Dante Alighieri

Lettere

Dante rifiuta di tornare a Firenze

In generale, le notizie che le lettere danno della vita di Dante in esilio sono scarse (il che contrasta per esempio con l’atteggiamento che avrà invece Petrarca mezzo secolo dopo nella sua corrispondenza epistolare: una spiccata propensione a parlare di sé, dei suoi problemi, delle sue idee, e a lasciare invece in secondo piano i fatti del mondo). Fa eccezione la lettera XII, inviata a un ignoto amico fiorentino (forse Bernardo Riccomanni, figlio della sorella Tana e frate francescano nel convento di Santa Croce) dopo il 19 maggio 1315, data nella quale un’amnistia concedeva agli esuli politici, previo il pagamento di una grossa multa, di rientrare in città. L’amico evidentemente (la missiva non si è conservata) gli prospettava l’ipotesi di tornare a Firenze.

Per mezzo delle vostre lettere ricevute e con la debita riverenza e affetto, ho con animo grato e diligente attenzione appreso quanto vi stia a cuore e quanta cura abbiate per il mio rimpatrio; e quindi tanto più strettamente mi avete obbligato, quanto più raramente agli esuli accade di trovare amici. Per questo, anche se non sarà quale la pusillanimità di alcuni desidererebbe1, vi chiedo affettuosamente che la risposta al loro contenuto, prima di essere giudicata, sia ponderata all’esame della vostra saggezza.

Ecco dunque ciò che per mezzo delle lettere vostre e di mio nipote2 e di parecchi altri amici mi fu comunicato riguardo al decreto da poco emanato in Firenze sul proscioglimento dei banditi3 che se volessi pagare una certa quantità di denaro e volessi patire l'onta dell'offerta, potrei sia essere assolto che ritornare subito. Ma ci sono, o padre, due cose degne di riso e oggetto di cattivo consiglio nelle lettere di quelli che mi hanno comunicato tali cose; le vostre lettere, infatti, formulate con maggiore discrezione e saggezza, non contenevano nulla di ciò.

È proprio questo il grazioso proscioglimento con cui è richiamato in patria Dante Alighieri, che per quasi tre lustri4 ha sofferto l'esilio? Questo ha meritato l'innocenza a tutti manifesta? questo ha meritato il sudore e l'assidua fatica nello studio? Sia lontana da un uomo, familiare con la filosofia, una così avvilente bassezza d'animo da sopportare di offrirsi come un carcerato al modo di un Ciolo5 e di altri infami! Sia lontano da un uomo che predica la giustizia, che dopo aver patito un ingiusto oltraggio, paghi il suo denaro a quelli stessi che l’hanno oltraggiato, come se lo meritassero!

Non è questa, padre mio, la via del ritorno in patria; ma se un'altra via prima o poi da voi o da altri verrà trovata, che non deroghi alla fama e all'onore di Dante, l'accetterò a passi non lenti; ma se per nessuna onorevole via s'entra a Firenze, a Firenze non entrerò mai. E che? forse che non potrò vedere dovunque la luce del sole o degli astri? o forse che dovunque non potrò sotto il cielo indagare le dolcissime verità, senza prima restituirmi abietto e ignominioso al popolo e alla città di Firenze? E certamente non mi mancherà il pane6

TORNARE A FIRENZE: MAI COME COLPEVOLE  L’amico fiorentino aveva prospettato a Dante (ormai cinquantenne, a quella data) la possibilità di tornare a Firenze: bastava dichiararsi pentito e pagare una multa. Dante risponde sdegnato che non accetterà mai di pagare per rientrare nella città che lo ha condannato ingiustamente: piuttosto l’esilio perpetuo. E infatti sarà così. Il 15 ottobre le autorità fiorentine ribadirono la condanna a morte e la confisca dei beni per Dante, e il 6 novembre il bando colpì anche i suoi figli (è invece probabile che la moglie Gemma sia rimasta a Firenze).

Lo stile della lettera è elaborato, sostenuto, aderente alle buone regole dell’ars dictandi: lo scrivente ringrazia il suo interlocutore, ricorda la sua condizione di esule, riassume in poche parole la situazione. Il tono è pacato, referenziale, ma soltanto nei primi due paragrafi. Poi, lo stile cambia segno, e lascia spazio all’indignazione, che si esprime attraverso due interrogative retoriche introdotte dall’anafora del dimostrativo questo («È proprio questo...? Questo ha meritato l’innocenza...? Questo ha meritato il sudore...?») e da due esclamative anch’esse anaforiche («Sia lontana... Sia lontano»). E infine, pacata ma ferma, la risposta: no, non è questa la strada che potrà imboccare Dante Alighieri.

Esercizio:

COMPRENDERE E ANALIZZARE


1. Dante chiama più volte il suo interlocutore «padre mio». Perché usa questo epiteto?



2. A cosa potrebbe alludere Dante quando dice «ci sono, o padre, due cose degne di riso e oggetto di cattivo consiglio nelle lettere di quelli che mi hanno comunicato tali cose; le vostre lettere, infatti, formulate con maggiore discrezione e saggezza, non contenevano nulla di ciò»?



3. Dante proclama la sua innocenza ed elenca i suoi meriti: quali sono?



4. Fai un’ipotesi circa la data della lettera. Dove si trova Dante in questo periodo?



5. Perché si può dire che questa missiva fa eccezione rispetto al corpus delle epistole dantesche?



INTERPRETARE


6. Prova a scrivere la lettera dell’amico a cui Dante risponde.



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  1. anche ... desidererebbe: alcuni pusillanimi vorrebbero che Dante accettasse la proposta di tornare in patria riconoscendosi colpevole. Dante scrive appunto pusillanimitas "la qualità di chi ha un animo piccolo, vile, meschino".
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  3. mio nipote: probabilmente Nicolò Donati, figlio di un fratello della moglie di Dante, Gemma Donati.
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  5. per l’ordinamento ... dei banditi: il 19 maggio 1315 un decreto del governo fiorentino amnistiava – sotto particolari condizioni a cui Dante accenna subito dopo – i cittadini condannati all’esilio.
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  7. quasi tre lustri: Dante era stato condannato a due anni di confino nel gennaio del 1302; nel marzo dello stesso anno, dato che non si era presentato per difendersi, Dante era stato condannato a morte.
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  9. al modo di un Ciolo: «probabilmente Ciolo degli Abati [...]; guelfo, condannato nel 1291 e amnistiato nel 1295, fu nuovamente bandito, ottenendo di ritornare con la riforma di Baldo d’Aguglione (1311), che invece escluse Dante» (C. Villa).
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  11. E certamente ... il pane: perché in quegli anni Dante poteva contare sull’appoggio, anche economico, del potente signore di Verona, Cangrande della Scala; è probabile che per lui Dante lavorasse in qualità di segretario.
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