Alessandro Manzoni

Adelchi

Dal sogno di riscatto alla realtà della servitù

Come abbiamo accennato nella premessa alle tragedie, nel Conte di Carmagnola e nell’Adelchi Manzoni recupera dalla tragedia greca l’idea del coro, cioè di uno spazio in cui l’autore può parlare «in persona propria» e orientare l’interpretazione dell’opera approfondendone alcuni motivi e, soprattutto, giudicando l’azione che sin lì ha narrato. Nell’Adelchi i cori sono due. Quello che segue è il primo, al termine del terzo atto. L’esercito longobardo è in rotta e i Franchi dilagano nella pianura; Anfrido, il più fedele degli amici di Adelchi, viene ucciso; Adelchi e Desiderio fuggono verso Pavia. Manzoni immagina che il popolo dei Latini faccia da spettatore a questa lotta tra Franchi e Longobardi, sperando che i primi lo liberino dalla dominazione dei secondi, senza pensare che non la libertà ma un nuovo padrone si profila all’orizzonte.

Dagli atrii muscosi1, dai fori cadenti2,
dai boschi, dall’arse fucine stridenti3,
dai solchi bagnati di servo sudor4;
un volgo disperso5 repente si desta6,
intende7 l’orecchio, solleva la testa,
percosso da novo crescente romor8.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
qual raggio di sole da nuvoli folti,
traluce de’ padri la fiera virtù9:
ne’ guardi, ne’ volti, confuso ed incerto
si mesce e discorda lo spregio sofferto
col misero orgoglio d’un tempo che fu10.

S’aduna voglioso11, si sperde tremante,
per torti12 sentieri, con passo vagante13,
fra tema e desire14, s’avanza e ristà15;
e adocchia e rimira16 scorata e confusa
de’ crudi signori la turba diffusa,
che fugge dai brandi, che sosta non ha17.

Ansanti li vede, quai trepide fere,
irsuti per tema le fulve criniere,
le note latebre del covo cercar18;
e quivi, deposta l’usata minaccia19,
le donne superbe20, con pallida21 faccia,
i figli pensosi pensose guatar22.

E sopra i fuggenti, con avido brando,
quai cani disciolti, correndo, frugando,
da ritta, da manca, guerrieri venir23:
li vede, e rapito d’ignoto contento24,
con l’agile speme precorre l’evento25,
e sogna la fine del duro servir26.

Udite!27 Quei forti28 che tengono29 il campo,
che ai vostri tiranni30 precludon lo scampo31,
son giunti da lunge32, per aspri sentier33:
sospeser le gioie dei prandi34 festosi,
assursero35 in fretta dai blandi riposi36,
chiamati repente37 da squillo guerrier38.

Lasciàr39 nelle sale del tetto40 natio
le donne accorate41, tornanti all’addio42,
a preghi e consigli che il pianto troncò43:
han carca la fronte de’ pesti cimieri44,
han poste le selle sui bruni corsieri45,
volaron sul ponte46 che cupo sonò47.

A torme48, di terra passarono in terra,
cantando giulive49 canzoni di guerra,
ma i dolci castelli pensando nel cor:
per valli petrose50, per balzi dirotti51,
vegliaron nell’arme52 le gelide notti,
membrando53 i fidati54 colloqui d’amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
per greppi senz’orma le corse affannose,
il rigido impero, le fami durâr55;
si vider le lance calate56 sui petti,
a canto agli scudi, rasente agli elmetti,
udiron le frecce fischiando volar57.

E il premio sperato, promesso a quei forti,
sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
d’un volgo straniero por fine al dolor?58
Tornate alle vostre superbe ruine59,
all’opere imbelli60 dell’arse officine,
ai solchi bagnati di servo sudor61.

Il forte si mesce col vinto nemico62,
col novo signore rimane l’antico63;
l’un popolo e l’altro sul collo vi sta64.
Dividono65 i servi, dividon gli armenti66;
si posano insieme sui campi cruenti67
d’un volgo disperso che nome non ha68.

Metro: ode di undici strofe di schema AABCCB. I versi sono doppi senari. La rima B è tronca.

UNA STORIA DI SERVITÙ Nelle tre strofe iniziali l’attenzione è concentrata sul volgo disperso dei Latini, un popolo senza unità politica. I Latini sono la popolazione autoctona dell’Italia, erede della grande tradizione romana. Nello sguardo hanno qualche traccia della fierezza antica e della virtù degli antenati, ma agiscono con paura: vorrebbero raccogliersi in un unico organismo politico, per sfruttare lo scompiglio dei Longobardi, ma non hanno la forza di realizzare le loro intenzioni.
Le due strofe che formano la seconda parte mettono a fuoco il terrore dei Longobardi, su cui i Franchi invasori si gettano senza pietà. La fuga porta i Latini a sperare che la servitù stia per finire.
La terza parte si apre con un invito a riflettere sulle dure fatiche che i Franchi stanno patendo. Hanno lasciato le case e le spose, soffrono fame e freddo, rischiano la vita. E quale sarebbe il loro premio per essersi sottoposti a queste fatiche? Con questa domanda inizia l’ultima parte. Sono giunti in Italia per liberare i Latini? Ovviamente no. I due popoli invasori trovano un accordo, si spartiscono la terra e i Latini tornano a essere un popolo senza unità, in balia degli occupanti.
La vicenda bellica è descritta a tinte fosche. I Latini sono piegati e sconfitti; i Longobardi terrorizzati e in fuga. Ma anche per i Franchi non esiste alcuna gioia per la vittoria e per il bottino, tantomeno per la strage: sono sottoposti a durezze e sofferenze, che Manzoni descrive minutamente.

STORIA LONGOBARDA E STORIA CONTEMPORANEA In tre punti del testo si può avvertire il sarcasmo dell’autore: «li vede, e rapito d’ignoto contento, / con l’agile speme precorre l’evento, / e sogna la fine del duro servir», in cui i Latini sognano di liberarsi dal giogo solo grazie all’intervento militare altrui; l’interrogativa retorica «E il premio sperato, promesso a quei forti, / sarebbe, o delusi, rivolger le sorti, / d’un volgo straniero por fine al dolor?»; «Tornate alle vostre superbe ruine».
Un simile coinvolgimento emotivo dell’autore non si spiegherebbe se egli stesse trattando di una storia vecchia di mille anni. In realtà, Manzoni rivede nelle vicende dell’VIII secolo la condizione dell’Italia del XIX secolo: forza i limiti cronologici della vicenda e ne indirizza l’interpretazione verso l’attualità. Manzoni sta pensando agli italiani del primo Ottocento: un volgo disperso, orgoglioso di un passato oramai remoto, desideroso di liberarsi dalla dominazione austriaca, senza il coraggio di combattere, in attesa che un popolo straniero – in particolare Napoleone e i francesi, discendenti dei Franchi – lo liberi.

METRO E STILE Ogni scrittore ha il problema di organizzare il contenuto all’interno del contenitore formale che si è scelto: i capitoli di un romanzo, le strofe di una lirica. In questo coro, Manzoni evita di far coincidere gli snodi del contenuto – il cambio d’argomento o di protagonista – con la fine delle strofe: evita, cioè, una suddivisione in blocchi. I Longobardi, a cui sono dedicate le strofe 4 e 5, vengono introdotti alla fine della terza. I Franchi, che hanno spazio nelle strofe 6-9, sono presenti nella quinta, insieme ai Latini.
Contrariamente a questa “morbidezza” nei passaggi, i versi sono scanditi da forti accenti, da un ritmo monotono, marziale, quasi privo di enjambements.
Anche la sintassi è semplice, spesso dominata da parallelismi, sia nei complementi («Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti, / dai boschi, dall’arse fucine stridenti, / dai solchi bagnati di servo sudor») sia nelle proposizioni («intende l’orecchio, solleva la testa»; «S’aduna voglioso, si sperde tremante»).

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Ricostruisci, svolgendo una breve ricerca in rete, la successione delle vicende riportate dalla voce del coro, verificandone la veridicità storica.

ANALIZZARE

2 Il coro si apre con una figura retorica di sintassi di particolare intensità espressiva. Di quale figura retorica si tratta?

3 L’antitesi domina soprattutto nella parte iniziale del brano. Individuane alcuni esempi nelle prime quattro strofe e spiega che funzione hanno.

4 In alcuni punti del brano sono presenti termini che rimandano al mondo animale. Individuali e spiegane il senso.

5 Quali similitudini sono presenti nel brano? Individuale e spiegale.

CONTESTUALIZZARE

6 Metti a confronto questo brano con l’ode Marzo 1821, scritta da Manzoni qualche tempo dopo l’Adelchi. Quali analogie e quali differenze sul piano ideale si possono rilevare tra i due testi?

INTERPRETARE

7 Il coro sembra rappresentare in Manzoni un’unità che, pur avendo una relazione con l’azione scenica, ha una sua autonomia compositiva. Quello che abbiamo letto è un brano dove inizio e fine sembrano toccarsi per chiudersi ad anello su un’idea. Quali sono i segnali di questa “circolarità del testo” nel coro dell’atto III?
Qual è il concetto che Manzoni vuole sottolineare?

Stampa
  1. atrii muscosi: gli ingressi degli antichi palazzi sono ormai abbandonati e ricoperti di muschio (atrii è latinismo).
  2. fori cadenti: piazze in rovina (fori è latinismo); i fori, un tempo il centro della vita civile romana, ora sono in uno stato di abbandono.
  3. arse fucine stridenti: officine infuocate, piene dei rumori fragorosi prodotti dai lavoratori.
  4. solchi ... sudor: solchi della terra coltivati dagli schiavi.
  5. volgo disperso: popolo disunito; ma il termine volgo (latinismo), riferito ai Latini, è di per sé spregiativo.
  6. repente si desta: improvvisamente si sveglia (dall’intorpidimento della schiavitù).
  7. intende: tende.
  8. novo crescente romor: il romor è quello dei Longobardi in fuga; è crescente perché si sta avvicinando, ed è novo perché per la prima volta i Longobardi vengono sconfitti.
  9. Dai guardi ... virtù: l’orgoglioso valore guerresco (fiera virtù) degli antenati (padri), cioè i Romani, trapela (traluce) dagli sguardi (guardi) interrogativi e dai volti impauriti (pavidi) come (qual) un raggio di sole dalle nuvole fitte.
  10. ne’ guardi ... fu: negli sguardi, nei volti, il disprezzo (spregio) subìto con sofferenza (sofferto) si mescola (si mesce) e contrasta (discorda), confuso e incerto, con il povero orgoglio del tempo passato. Si intende il “disprezzo” espresso dai Longobardi nei confronti del popolo latino; l’orgoglio è definito misero (con ossimoro) perché basato su una gloria ormai passata.
  11. S’aduna voglioso: si raduna desideroso (di libertà); il soggetto sottinteso è “il popolo latino”.
  12. torti: tortuosi.
  13. vagante: incerto.
  14. tema e desire: timore (degli antichi padroni) e desiderio (di vederli sconfitti).
  15. ristà: si ferma.
  16. adocchia e rimira: guarda e osserva.
  17. scorata ... ha: la massa dispersa (turba diffusa), scoraggiata (scorata) e smarrita (confusa), dei crudeli (crudi) signori, che fugge dalle spade (brandi) (dei Franchi), che non ha sosta.
  18. Ansanti ... cercar: li vede ansimanti (Ansanti), i capelli rossi (fulve criniere) dritti (irsuti) per il terrore (per tema), cercare, come (quai) animali impauriti (trepide fere), i noti nascondigli (latebre, latinismo) della tana (covo). Al v. 20 («irsuti per tema le fulve criniere») è presente un accusativo di relazione: l’aggettivo irsuti si riferisce al soggetto e dall’aggettivo dipende il sostantivo criniere; significa che i Longobardi meritano l’aggettivo irsuti in relazione alle loro criniere, cioè avevano “le criniere irsute” (i capelli scompigliati di uomini rudi, abituati alle fatiche e non ai lussi).
  19. deposta ... minaccia: abbandonato l’abituale atteggiamento minaccioso.
  20. superbe: altere.
  21. pallida: a causa della paura.
  22. i figli ... guatar: guardare preoccupate i figli preoccupati. Da notare il poliptoto pensosi / pensose: la stessa parola è ripetuta a breve distanza in ruoli sintattici diversi (l’aggettivo è prima riferito al complemento oggetto, figli, poi al soggetto, donne). L’infinito guatar, come il verbo cercar, è retto da li vede.
  23. E sopra ... venir: e (vede) da destra (da ritta) e da sinistra (da manca) avventarsi i guerrieri sopra coloro che fuggono (fuggenti) con spada desiderosa di sangue (avido brando), correndo e cercando (frugando) come (quai) cani sguinzagliati all’inseguimento della preda (disciolti).
  24. d’ignoto contento: di contentezza sconosciuta.
  25. con ... l’evento: con la speranza, immagina che l’evento sia già compiuto (cioè scambia ciò che desidera per ciò che è realmente). La speranza è detta agile, cioè “veloce”, perché fa sì che la mente si lasci andare ai sogni circa un futuro che non si realizzerà.
  26. duro servir: dolorosa schiavitù.
  27. Udite!: apostrofe improvvisa, inaspettata, che richiama il popolo dei Latini dai sogni e dalle speranze alla dura realtà: i Franchi non hanno certo fatto tutta questa strada per liberarli.
  28. forti: i Franchi (aggettivo sostantivato).
  29. tengono: occupano.
  30. tiranni: i Longobardi.
  31. precludon lo scampo: impediscono la salvezza.
  32. lunge: lontano.
  33. aspri sentier: percorsi impervi (perché hanno dovuto attraversare le Alpi).
  34. prandi: pranzi, banchetti (latinismo).
  35. assursero: si alzarono.
  36. blandi riposi: tranquilli ozi.
  37. repente: improvvisamente.
  38. squillo guerrier: il segnale dato dalle trombe guerriere.
  39. Lasciàr: lasciarono.
  40. tetto: casa (sineddoche).
  41. accorate: preoccupate, dolenti.
  42. tornanti all’addio: che tornano ripetutamente a dire addio, cioè non riescono a lasciare i propri mariti.
  43. a preghi ... troncò: alle preghiere (preghi) e alle raccomandazioni (consigli) che il pianto interruppe (troncò).
  44. han ... cimieri: hanno carica la testa (fronte) del peso degli elmi (cimieri) ammaccati (pesti) dai colpi ricevuti in battaglia. Il “cimiero” era un ornamento che veniva portato sopra l’elmo; il termine, per sineddoche, prende qui il significato di “elmo”.
  45. corsieri: cavalli da corsa.
  46. ponte: ponte levatoio.
  47. cupo sonò: risuonò cupamente.
  48. A torme: a squadre.
  49. giulive: allegre.
  50. petrose: rocciose.
  51. balzi dirotti: montagne scoscese.
  52. nell’arme: rimanendo armati.
  53. membrando: ricordando.
  54. fidati: intimi.
  55. Gli ... durâr: sopportarono (durâr) i pericoli (perigli) ingloriosi (oscuri) di soste disagevoli (stanze incresciose), le corse affannate attraverso pendii mai percorsi da essere umano («greppi senz’orma»), i duri ordini (rigido impero) e la fame.
  56. calate: abbassate, puntate contro il petto.
  57. a canto... volar: udirono le frecce volare, fischiando, accanto agli scudi, vicino (rasente) agli elmi.
  58. E il premio ... dolor?: e la ricompensa (premio) sperata, promessa a quei valorosi (forti, i Franchi), sarebbe, o illusi, capovolgere la condizione («rivolger le sorti»), porre fine al dolore di un popolo straniero, liberarlo?
  59. superbe ruine: le grandiose rovine della passata civiltà latina. Accostato a ruine, l’aggettivo superbe ha un suono sarcastico: sono rovine, perché il tempo ha consumato l’impero dei Latini, ma sono le testimonianze di un grande passato, e possono ancora illudere il «volgo disperso» circa la sua (ormai spenta) grandezza.
  60. opere imbelli: attività pacifiche. Imbelli vuole anche dire che i Latini non forgiano armi, cioè non sanno combattere contro gli invasori.
  61. solchi ... sudor: si riprende il verso dai solchi bagnati di servo sudor.
  62. Il forte ... nemico: i Franchi (Il forte) si uniscono con i Longobardi (vinto nemico), e si accordano per spartirsi l’Italia (ed è il punto che sta a cuore a Manzoni, perché questa sarà, per buona parte, la storia italiana fino all’Ottocento: una storia di occupazione e di servitù agli stranieri).
  63. col novo ... l’antico: insieme ai nuovi padroni, i Franchi (novo signore), rimangono i Longobardi (l’antico).
  64. l’un ... sta: entrambi i popoli vi opprimono.
  65. Dividono: si spartiscono.
  66. armenti: mandrie.
  67. cruenti: insanguinati (latinismo).
  68. nome non ha: il popolo che abita la penisola italiana non si può più chiamare latino e non si può ancora (né si potrà, per secoli) chiamare italiano; ritorna, alla fine del coro, l’epiteto che Manzoni aveva usato al verso «un volgo disperso».