottuso: egli sostiene per esempio che, mettendo insieme proposizioni tratte da punti diversi del corpus aristotelico, si può avere la risposta corretta a ogni possibile domanda. Sagredo porta ironicamente alle estreme conseguenze questa posizione: allo stesso modo, egli afferma, si potrebbe dire che l’alfabeto è il testo che racchiude in sé la più grande sapienza possibile, perché con i suoi segni si possono comporre testi che parlano di qualunque verità esprimibile attraverso le parole. L’epigono passivamente sopraffatto dall’autorità del grande Aristotele viene infine addirittura paragonato a un’artista che, dopo aver scolpito una grande effigie di Giove fulminante, comincia ad averne paura, come se la sua statua fosse il vero dio, e non osa più toccarlo col martello e lo scalpello: un’immagine divertente che mette in risalto non solo l’ottusità, ma anche la codardia che è tipica dell’epigono.

SIMPLICIO Io vi confesso che tutta questa notte sono andato ruminando le cose di ieri, e veramente trovo di molte belle nuove e gagliarde considerazioni; con tutto ciò mi sento stringer assai più dall’autorità di tanti grandi scrittori, ed in particolare… Voi scotete la testa, signor Sagredo1, e sogghignate, come se io dicessi qualche grande esorbitanza.
SAGREDO Io sogghigno solamente, ma crediatemi ch’io scoppio nel voler far forza di ritener le risa maggiori2, perché mi avete fatto sovvenire di un bellissimo caso, al quale io mi trovai presente non sono molti anni, insieme con alcuni altri nobili amici miei, i quali vi potrei ancora nominare.
SALVIATI Sarà ben che voi ce lo raccontiate, acciò forse il signor Simplicio non continuasse di creder d’avervi esso mosse le risa3.
SAGREDO Son contento. Mi trovai un giorno in casa un medico molto stimato in Venezia, dove alcuni per loro studio, ed altri per curiosità, convenivano tal volta a veder qualche taglio di notomia4 per mano di uno veramente non men dotto che diligente e pratico notomista. Ed accadde quel giorno, che si andava ricercando l’origine e nascimento de i nervi, sopra di che è famosa controversia tra i medici galenisti ed i peripatetici5; e mostrando il notomista come, partendosi dal cervello e passando per la nuca, il grandissimo ceppo6 de i nervi si andava poi distendendo per la spinale7 e diramandosi per tutto il corpo, e che solo un filo sottilissimo come il refe8 arrivava al cuore, voltosi ad un gentil uomo ch’egli conosceva per filosofo peripatetico, e per la presenza del quale egli aveva con estraordinaria diligenza scoperto e mostrato il tutto, gli domandò s’ei restava ben pago9 e sicuro, l’origine de i nervi venir dal cervello e non dal cuore; al quale il filosofo, doppo essere stato alquanto sopra di sé, rispose: «Voi mi avete fatto veder questa cosa talmente aperta e sensata10, che quando il testo d’Aristotile non fusse in contrario11, che apertamente dice, i nervi nascer dal cuore, bisognerebbe per forza confessarla per vera».
SIMPLICIO Signori, io voglio che voi sappiate che questa disputa dell’origine de i nervi non è miga così smaltita e decisa come forse alcuno si persuade.
SAGREDO Né sarà mai al sicuro, come si abbiano di simili contradittori12; ma questo che voi dite non diminuisce punto la stravaganza della risposta del Peripatetico, il quale contro a così sensata esperienza13 non produsse altre esperienze o ragioni d’Aristotile, ma la sola autorità ed il puro ipse dixit14.
SIMPLICIO Aristotile non si è acquistata sì grande autorità se non per la forza delle sue dimostrazioni e della profondità de i suoi discorsi: ma bisogna intenderlo, e non solamente intenderlo, ma aver tanta gran pratica ne’ suoi libri, che se ne sia formata un’idea perfettissima, in modo che ogni suo detto vi sia sempre innanzi alla mente; perché e’ non ha scritto per il volgo, né si è obligato a infilzare i suoi silogismi col metodo triviale ordinato15, anzi, servendosi del perturbato16, ha messo talvolta la prova di una proposizione fra testi che par che trattino di ogni altra cosa: e però17 bisogna aver tutta quella grande idea, e saper combinar questo passo con quello, accozzar18 questo testo con un altro remotissimo; ch’e’ non è dubbio19 che chi averà questa pratica, saprà cavar da’ suoi libri le dimostrazioni di ogni scibile, perché in essi è ogni cosa.
SAGREDO Ma, signor Simplicio mio, come l’esser le cose disseminate in qua e in là non vi dà fastidio, e che voi crediate con l’accozzamento e con la combinazione di varie particelle trarne il sugo, questo che voi e gli altri filosofi bravi farete con i testi d’Aristotile, farò io con i versi di Virgilio o di Ovidio, formandone centoni20 ed esplicando con quelli tutti gli affari de gli uomini e i segreti della natura. Ma che dico io di Virgilio o di altro poeta? io ho un libretto assai più breve d’Aristotile e d’Ovidio, nel quale si contengono tutte le scienze, e con pochissimo studio altri se ne può formare una perfettissima idea: e questo è l’alfabeto; e non è dubbio che quello che saprà ben accoppiare e ordinare questa e quella vocale con quelle consonanti o con quell’altre, ne caverà le risposte verissime a tutti i dubbi e ne trarrà gli insegnamenti di tutte le scienze e di tutte le arti, in quella maniera appunto che il pittore da i semplici colori diversi, separatamente posti sopra la tavolozza, va, con l’accozzare un poco di questo con un poco di quello e di quell’altro, figurando uomini, piante, fabbriche, uccelli, pesci, ed in somma imitando tutti gli oggetti visibili, senza che su la tavolozza sieno né occhi né penne né squamme né foglie né sassi: anzi pure è necessario che nessuna delle cose da imitarsi, o parte alcuna di quelle, sieno attualmente tra i colori, volendo che con essi si possano rappresentare tutte le cose; ché se vi fussero, verbigrazia21, penne, queste non servirebbero per dipignere altro che uccelli o pennacchi.
SALVIATI E’ son vivi e sani alcuni gentil uomini che furon presenti quando un dottor leggente in uno Studio famoso22, nel sentir circoscrivere23 il telescopio, da sé non ancor veduto, disse che l’invenzione era presa da Aristotile; e fattosi portare un testo, trovò certo luogo24 dove si rende la ragione onde avvenga25 che dal fondo d’un pozzo molto cupo si possano di giorno veder le stelle in cielo; e disse a i circostanti: «Eccovi il pozzo, che denota il cannone; eccovi i vapori grossi, da i quali è tolta l’invenzione de i cristalli; ed eccovi finalmente fortificata la vista nel passare i raggi per il diafano piú denso e oscuro»26.
SAGREDO Questo è un modo di contener tutti gli scibili assai simile a quello col quale un marmo contiene in sé una bellissima, anzi mille bellissime statue; ma il punto sta a saperle scoprire: o vogliam dire che e’ sia simile alle profezie di Giovacchino27 o a’ responsi degli oracoli de’ gentili28, che non s’intendono se non doppo gli eventi delle cose profetizate.
[...]
SIMPLICIO Io credo, e in parte so, che non mancano al mondo de’ cervelli molto stravaganti, le vanità de’ quali non dovrebbero ridondare in pregiudizio d’Aristotile29, del quale mi par che voi parliate talvolta con troppo poco rispetto; e la sola antichità, e ’l gran nome che si è acquistato nelle menti di tanti uomini segnalati, dovrebbe bastar a renderlo riguardevole appresso di tutti i letterati.
SALVIATI Il fatto non cammina così30, signor Simplicio: sono alcuni suoi seguaci troppo pusillanimi, che danno occasione, o, per dir meglio, che darebbero occasione, di stimarlo meno, quando noi volessimo applaudere alle loro leggereze. E voi, ditemi in grazia, sete così semplice che non intendiate che quando Aristotile fusse stato presente a sentir il dottor che lo voleva far autor del telescopio, si sarebbe molto più alterato contro di lui che contro quelli che del dottore e delle sue interpretazioni si ridevano31? Avete voi forse dubbio che quando Aristotile vedesse le novità scoperte in cielo, e’32 non fusse per mutar opinione e per emendar33 i suoi libri e per accostarsi alle più sensate dottrine, discacciando da sé quei così poveretti di cervello che troppo pusillanimamente34 s’inducono a voler sostenere ogni suo detto, senza intendere che quando Aristotile fusse tale quale essi se lo figurano35, sarebbe un cervello indocile36, una mente ostinata, un animo pieno di barbarie, un voler tirannico, che, reputando tutti gli altri come pecore stolide37, volesse che i suoi decreti fussero anteposti a i sensi, alle esperienze, alla natura istessa? Sono i suoi seguaci che hanno data l’autorità ad Aristotile, e non esso che se la sia usurpata o presa; e perché è più facile il coprirsi sotto lo scudo d’un altro che ’l comparire a faccia aperta, temono né si ardiscono d’allontanarsi un sol passo, e più tosto che mettere qualche alterazione nel cielo di Aristotile, vogliono impertinentemente negar quelle che veggono nel cielo della natura.
SAGREDO Questi tali mi fanno sovvenire38 di quello scultore, che avendo ridotto un gran pezzo di marmo all’immagine non so se d’un Ercole o di un Giove fulminante, e datogli con mirabile artifizio39 tanta vivacità e fierezza che moveva spavento a chiunque lo rimirava, esso ancora40 cominciò ad averne paura, se ben tutto lo spirito e la movenza era opera delle sue mani; e ’l terrore era tale, che più non si sarebbe ardito di affrontarlo con le subbie e ’l mazzuolo41.

LA DISPUTA SULL’ORIGINE DEI NERVI L’episodio legato all’anatomista veneziano è basato su una disputa scientifica che all’epoca era ancora viva, come si capisce dalla battuta di Simplicio («questa disputa dell’origine de i nervi non è miga così smaltita e decisa come forse alcuno si persuade»). In effetti, nelle sue opere Aristotele non parla esplicitamente di “nervi” (che furono scoperti successivamente dal medico alessandrino Erofilo, vissuto tra il IV e il III secolo a.C.), ma in generale espone una teoria cardiocentrica secondo la quale il cuore è la sede delle principali attività vitali, incluse quelle sensoriali. In questo caso specifico la posizione di Galeno è più vicina alla verità, ma nella storia della medicina lo stesso Galeno è stato molte volte additato come indiscutibile autorità su questioni sulle quali si sbagliava completamente; tra queste, quale fosse esattamente il numero delle vertebre: indubbiamente un fatto che dovrebbe essere ancora più appariscente dell’origine dei nervi.

LA FIDUCIA NEL PROGRESSO DELLA SCIENZA Al di là dell’esempio specifico, il brano mostra chiaramente due aspetti che caratterizzano fortemente il pensiero e lo stile di Galileo: il rispetto assoluto per i dati osservativi (da cui il rifiuto del principio di autorità) e l’abilità nell’uso dell’ironia nella polemica con i suoi avversari. Si può notare che Galileo non sminuisce affatto l’intelligenza di Aristotele. Afferma per esempio che il filosofo avrebbe egli stesso modificato le sue opere se fosse stato a conoscenza delle ultime scoperte astronomiche. Questo passaggio è particolarmente interessante perché lascia intravedere una concezione del progresso scientifico che oggi appare molto moderna. Galileo è tuttavia lontano da una posizione ingenuamente confidente in un progresso automatico dell’umanità verso “verità” scientifiche sempre più complete e accurate, come dimostra il profondo rispetto che egli nutrì sempre per le fonti ellenistiche come Aristarco, Seleuco, Euclide, Archimede e Apollonio.

GALILEO E LA TRADIZIONE CLASSICA Il rapporto tra la scienza moderna e le fonti antiche è quindi complesso: di certo non ci fu una filiazione diretta, ma neppure si può dire che gli scienziati moderni rifiutarono in blocco gli autori scientifici antichi. Ciò che caratterizzò il Seicento, rispetto ai secoli precedenti, è stata di certo una più larga disponibilità e diffusione di fonti scientificamente importanti, e anche un discernimento più acuto tra autori di livello molto diverso. A questi va poi aggiunta, come testimonia il brano appena letto, una maggiore attenzione verso l’osservazione diretta dei fenomeni naturali. Infine, durante il Seicento nuove esigenze concrete (in particolare connesse alla navigazione oceanica e alla gestione delle finanze degli Stati) costituirono un potente stimolo allo sviluppo di nuovi risultati scientifici. Fu la sintesi di questi diversi elementi, e non un banale processo di rifiuto generalizzato della tradizione, a produrre la scienza moderna.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Simplicio viene caratterizzato fin dall’inizio con un verbo (ruminando), che non esalta, per così dire, l’acutezza del suo ingegno. Qual è la fisionomia di questo personaggio? Quale ruolo gioca nell’opera?

2 Quale «bellissimo caso» che riguarda «origine e nascimento de i nervi» racconta Sagredo?

3 Nell’ultimo intervento riportato, Salviati dice di non voler criticare Aristotele, ma altri: chi?

4 Perché si fa riferimento a Gioacchino da Fiore?

ANALIZZARE

5 Cerca l’etimologia e il significato del termine esorbitanza.

6 Nelle Considerazioni al Tasso Galilei scrive: «parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi». Rileggi il testo e considera quali scelte linguistiche e strategie comunicative ha adottato l’autore per risultare chiaro.

CONTESTUALIZZARE

7 Anche oggi càpita che qualcuno venga biasimato perché fonda le sue convinzioni sull’ipse dixit. Ma in questo caso non si pensa certo a una stretta ortodossia aristotelica. Qual è il significato della frase, nell’uso (colto) odierno?

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  1. Voi .... Sagredo: Sagredo trova divertente che Simplicio, anche dopo aver ascoltato le mirabili argomentazioni di Salviati, preferisca ancora affidarsi alle auctoritates.
  2. voler … maggiori: nel tentativo di trattenermi dall’esplodere in risate ancora maggiori.
  3. acciò ... risa: affinché Simplicio non pensi di essere lui stesso a farvi ridere. Si vede qui un esempio dell’abilità diplomatica di Salviati, che smorza il contrasto attribuendo tutto il ridicolo all’aneddoto che Sagredo sta per raccontare.
  4. qualche … notomia: qualche anatomia, ossia la dissezione a scopo puramente conoscitivo di un cadavere o di una carcassa animale.
  5. tra i medici … peripatetici: tra coloro che seguono l’autorità del famoso medico greco Galeno (II secolo d.C.), e i seguaci dell’opinione di Aristotele. I primi sostenevano che l’origine dei nervi fosse nel cervello, i secondi nel cuore.
  6. ceppo: la matassa dei nervi, all’altezza della nuca, da cui si diramano i nervi per tutto il corpo.
  7. la spinale: la colonna vertebrale.
  8. refe: il “refe” è un filo robusto e intrecciato, e per estensione qui la parola si riferisce alla parte del nervo vago che termina in quello che oggi chiamiamo “plesso cardiaco”.
  9. pago: appagato, convinto.
  10. aperta e sensata: tangibile, esperibile con i sensi.
  11. quando ... contrario: se il testo aristotelico non dicesse l’opposto.
  12. come ... contraddittori: né la disputa sull’origine dei nervi sarà mai decisa, se nella discussione entreranno personaggi del genere (allude al “filosofo peripatetico” appena citato, che è uno sciocco che preferisce credere ad Aristotele che ai suoi occhi).
  13. sensata esperienza: evidenza, prova sperimentale.
  14. ipse dixit: alla lettera “egli stesso [Aristotele] lo disse”: è la formula che si adoperava per invocare l’autorità di Aristotele, e che mirava a troncare ogni discussione. Fondarsi sull’ipse dixit significava fondarsi non sull’esperienza ma sulle opinioni della massima autorità filosofica, Aristotele appunto.
  15. col metodo … ordinato: collocando banalmente le proposizioni nel loro ordine logico.
  16. servendosi del perturbato: utilizzando un metodo non ordinato.
  17. però: perciò.
  18. accozzar: mettere vicino.
  19. e’ non è dubbio: non c’è dubbio.
  20. centoni: testi ottenuti incollando insieme frasi provenienti da diverse fonti.
  21. verbigrazia: per esempio.
  22. leggente … famoso: che insegnava in una famosa università.
  23. circoscrivere: descrivere.
  24. certo luogo: un punto del testo di Aristotele.
  25. si rende … avvenga: si spiega come avviene.
  26. «Eccovi … oscuro»: ecco che il pozzo non è altro che il tubo del cannocchiale, i vapori che salgono dal pozzo svolgono la funzione delle lenti, e la vista risulta rafforzata dal fatto che i raggi attraversano vapori più densi.
  27. Giovacchino: l’abate Gioacchino da Fiore (XII secolo), sulle cui presunte doti profetiche Sagredo ironizza.
  28. gentili: i pagani (e, più in generale, i non cristiani).
  29. le vanità … Aristotile: le cui vanità non dovrebbero ricadere a danno dell’autorità di Aristotele.
  30. Il fatto … così: le cose non stanno così.
  31. quando Aristotile … ridevano: se Aristotele fosse stato presente quando il dottore lo ha dichiarato inventore del telescopio, si sarebbe adirato più con lui che con i suoi avversari.
  32. e’: egli [Aristotele].
  33. emendar: cambiare, correggere.
  34. pusillanimamente: in modo vigliacco.
  35. quando Aristotile … figurano: se Aristotele fosse come loro lo immaginano.
  36. indocile: indisciplinato, selvaggio.
  37. stolide: stolte.
  38. sovvenire: ricordare.
  39. con mirabile artifizio: con ammirevole maestria artistica.
  40. esso ancora: anch’egli.
  41. le subbie e ’l mazzuolo: gli scalpelli e il martello.