Vasilij Grossman

Vita e destino

Davanti alla tomba di un figlio

Vita e destino è anche, necessariamente, una lunga, continua riflessione sulla morte: non c’è quasi capitolo del romanzo in cui non muoia qualcuno. Per dare un saggio del modo insieme profondo e leggero in cui Grossman tratta questo tema, possono essere utili alcune righe nelle quali Ljudmila “comincia a capire” che suo figlio Tolja – caduto in battaglia e già sotterrato – è davvero morto. Ljudmila si trova nel cimitero, davanti alla lapide del figlio.

«Ecco sono arrivata, e tu probabilmente hai pensato che la mamma non venisse…». Parlava a mezzavoce, temendo di essere sentita dalle persone che stavano oltre la recinzione del cimitero. I camion sfrecciavano lungo la strada e una scura tormenta di polvere vorticava, fumando sull’asfalto, sollevandosi a spirale, ondeggiando… Pestando con violenza i loro stivali chiodati i lattai camminavano con i bidoni, la gente con le sporte, gli scolari avvolti in giubbotti e con pesanti berretti invernali. Ma tutta quella giornata piena di movimento era per lei un’immagine sfocata. Che silenzio! Parlava col figlio, ricordava i particolari della sua vita trascorsa e lo spazio era riempito da questi ricordi che esistevano solo nella sua coscienza: la voce infantile, il fruscio dei libri illustrati, il toc-toc del cucchiaino sul margine bianco del piatto, il ronzio delle radioriceventi costruite in casa, il fruscio degli sci sulla neve, il cigolio degli scalmi sugli stagni, nei luoghi di villeggiatura, il crepitio della carta delle caramelle, l’improvviso apparire del suo visetto, delle spalle e del petto. Le sue lacrime, le sue malinconie, i suoi atti di bontà e le sue cattiverie, rivissute nella disperazione di Ljudmila, continuavano a esistere, emergevano dalla memoria concrete e tangibili. Non era il ricordo di lui, che se n’era andato, ad essersi impadronito di Ljudmila, ma l’ansia delle emozioni vissute. A che scopo leggere tutta la notte sotto la cruda luce della lampada, perché cominciare a portare gli occhiali fin da ragazzo… Eccolo ora, disteso, con addosso una leggera camicia di cotone, scalzo, senza coperta, la terra completamente gelata, mentre di notte il freddo si fa ancora più intenso. All’improvviso a Ljudmila uscì sangue dal naso. Il fazzoletto si inzuppò tutto e si fece pesante. La testa cominciò a girarle, le si appannò la vista, e per un’istante le parve di perdere conoscenza. Allora socchiuse gli occhi e quando li riaprì il mondo a cui la sua sofferenza aveva dato vita si era dileguato. Rimaneva solo la polvere grigia sollevata in mulinelli dal vento, sopra le tombe che cominciavano a respirare l’umidità del mattino. L’acqua della vita che sorgeva dallo strato di ghiaccio e che faceva emergere Tolja dalle tenebre, scorreva e spariva, respinta da quel mondo che in un istante aveva spezzato le catene per farsi lui stesso realtà, il mondo creato dalla disperazione di una madre. La sua disperazione, come se fosse stata essa stessa potenza divina, aveva sollevato il sottotenente dalla tomba e costellato il deserto di nuove stelle. Nei minuti appena trascorsi, lui era l’unico al mondo ad essere vivo, e grazie a lui viveva tutto il resto del mondo. Ma le fosse smisurate, il mare, la strada, la città, nonostante il violento desiderio della madre, non potevano più a lungo essere tenuti in scacco dalla morte di Tolja. Ljudmila si passò sugli occhi asciutti il fazzoletto bagnato di sangue. Con il viso appiccicoso di sangue rappreso, stando curva, compiva docile i primi piccoli gesti che riconoscevano inconsapevolmente la morte di Tolja. Tutto il personale dell’ospedale era stato colpito dal suo autocontrollo e dalle sue domande. Non capivano che lei non poteva rendersi conto di quello che per loro era evidente, cioè che Tolja non era più vivo. Il sentimento che la legava al figlio era così saldo che il dramma che si era compiuto non poteva farsi strada; per lei egli continuava a vivere. Era fuori di sé, e nessuno se n’era accorto. Infine aveva trovato il figlio, come la gatta che abbia trovato il suo piccolo morto e lo lecca consolata. L’anima è attraversata da lunghe sofferenze, finché gli anni, alle volte addirittura le decine di anni, pietra su pietra erigono poco a poco il loro tumolo, e arrivi ad accettare la perdita irreparabile, ti sottometti all’ineluttabilità di ciò che è ormai accaduto.

I MINUSCOLI RICORDI CONDIVISI   Nel cimitero in cui è sepolto suo figlio (un cimitero cittadino, dunque circondato dal rumore delle auto, degli scolari, dei soldati, un cimitero che rende molto difficile il cosiddetto “raccoglimento”), Ljudmila vive alcuni momenti di perfetta sospensione («Che silenzio!»). La memoria delle persone che abbiamo amato è fatta di minuscole cose che nessuno conosce a parte noi (e a parte, s’intende, la persona che non c’è più): non tanto i visi o le parole, quanto «il toc-toc del cucchiaino sul margine bianco del piatto, […] il cigolio degli scalmi sugli stagni, nei luoghi di villeggiatura» . Perdendo quelle persone, perdiamo anche irrimediabilmente tutto questo patrimonio di minuscoli ricordi condivisi.

LA PRESA DI COSCIENZA    Ljudmila riesce a rievocare per l’ultima volta non tanto l’immagine del figlio quanto le «emozioni vissute» con lui. Poi la realtà – «le fosse smisurate, il mare, la strada, la città» – la riafferra attraverso un fatto accidentale ma quasi simbolico (il freddo le fa sanguinare il naso), e Ljudmila comincia a vedere ciò che a tutti gli altri (i medici, le infermiere) era parso ovvio, evidente: la «morte di Tolja» . Ma come spesso fa in Vita e destino, Grossman anticipa, attraverso un breve inciso, il futuro dei suoi personaggi, e ci dice che non anni ma «decine di anni» occorreranno alla madre perché essa possa davvero – come un tumulo che venga eretto «pietra su pietra» – accettare la perdita del figlio. E (possiamo aggiungere) questo intensissimo effetto patetico è ottenuto da Grossman senza che Ljudmila pronunci una sola parola, e senza una battuta di dialogo: la scena è commovente, ma il tono è fermo, trattenuto, per nulla sentimentale. 

Vasilij Grossman ebbe la sventura di vivere in un paese tragico, in tempi tragici: l’Unione Sovietica nella prima metà del Novecento. Passò attraverso la carestia degli anni Venti, la rivoluzione comunista, due guerre mondiali.

Dalla celebrità alla censura  Nato nel 1905 a Berdichev, in Ucraina, da una famiglia ebrea, segue l’Armata Rossa in Europa come corrispondente di guerra per il giornale «Stella Rossa»: i suoi articoli, rifusi poi nel romanzo Il popolo è immortale (1942), lo rendono celebre e ben accetto al regime comunista. È testimone dei combattimenti a Stalingrado, poi di quelli nella regione di Kiev, quindi segue l’esercito sovietico in Polonia e in Germania. Al ritorno dal fronte, comincia a lavorare a un grande romanzo sulla guerra, una specie di Guerra e paceaggiornato ai suoi tempi: la prima parte, sotto il titolo Per una giusta causa, esce a puntate sulla rivista «Novyi Mir» nel 1952 ed è un successo. La seconda parte, Vita e destino, non vede mai la luce mentre l’autore è in vita, perché Grossman viene accusato dalla censura di «gravi errori politici», cioè di una visione troppo critica del potere sovietico. Il Kgb gli confisca il suo archivio e tutte le carte relative al romanzo sul quale sta lavorando (e persino il nastro della macchina per scrivere!), costringendolo di fatto al silenzio per il resto della sua vita. Muorea Mosca nel 1964, poco più che sessantenne, per un cancro allo stomaco. I suoi libri cominciarono ad apparire in Occidente durante gli anni Settanta e Ottanta, ma solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica la sua opera completa ha potuto circolare in tutto il mondo. Oggi Vita e destino e Tutto scorre sono considerati due dei libri più importanti del XX secolo. 

 

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