Arlotto Mainardi

Motti e facezie del Piovano Arlotto

Detto piacevole del Piovano Arlotto ad un suo amico molto avaro a tavola

Con la sua intelligenza sociale e il suo innato talento di intrattenitore, il Piovano era richiestissimo da amici e conoscenti. A giudicare dalla quantità di facezie ambientate in pranzi o in cene, non doveva capitargli spesso di doversi preoccupare del cibo: lo invitavano continuamente a casa di qualcuno, pregustando la sua conversazione brillante e qualche sua buffa trovata. È questo, del resto, uno dei vantaggi più immediati e concreti dell’essere divertenti: trovare facilmente chi ti nutre a spese proprie. Il Piovano non ne fa una professione, come facevano invece i buffoni e i giullari, ma quasi: prova ne sia che si sente in diritto, quando il cibo scarseggia, di protestare a modo suo. Ma il modo suo di protestare è al tempo stesso la dimostrazione che ha tutto il diritto di farlo: è una scenetta comica che vale da se stessa un piatto di minestra come si deve.

Uno certo suo amico [...], misero1, invita una mattina il Piovano a desinare2 al tempo della quaresima.

Accettato il Piovano e venuto a casa e messosi a tavola, vengono certe minestre di ceci in tavola in grande iscodelle con assai brodo, poco olio e manco3 granella4 di ceci, in modo che ’l Piovano, né con la forchetta, né con la punta del coltello, né con mano, né in altro modo, non ne potea giugnere5 uno granello.

Cominciasi a scignere e a sfibbiarsi6 e a mandarsi sue le maniche.

Dice uno di quelli erano a tavola: «Piovano, che diavolo volete voi fare?»

Risponde: «Non lo vedi tu, bue? Vogliomi ispogliare e notare in questa iscodella, poi che in altro modo non posso giugnere questi ceci, e pure ne vorrei mangiare qualcuno questa mattina!».

L'ANTENATO DELLA BARZELLETTA  La scenetta è breve, e le frasi essenziali. La misura, la struttura e lo stile sono gli stessi di quella che oggi si chiama “barzelletta” (e ai tempi si chiamava appunto “motto” o “facezia”, perché la barzelletta era invece uno schema brioso e divertente di poesia per musica). Si ambienta in poche parole la scena, si crea in sintesi una situazione da risolvere, si raccontano dei gesti e uno svelto scambio di battute che risolvono la situazione con una risata. Come nella facezia precedente, c’è un punto in cui scoppia il lampo di genio, una pausa tra la frustrazione e la trovata comica: qui è nell’accapo che divide «non ne potea giugnere uno granello» da «cominciasi a scignere». Il Piovano ne ha pensata una delle sue, e si mette all’opera.

LA FORZA COMICA DEI GESTI  Il Piovano si conferma un grande istrione. Da buongustaio qual è, se lo invitano a pranzo, quaresima o non quaresima, pretede di mettere qualcosa sotto i denti. Se gli propinano una minestra di ceci quasi priva di ceci non può non reagire. L’avarizia del padrone di casa va castigata mettendola in ridicolo (e anche questa è una funzione giullaresca). Sarebbe sgraziato, però, farlo direttamente con una battuta. Può sembrare paradossale, ma le parole non sono il fulcro comico di questo “motto”. Tutto ruota, piuttosto, attorno alla mimica: le parole servono soltanto a fornire la chiave comica per interpretarla e riderne. Il Piovano conosce bene il proprio pubblico e sa che, se si mette zitto zitto a far qualcosa di imprevisto e bizzarro come se fosse la cosa più normale del mondo, tutti gli sguardi convergeranno su di lui. Ottiene così l’attenzione e suscita l’attesa di cui ha bisogno per creare il proprio spazio teatrale, la propria situazione di performance, e per sprigionare tutta la potenza del suo arsenale comico.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. In questa facezia, come in quella di Facezia fatta al Ponte a Sieve dal Piovano faccendogli freddo, sono il silenzio del Piovano e la sua mimica a dare forza comica alla battuta che seguirà. Individua questi passaggi in entrambi i racconti.



CONTESTUALIZZARE


2. Rileggi una delle novelle di Boccaccio antologizzate nel manuale. In che cosa ti sembra che la comicità boccacciana differisca da quella delle facezie del Piovano Arlotto?



INTERPRETARE


3. Uno degli ingredienti fondamentali della comicità (anche nel brano che hai letto) sono i “tempi comici”. Di che cosa si tratta? Cosa si intende con questa espressione? Chi è, a tuo avviso, un comico dei giorni nostri che ha dei perfetti “tempi comici”?



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  1. misero: avaro (come nel titolo); taccagno (è il significato che miser ha ancor oggi in inglese).
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  3. desinare: pranzare (come il francese déjeuner ); forma popolare ancora in uso nelle campagne toscane.
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  5. manco: meno; meno ancora del «poco olio».
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  7. granella: plurale di “granello”: grani; chicchi.
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  9. giugnere: raggiungere.
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  11. scignere ... sfibbiarsi: sciogliersi le cinture e le fibbie.
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