Giacomo Leopardi

Operette morali

Dialogo della Natura e di un Islandese

Il Dialogo della Natura e di un Islandese, composto nel maggio del 1824 e pubblicato per la prima volta nel 1827, permette di datare un’evoluzione importante del pensiero leopardiano: quella secondo cui Leopardi giunge da un «pessimismo storico», legato cioè ai tempi nei quali si trova a vivere, a un «pessimismo cosmico», legato cioè alla condizione umana nella sua essenza. Queste formule, come tutte le formule, hanno l’unico vantaggio della comodità: ma prima di usarle bisogna afferrare la complessità delle idee che vogliono riassumere. Leggiamo quindi prima il brano e poi torniamo su questo snodo del pensiero leopardiano.

Come aveva già fatto per le Canzoni del 1824 (le cui annotazioni sono conservate nei Canti del 1831), Leopardi fa seguire alle Operette morali una serie di note, nelle quali cita le fonti di alcune espressioni adoperate nel testo: dove utile abbiamo integrato queste note alle nostre.

Un Islandese, che era corso per1 la maggior parte del mondo, e soggiornato in diversissime terre; andando una volta per l’interiore dell’Affrica2, e passando sotto la linea equinoziale3 in un luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ebbe un caso simile a quello che intervenne4 a Vasco di Gama nel passare il Capo di Buona speranza5; quando il medesimo Capo, guardiano dei mari australi6, gli si fece incontro, sotto forma di gigante, per distorlo7 dal tentare8 quelle nuove acque9. Vide da lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò dovere essere di pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima, nell’isola di Pasqua10. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso11 e il gomito a una montagna; e non finta12 ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile13, di occhi e di capelli nerissimi; la quale guardavalo14 fissamente; e stata così un buono spazio15 senza parlare, all’ultimo gli disse.
NATURA Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie16 era incognita17?
ISLANDESE Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa.
NATURA Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi.
ISLANDESE La Natura?
NATURA Non altri.
ISLANDESE Me ne dispiace fino all’anima; e tengo per fermo18 che maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere19.
NATURA Ben potevi pensare che io frequentassi specialmente queste parti; dove non ignori che si dimostra più che altrove la mia potenza20. Ma che era che ti moveva21 a fuggirmi?
ISLANDESE Tu dei22 sapere che io fino nella prima gioventù, a poche esperienze23, fui persuaso e chiaro24 della vanità25 della vita, e della stoltezza degli uomini; i quali com- battendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano; sopportando e cagionandosi scambievolmente infinite sollecitudini26, e infiniti mali, che affannano e nocciono in effetto27; tanto più si allontanano dalla felicità, quanto più la cercano28. Per queste considerazioni, deposto ogni altro desiderio, deliberai, non dando molestia a chicchessia, non procurando in modo alcuno di avanzare il mio stato29, non contendendo con altri per nessun bene del mondo, vivere una vita oscura e tranquilla; e disperato dei piaceri, come di cosa negata alla nostra specie30, non mi proposi altra cura31 che di tenermi lontano dai patimenti. Con che non intendo dire che io pensassi di astenermi dalle occupazioni e dalle fatiche corporali: che ben sai che differenza è dalla fatica al disagio, e dal viver quieto al vivere ozioso32. E già nel primo mettere in opera questa risoluzione, conobbi per prova33 come egli è vano34 a pensare, se tu vivi tra gli uomini, di potere, non offendendo alcuno, fuggire che gli altri non ti offendano35; e cedendo sempre spontaneamente, e contentandosi del menomo36 in ogni cosa, ottenere che ti sia lasciato un qualsivoglia luogo, e che questo menomo non ti sia contrastato37. Ma dalla molestia degli uomini mi liberai facilmente, separandomi dalla loro società, e riducendomi in solitudine38: cosa che nell’isola mia nativa si può recare ad effetto39 senza difficoltà. Fatto questo, e vivendo senza quasi verun’immagine di piacere40, io non poteva mantenermi però senza patimento: perché la lunghezza del verno41, l’intensità del freddo, e l’ardore estremo della state42, che sono qualità di quel luogo43, mi travagliavano44 di continuo; e il fuoco, presso al quale mi conveniva passare una gran parte del tempo, m’inaridiva le carni, e straziava gli occhi col fumo; di modo che, né in casa né a cielo aperto, io mi poteva salvare da un perpetuo disagio. Né anche potea conservare quella tranquillità della vita, alla quale principalmente erano rivolti i miei pensieri: perché le tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla45, il sospetto46 degl’incendi, frequentissimi negli alberghi47, come sono i nostri, fatti di legno, non intermettevano48 mai di turbarmi. Tutte le quali incomodità in una vita sempre conforme a se medesima49, e spogliata di qualunque altro desiderio esperanza, e quasi di ogni altra cura, che d’esser quieta50; riescono di non poco momento51, e molto più gravi che elle52 non sogliono apparire quando la maggior parte dell’a- nimo nostro è occupata dai pensieri della vita civile, e dalle avversità che provengono dagli uomini. Per tanto veduto che più che io mi ristringeva e quasi mi contraeva in me stesso, a fine d’impedire che l’esser mio non desse noia né danno a cosa alcuna del mondo; meno mi veniva fatto che le altre cose non m’inquietassero e tribolassero; mi posi53 a cangiar54 luoghi e climi, per vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire. E a questa deliberazione55 fui mosso anche da un pensiero che mi nacque, che forse tu56 non avessi destinato al genere uma- no se non solo un clima della terra (come tu hai fatto a ciascuno degli altri generi degli animali, e di quei delle piante), e certi tali luoghi57; fuori dei quali gli uomini non potessero prosperare né vivere senza difficoltà e miseria; da dover essere imputate, non a te, ma solo a essi medesimi, quando eglino avessero disprezzati e trapassati i termini che fossero prescritti per le tue leggi alle abitazioni umane58. Quasi tutto il mondo ho cercato, e fatta esperienza di quasi tutti i paesi; sempre osservando59 il mio proposito, di non dar molestia alle altre creature, se non il meno che io potessi, e di procurare la sola tranquillità della vita. Ma io sono stato arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall’incostanza dell’aria60, infestato dalle com- mozioni degli elementi61 in ogni dove. Più luoghi ho veduto, nei quali non passa un dì senza temporale: che è quanto dire che tu dai ciascun giorno un assalto e una battaglia formata a quegli abitanti, non rei verso te di nessun’ingiuria62. In altri luoghi la serenità ordinaria del cielo è compensata dalla frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il paese. Venti e turbini63 smoderati regnano nelle parti e nelle stagioni tranquille dagli altri furori dell’aria64.Tal volta io mi ho sentito crollare il tetto in sul capo pel gran carico della neve, tal altra, per l’abbondanza delle piogge la stessa terra, fendendosi65, mi si è dileguata di sotto ai piedi; alcune volte mi è bisognato fuggire a tutta lena66 dai fiumi, che m’inseguivano, come fossi colpevole verso loro di qualche ingiuria. Molte bestie salvatiche, non provocate da me con una menoma offesa, mi hanno voluto divorare; molti serpenti avvelenarmi; in di- versi luoghi è mancato poco che gl’insetti volanti non mi abbiano consumato infino alle ossa. Lascio i pericoli giornalieri, sempre imminenti all’uomo67, e infiniti di numero; tanto che un filosofo antico68 non trova contro al timore, altro rimedio più valevole69 della considerazione che ogni cosa è da temere. Né le infermità mi hanno perdonato70; con tutto che io fossi, come sono ancora, non dico temperante, ma continente dei pia- ceri del corpo71. Io soglio prendere non piccola ammirazione72 considerando come tu ci abbi infuso tanta e sì ferma e insaziabile avidità del piacere; disgiunta dal quale la nostra vita, come priva di ciò che ella desidera naturalmente, è cosa imperfetta: e da altra parte abbi ordinato che l’uso di esso piacere sia quasi di tutte le cose umane la più nociva alle forze e alla sanità del corpo73, la più calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna persona74, e la più contraria alla durabilità75 della stessa vita. Ma in qualunque modo, astenendomi quasi sempre e totalmente da ogni diletto, io non ho potuto fare di non incorrere in molte e diverse malattie: delle quali alcune mi hanno posto in pericolo della morte; altre di perdere l’uso di qualche membro, o di condurre perpetuamente una vita più misera che la passata; e tutte per più giorni o mesi mi hanno oppresso il corpo e l’animo con mille stenti76 e mille dolori. E certo, benché ciascuno di noi sperimenti nel tempo delle infermità, mali per lui nuovi o disusati77, e infelicità maggiore che egli non suole78 (come se la vita umana non fosse bastevolmente79 misera per l’ordinario); tu non hai dato all’uomo, per compensarnelo80, alcuni tempi di sanità soprabbondante e inusitata81, la quale gli sia cagione di qualche diletto straordinario per qualità e per grandezza. Ne’ paesi coperti per lo più di nevi, io sono stato per accecare: come interviene ordinariamente ai Lapponi nella loro patria82. Dal sole e dall’aria, cose vitali, anzi necessarie alla nostra vita, e però83 da non potersi fuggire, siamo ingiuriati84 di continuo: da questa colla umidità, colla rigidezza, e con altre disposizioni85; da quello col calore, e colla stessa luce: tanto che l’uomo non può mai senza qualche maggiore o minore incomodità o danno, starsene esposto all’una o all’altro di loro. In fine, io non mi ricordo aver passato un giorno solo della vita senza qualche pena; laddove86 io non posso numerare quelli che ho consumati senza pure un’ ombra di godimento: mi avveggo87 che tanto ci è destinato e necessario il patire, quanto il non godere; tanto impossibile il viver quieto in qual si sia modo, quanto il vivere inquieto senza miseria: e mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto88, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere. Per tanto rimango privo di ogni speranza: avendo compreso che gli uomini finiscono89 di perseguitare chiunque li fugge o si occulta con volontà vera di fuggirli o di occultarsi; ma che tu, per niuna cagione, non lasci mai d’incalzarci, finché ci opprimi90. E già mi veggo vicino il tempo amaro e lugubre della vecchiezza; vero e manifesto male, anzi cumulo di mali e di miserie gravissime; e questo tuttavia non accidentale, ma destinato da te per legge a tutti i generi de’ viventi, preveduto da ciascuno di noi fino nella fanciullezza, e preparato in lui di continuo, dal quinto suo lustro in là91, con un tristissimo declinare e perdere senza sua colpa: in modo che appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il rimanente allo scadere92, e agl’incomodi che ne seguono.
NATURA Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture93, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone94 pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo95, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente96, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.
ISLANDESE Ponghiamo caso che uno m’invitasse spontaneamente a una sua villa97, con grande instanza98; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella99 tutta lacera e rovinosa100, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d’intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi101; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare102, schernire, minacciare e battere da’ suoi figliuoli e dall’altra famiglia103. Se querelandomi io seco104 di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de’ tuoi sollazzi, e di farti le buone spese105; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmici. Ma poiché spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli106 di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l’avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t’ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa107, e in maniera che io non poteva sconsentirlo né ripugnarlo108, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio109 tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l’abitarvi non mi noccia110? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura.
NATURA Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra se di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che111 cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione112. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento.
ISLANDESE Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi113. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente114; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?
Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall’inedia115, che appena ebbero forza di mangiarsi quell’Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo116 vento, levatosi mentre che l’Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo117 di sabbia: sotto il quale colui diseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa.

L’ISLANDESE DI FRONTE ALLA NATURA In un angolo remoto della Terra, un viaggiatore islandese in fuga dalla Natura si trova davanti a una donna enorme che comincia a interrogarlo, incuriosita nel vedere un uomo in quei luoghi inospitali. L’Islandese scopre che quella donna è la Natura e le racconta la propria vita.
L’obiettivo dell’Islandese è sempre stato quello di vivere «una vita oscura e tranquilla» tenendosi «lontano dai patimenti». Da giovane aveva sperato di poter vivere insieme agli altri uomini senza offenderli e senza riceverne offesa. Dopo aver capito che un simile desiderio è irrealizzabile, ha deciso di fuggire dalla società alla ricerca di un altro luogo favorevole alla vita. Ma la Natura combatte costantemente contro l’uomo: il clima, le catastrofi naturali, gli animali feroci rendono invivibili tutte quelle zone della Terra che non sono già abitate. La Natura dimostra in altri modi la sua avversità verso l’uomo. Prima di tutto, lo ha dotato di un desiderio costante di raggiungere il piacere: ma questa tendenza innata si rivela nociva, perché il piacere diminuisce le forze e danneggia il corpo. Poi, infligge costantemente all’uomo le malattie e questi periodi di grande sofferenza non vengono compensati da periodi di grande piacere. Bisogna concludere che la vita stessa – sempre minacciata e alla fine distrutta da una vecchiaia inevitabile – è un male.

UN «CIRCUITO DI PRODUZIONE E DISTRUZIONE» La Natura rivela di essere indifferente alla specie umana: siccome l’uomo non ha alcun posto privilegiato nel cosmo, lei non si rende conto di quando gli giovi o lo danneggi. La vita serve soltanto a riprodurre la vita: è un «circuito di produzione e distruzione» senza altro scopo che il mantenimento di se stesso. L’Islandese allora chiede a chi possa giovare questo circolo di sofferenza, visto che, se soffre chi muore, chi distrugge non gode. La domanda è destinata a rimanere senza risposta, il racconto termina qui: secondo alcuni, il viaggiatore venne sbranato da due leoni; secondo altri fu sommerso da una tempesta di sabbia e si tramutò in mummia.

L’UOMO PRIMITIVO E LO STATO DI NATURA Nella prima fase del pensiero leopardiano la Natura viene considerata come una madre benevola: quando gli uomini sono nello stato di natura, cioè in quello stato primitivo, non civilizzato in cui essa li ha creati, possono raggiungere una condizione di spirito prossima alla felicità. Ciò accade perché la Natura li ha dotati di una capacità immaginativa potente, cioè di una fantasia fervida, e li ha predisposti a nutrire illusioni. Le illusioni sono quegli ideali per i quali gli uomini possono compiere azioni eroiche e virtuose, anche a rischio della propria vita: la gloria, l’onore, la virtù, la patria, il sapere. Le illusioni vengono chiamate da Leopardi anche fantasmi, e cioè mere apparenze: e il nome stesso indica che esse non hanno una consistenza oggettiva, ma solo soggettiva, ovvero che sono soltanto proiezioni di idee e desideri individuali. In altre parole: siccome tutti gli uomini credono alla gloria, allora la gloria ha una sua reale presenza nel mondo. Attraverso le illusioni gli uomini raggiungono il piacere: «Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni» (Zibaldone, pensiero non datato).

L’UOMO CIVILIZZATO E LA RAGIONE Nella fase giovanile del pensiero di Leopardi la ragione e la scienza hanno un ruolo negativo, perché grazie alle loro conquiste l’uomo abbandona il suo stato primitivo, ingenuamente naturale: le conoscenze scientifiche dimostrano la falsità di ciò che ha prodotto l’immaginazione, ma questo disinganno porta con sé più dolore che benefici. Così scrive Leopardi nello Zibaldone:

La ragione è nemica della natura, non già quella ragione primitiva di cui si serve l’uomo nello stato naturale, e di cui partecipano gli altri animali, parimenti liberi e perciò necessariamente capaci di conoscere. Questa l’ha posta nell’uomo la stessa natura, e nella natura non si trovano contraddizioni. Nemico della natura è quell’uso della ragione che non è naturale, quell’uso eccessivo ch’è proprio solamente dell’uomo, e dell’uomo corrotto: nemico della natura, perciò appunto che non è naturale, né proprio dell’uomo primitivo. (Zibaldone, 3 dicembre 1820)

Leopardi distingue dunque due stadi o modi di utilizzo della ragione: il primo stadio è quello dell’uomo allo stato di natura, dell’uomo in quanto animale. Lo stadio successivo è determinato da un uso più intenso, più sistematico della ragione, che non accetta più le idee “naturali” ma le indaga, le sottopone a esame e le trova infondate. Questo secondo stadio distrugge le illusioni, ed è perciò nocivo alla vita dell’uomo.
In un altro passo dello Zibaldone, Leopardi dice esplicitamente che la ragione distrugge e soffoca la capacità di immaginare perché, attraverso l’indagine scientifica, accerta la verità:

Quanto poi alla facoltà che ha l’immaginazione nostra di concepire un certo infinito, un piacere che l’anima non possa abbracciare, cagione vera per cui l’infinito le piace [...]. Io per me credo 1. che la natura l’abbia posta in noi solamente per la nostra felicità temporale, che non poteva stare senza queste illusioni. 2. osservo che questa facoltà è grandissima nei fanciulli, primitivi, ignoranti, barbari ec. Quindi congetturo e mi par ben verisimile che esista anche nelle bestie in un certo grado, e relativamente a certe idee, come son quelle dei fanciulli ec. 3. considero che la ragione, la quale si vuole avere per fonte della nostra grandezza, e cagione della nostra superiorità sopra gli altri animali, qui non ha che far niente, se non per distruggere; per distruggere quello che v’ha di più spirituale nell’uomo [...]. 4. che le illusioni sono anzi affatto naturali, animali, atti dell’uomo e non umani secondo il linguaggio scolastico, ed appartenenti all’istinto, il quale abbiamo comune cogli altri animali, se non fosse affogato dalla ragione. (Zibaldone, 12-23 luglio 1820)

Gli uomini civilizzati, dunque, conservano solo nella loro fanciullezza quella potente capacità immaginativa che è propria dell’uomo allo stato primitivo. Nonostante ciò, anche l’uomo civilizzato può conservare la speranza di nutrire illusioni: «Io credo che nessun uomo al mondo in nessuna congiuntura debba mai disperare il ritorno delle illusioni, perché queste non sono opera dell’arte o della ragione, ma della natura» (Lettera a Pietro Giordani, 30 giugno 1820).

LA NATURA MATRIGNA Nei primi anni Venti dell’Ottocento le idee leopardiane iniziano a cambiare. Il Dialogo della Natura e di un Islandese, datato maggio 1824, spiega la nuova concezione della Natura, che non è più madre pietosa bensì matrigna. È una madre ostile che mette al mondo gli uomini e le altre specie viventi con il solo scopo di propagare la vita. Questo meccanismo che si autoalimenta non ha né uno scopo né un significato: esso esiste e basta. Nello Zibaldone si legge:

La mia filosofia fa rea [colpevole] d’ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’ viventi [cioè a Dio]. (Zibaldone, 2 gennaio 1829)

E ancora:

La natura, per necessità della legge di distruzione e riproduzione, e per conservare lo stato attuale dell’universo, è essenzialmente regolarmente e perpetuamente persecutrice e nemica mortale di tutti gl’individui d’ogni genere e specie, ch’ella dà in luce; e comincia a perseguitarli dal punto medesimo in cui li ha prodotti. (Zibaldone, 11 aprile 1829)

La ragione è lo strumento che fa conoscere queste tristi verità all’uomo; ma è anche la facoltà che consente di mantenere la dignità nella sventura: ovvero di non nutrire speranze insensate o illusioni sciocche.

LA RICERCA DEL PIACERE E IL «VIVER QUIETO» Nel Dialogo, accanto al tema principale (come dobbiamo interpretare la Natura e la vita sulla Terra?), ne troviamo altri due a esso collegati. Il primo è il tema del piacere. Per loro natura, gli uomini cercano in continuazione la felicità e i piaceri: ma questa ricerca non raggiunge mai un risultato soddisfacente, anche perché i piaceri provocano la decadenza fisica dell’uomo. E, se è possibile trascorrere un giorno senza l’ombra di un godimento, non esiste un giorno senza pena. L’11 maggio 1824, Leopardi annota nello Zibaldone queste righe, che inquadrano bene il problema:

Non è forse cosa che tanto consumi ed abbrevi o renda nel futuro infelice la vita, quanto i piaceri. E da altra parte la vita non è fatta che per il piacere, poiché non è fatta se non per la felicità, la quale consiste nel piacere, e senza di esso è imperfetta la vita, perché manca del suo fine, ed è una continua pena, perch’ella è naturalmente e necessariamente un continuo e non mai interrotto desiderio e bisogno di felicità cioè di piacere. Chi mi sa spiegare questa contraddizione in natura? (Zibaldone, 11 maggio 1824)

Il secondo tema è l’ozio. L’assenza di occupazioni e di fatiche fisiche non dà tranquillità: il «viver quieto» è differente dal «vivere ozioso». Nel Dialogo di un Fisico e di un Metafisico Leopardi aveva concluso che la vita «piena d’ozio e di tedio, che è quanto dire vacua», è simile alla morte. Al contrario, la vita è «tanto meno infelice, quanto più fortemente agitata, e in maggior parte occupata, senza dolore né disagio». Il problema dell’ozio si lega, dunque, a quello della noia, che viene sviluppato nel Canto notturno e nei Pensieri.

LA SINTASSI E IL LESSICO Osserviamo la struttura del brano. Il Dialogo vero e proprio è racchiuso fra due paragrafi narrativi. Quello iniziale racconta la situazione e introduce il personaggio dell’Islandese. Quello conclusivo interrompe bruscamente il dialogo, proprio quando la Natura dovrebbe rispondere alla domanda suprema: «a chi giova cotesta vita»?
Analizziamo la sintassi del primo periodo, che non è un’eccezione all’interno del testo. Le subordinate sono numerose: due relative, due temporali implicite, un’altra relativa, una temporale di secondo grado e una finale di terzo grado. Anche se non si è esperti di analisi del periodo, è chiaro che più aumentano il numero e il grado delle subordinate, più l’espressione è complessa, e più il lettore deve fare attenzione per seguire il senso del discorso.
Il lessico è adeguato alla ricercatezza della sintassi: cagionandosi, molestia, verun’, incomodità, incostanza, commozioni, a tutta lena, «le infermità mi hanno perdonato» (intendendo “risparmiato”). Anche la forma delle parole è iperletteraria, visto che Leopardi sceglie la variante morfologica più distante dall’uso comune: menomo e non “minimo”; ciascheduna e non “ciascuna”; niuna e non “nessuna”; Ponghiamo  e non “poniamo”.

NEGAZIONE E PRIVAZIONE Abbiamo visto che gli obiettivi che l’Islandese desidera raggiungere nella propria vita non sono affatto ambiziosi; sono anzi obiettivi minimi: evitare i danni provenienti dall’esterno ed evitare di offendere gli altri. Sono obiettivi negativi: non subire, non dare molestia. Questo elemento del contenuto ha un suo “sintomo” formale: la frequenza dell’avverbio non è altissima, tanto da essere la caratteristica più evidente dello stile del brano. La figura retorica che si costruisce attraverso la negazione è la litote, e di fatto nel Dialogo di litoti se ne incontrano molte. Ne diamo qui solo i primi cinque esempi (nel complesso sono più di cinquanta): «maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere»; «piaceri che non dilettano»; «beni che non giovano»; «non dando molestia a chicchessia, non procurando in modo alcuno di avanzare il mio stato, non contendendo con altri per nessun bene del mondo».
L’avverbio non viene utilizzato di frequente anche in contesti in cui è meno significativo, come se l’espressione di qualsiasi concetto debba essere resa attraverso una negazione. Anche qui proponiamo cinque esempi: «luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno»; «non finta ma viva»; «La Natura?» / «Non altri»; «non ignori che si dimostra più che altrove la mia potenza»; «di non poco momento».
Infine, non sono rari i vocaboli che indicano privazione: «disperato dei piaceri»; «tenermi lontano dai patimenti»; «astenermi dalle occupazioni e dalle fatiche corporali»; «è vano a pensare»; «riducendomi in solitudine»; «[vita] spogliata di qualunque altro desiderio e speranza»; «privo di ogni speranza».

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Quali sono i temi principali dell’operetta?

2 Rifletti sul modo in cui la Natura replica all’Islandese (lunghezza, sintassi, lessico, tono delle battute) e, su questa base, spiega qual è la posizione della Natura nei confronti dell’umanità.

3 A quale conclusione giunge l’Islandese dopo aver passato in rassegna le esperienze della propria vita? Trova l’esatta espressione nel testo.

4 L’obiettivo dell’Islandese è «vivere una vita oscura e tranquilla» tenendosi «lontano dai patimenti». Elenca i tentativi che l’Islandese fa allo scopo di “trovare il suo posto nel mondo”.

ANALIZZARE

5 Trova nel testo qualche esempio di litote (nel complesso sono una cinquantina). Perché Leopardi ricorrre così spesso a questa figura retorica?

6 La complessità sintattica del periodo è una delle caratteristiche delle Operette morali. Costruisci la mappa concettuale del primo periodo del Dialogo in modo da mettere in evidenza la gerarchia delle frasi e dei concetti.

CONTESTUALIZZARE

7 Confronta la figura dell’Islandese con quella del pastore errante, protagonista del Canto notturno, entrambi alter ego di Leopardi. Trova analogie e differenze.

INTERPRETARE

8 I due finali dell’operetta (i leoni, la tempesta) sono in contraddizione o dicono più o meno la stessa cosa? E in questo secondo caso, che cosa?

9 Proponi un finale diverso per l’operetta (massimo 15 righe).

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  1. 1. era corso per: aveva percorso.
  2. l’interiore dell’Affrica: le regioni interne dell’Africa.
  3. la linea equinoziale: l’Equatore.
  4. intervenne: capitò.
  5. Vasco ... speranza: il navigatore portoghese Vasco da Gama (1469 ca.-1524) fu il primo a raggiungere l’India doppiando il Capo di Buona Speranza (1497-1498).
  6. australi: del sud.
  7. distorlo: distoglierlo.
  8. tentare: di percorrere.
  9. nuove acque: mari sconosciuti. Annota Leopardi: «Camoens, Lusiad. canto 5»; vale a dire che l’episodio relativo a Vasco da Gama e al suo incontro con il Capo di Buona Speranza personificato si trova nar- rato nel capolavoro del poeta portoghese Luís de Camões (1525 ca.-1580), I Lusiadi.
  10. ermi ... Pasqua: le statue (ermi) colos- sali, chiamate “moai”, che si trovano sull’isola di Pasqua, nel Pacifico meridionale. Le erme, nell’antica Grecia, erano busti raffiguranti il dio Ermes.
  11. dosso: schiena.
  12. non finta: non raffigurata.
  13. di volto ... terribile: con il viso bello, ma che incuteva paura. Bello e terribile sono i due tratti che caratterizzano in maniera contrastante la Natura.
  14. guardavalo: lo guardava.
  15. un buono spazio: per un bel po’ di tempo.
  16. specie: quella umana.
  17. incognita: sconosciuta.
  18. tengo per fermo: sono sicuro.
  19. sopraggiungere: accadere.
  20. dove ... potenza: nelle regioni interne dell’Africa la natura domina incontrastata: l’opera dell’uomo non la argina in alcun modo.
  21. che era ... moveva: quale motivo ti portava.
  22. dei: devi.
  23. a poche esperienze: quando avevo fatto poche esperienze.
  24. chiaro: certo.
  25. vanità: inutilità.
  26. cagionandosi ... sollecitudini: infliggendosi gli uni agli altri infinite sofferenze.
  27. nocciono in effetto: danneggiano davvero, producono conseguenze dannose.
  28. tanto ... cercano: la ricerca stessa della felicità è causa dell’infelicità.
  29. avanzare ... stato: migliorare la mia condizione sociale ed economica.
  30. disperato ... specie: privato delle speranze di conseguire i piaceri, perché sono negati al genere umano.
  31. cura: impegno (latinismo).
  32. che ben ... ozioso: tu sai bene, infatti, che differenza passa tra la fatica fisica e il disagio spirituale, tra il vivere tranquillamente e il vivere nell’ozio fisico. Il viver quieto non coincide con il vivere ozioso: per sottrarsi all’infelicità, infatti, l’uomo deve tenersi occupato in modo da non provare il sentimento della noia.
  33. conobbi per prova: mi resi conto per esperienza.
  34. egli è vano: è inutile; egli ha valore pleonastico.
  35. a pensare ... offendano: pensare che, se si vive tra gli uomini si possa, non offendendo alcuno, sfuggire alle offese degli altri uomini.
  36. del menomo: del minimo, dell’essenziale.
  37. ottenere ... contrastato: (a pensare di potere) ottenere che ti sia lasciato un luogo qualsiasi e che questo minimo spazio non venga conteso.
  38. separandomi ... solitudine: rendendosi conto che fra gli uomini non è possibile vivere una vita oscura e tranquilla a causa del fatto che vi regna un conflitto perenne, l’Islandese decide di vivere in solitudine.
  39. recare ad effetto: realizzare.
  40. senza quasi ... piacere: quasi senza alcuna forma di piacere.
  41. verno: inverno.
  42. state: estate.
  43. quel luogo: l’Islanda.
  44. mi travagliavano: mi tormentavano.
  45. Ecla: Hekla, vulcano situato nel sud-ovest dell’Islanda. La paura del vulcano caratterizza anche la vita del villanello della Ginestra.
  46. sospetto: timore.
  47. alberghi: case, abitazioni.
  48. intermettevano: cessavano.
  49. sempre ... medesima: sempre uguale a se stessa.
  50. di ogni ... quieta: di ogni preoccupazione diversa dallo stare in quiete.
  51. riescono ... momento: (tutte queste incomodità) non sono per niente trascurabili.
  52. che elle: di quanto esse (elle si riferisce alle incomodità).
  53. mi posi: iniziai.
  54. cangiar: cambiare.
  55. deliberazione: scelta.
  56. tu: la Natura.
  57. non avessi ... luoghi: avessi destinato all’uomo un solo clima (come hai fatto per ciascuna specie animale e per le piante) e un solo luogo.
  58. quando ... umane: quando essi (eglino, gli uomini) avessero disprezzato e superato i confini (termini) stabiliti dalle tue leggi che riguardano i luoghi in cui agli uomini è consentito vivere.
  59. osservando: rispettando.
  60. incostanza dell’aria: mutamenti del clima.
  61. infestato ... elementi: afflitto dagli sconvolgimenti (commozioni) degli elementi naturali, e cioè incendi, inondazioni, terremoti ecc.
  62. tu ... nessun’ingiuria: ogni giorno muovi deliberatamente una battaglia in piena regola contro quegli abitanti, non colpevoli nei tuoi confronti di alcuna offesa.
  63. turbini: trombe d’aria.
  64. altri furori dell’aria: come la pioggia o la neve.
  65. fendendosi: spaccandosi.
  66. a tutta lena: a perdifiato.
  67. Lascio ... all’uomo: tralascio i pericoli quotidiani, sempre incombenti sull’uomo.
  68. un filosofo antico: si tratta di Seneca (I secolo d.C.), filosofo stoico; la sentenza citata subito dopo è, infatti, tratta dalle Naturales quaestiones, come indica Leopardi stesso in una nota all’operetta («Seneca, Natural. Quæstion. lib. 6, cap. 2»): «Si vultis nihil timere, cogitate omnia esse timenda» (“Se volete evitare il timore, pensate che bisogna temere ogni cosa”).
  69. valevole: efficace.
  70. Né ... perdonato: né le malattie hanno evitato di affliggermi.
  71. non ... corpo: non solo moderato, ma capace di rinunciare ai piaceri del corpo.
  72. soglio ... ammirazione: sono solito provare non poca meraviglia.
  73. abbi ordinato ... corpo: abbia fatto in modo che il conseguimento del piacere sia, tra tutte le attività umane, quella più nociva alle forze e alla salute del corpo.
  74. la più ... persona: la più dannosa visti gli effetti che ha su ciascuna persona.
  75. durabilità: possibilità di durare. Viene qui evidenziata una delle contraddizioni della Natura, che instilla nell’uomo uno smodato desiderio di piacere, ma rende allo stesso tempo dannoso tutto ciò che soddisfa tale desiderio.
  76. stenti: sofferenze.
  77. disusati: inconsueti.
  78. che egli non suole: rispetto a quella consueta.
  79. bastevolmente: sufficientemente.
  80. per compensarnelo: per compensarlo di questo, cioè dei mali nuovi o disusati.
  81. tempi ... inusitata: periodi di vita in cui la forza del corpo sia sovrabbondante e straordinaria. Il termine inusitata è in paronomasia con disusati.
  82. io ... patria: io sono stato sul punto di perdere la vista (a causa del riflesso del sole nella neve) come succede ai Lapponi nella loro terra (Leopardi desume questa informazione intorno al popolo dei Lapponi, che vivono nel nord della Finlandia, dalla Storia naturale di Buffon).
  83. però: perciò.
  84. ingiuriati: danneggiati.
  85. disposizioni: condizioni.
  86. laddove: mentre.
  87. mi avveggo: mi avvedo, mi rendo conto.
  88. per costume ... instituto: per abitudine e per tua stessa costituzione.
  89. finiscono: cessano.
  90. non lasci ... opprimi: non smetti mai di incalzarci finché ci distruggi completamente.
  91. dal quinto ... là: dai 25 anni in poi.
  92. scadere: decadenza.
  93. fatture: atti, azioni.
  94. trattone: tralasciatene.
  95. non me n’avveggo: non me ne accorgo.
  96. finalmente: infine.
  97. villa: il significato di villa come “casa signorile circondata da giardino” è relativamente recente. In latino e in italiano, fino a non molto tempo fa, la villa era invece il podere, la fattoria, cioè la casa padronale comprensiva del terreno coltivabile intorno a essa; e il villano era appunto il residente nello spazio della villa, il contadino (il «villanello intento / ai vigneti» della Ginestra). Non è sorprendente, dunque, che villa si trovi in moltissimi toponimi che indicano quello che era stato un villaggio, un borgo rurale: Villasimius, Villabate, Francavilla (franca perché godeva di privilegi come comune “franco”, libero).
  98. instanza: insistenza (latinismo).
  99. cella: piccola stanza.
  100. lacera e rovinosa: cadente e in rovina.
  101. il bisognevole a sostentarmi: il necessario per il solo sostentamento.
  102. villaneggiare: maltrattare.
  103. dall’altra famiglia: dai servitori.
  104. querelandomi io seco: lamentandomi con lui.
  105. farti le buone spese: mantenerti con decoro.
  106. non ti si appartiene egli: non è forse tuo compito; egli ha valore pleonastico.
  107. senza mia saputa: senza che io lo sapessi, a mia insaputa.
  108. io non ... ripugnarlo: io non potevo non acconsentirvi né rifiutarlo.
  109. ufficio: compito.
  110. noccia: nuoccia, sia dannoso.
  111. sempre che: nel caso in cui.
  112. verrebbe ... dissoluzione: verrebbe allo stesso modo distrutto, cesserebbe di esistere.
  113. tutti i filosofi: Leopardi si riferisce ai filosofi materialisti del Settecento.
  114. medesimamente: allo stesso modo.
  115. rifiniti ... dall’inedia: sfiniti e sofferenti per la mancanza di cibo.
  116. fierissimo: fortissimo.
  117. mausoleo: sepolcro.