Giacomo Leopardi

Operette morali

Dialogo di Tristano e di un amico

Scritto nel 1832 e pubblicato nell’edizione del 1834, il Dialogo di Tristano e di un amico inizia con questa battuta: «Ho letto il vostro libro. Malinconico al vostro solito». L’amico (che resta anonimo, perché rappresenta l’intellettuale ottocentesco “tipico”, almeno nell’ottica leopardiana) ha letto le Operette morali, e ora le commenta con l’autore. Così come Saffo, l’Islandese e il pastore errante, Tristano è di nuovo un alter ego di Leopardi: stavolta, egli ha scelto per sé il soprannome dello sfortunato eroe medievale, celebre per il suo amore per Isotta.
L’amico è conciliante, ottimista, moderatamente soddisfatto della vita, e vorrebbe portare Tristano dalla sua parte («voi siete diventato de’ nostri», dice a un certo punto, senza rendersi ben conto del fatto che Tristano gli sta dando ragione per finta, e sta dicendo in realtà il contrario di ciò che pensa). Le battute di Tristano manifestano invece un disprezzo profondo per gli altri uomini, che non vogliono aprire gli occhi sulla verità. Leggiamo la prima parte del dialogo.

AMICO Ho letto il vostro libro. Malinconico al vostro solito.
TRISTANO Sì, al mio solito.
AMICO Malinconico, sconsolato, disperato; si vede che questa vita vi pare una gran brutta cosa.
TRISTANO Che v’ho a dire? io aveva fitta in capo questa pazzia1, che la vita umana fosse infelice.
AMICO Infelice sì forse. Ma pure alla fine…
TRISTANO No no, anzi felicissima. Ora ho cambiata opinione. Ma quando scrissi cotesto libro, io aveva quella pazzia in capo, come vi dico. E n’era tanto persuaso, che tutt’altro mi sarei aspettato, fuorché sentirmi volgere in dubbio2 le osservazioni ch’io faceva in quel proposito, parendomi che la coscienza d’ogni lettore dovesse rendere prontissima testimonianza a3 ciascuna di esse. Solo immaginai che nascesse disputa dell’utilità o del danno di tali osservazioni, ma non mai della verità: anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli, per essere i mali comuni4, sarebbero ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo poi negarmi, non qualche proposizione5 particolare, ma il tutto, e dire che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere effetto d’infermità, o d’altra miseria mia particolare6, da prima rimasi attonito, sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni credetti di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me stesso, mi sdegnai un poco; poi risi, e dissi: gli uomini sono in generale come i mariti. I mariti, se vogliono viver tranquilli, è necessario che credano le mogli fedeli, ciascuno la sua; e così fanno; anche quando la metà del mondo sa che il vero è tutt’altro. Chi vuole o dee7 vivere in un paese, conviene che lo creda uno dei migliori della terra abitabile; e lo crede tale. Gli uomini universalmente, volendo vivere, conviene che credano la vita bella e pregevole; e tale la credono; e si adirano contro chi pensa altrimenti. Perché in sostanza il genere umano crede sempre, non il vero, ma quello che è, o pare che sia, più a proposito suo8. Il genere umano, che ha creduto e crederà tante scempiataggini9, non crederà mai né di non saper nulla, né di non essere nulla, né di non aver nulla a sperare10. Nessun filosofo che insegnasse l’una di queste tre cose, avrebbe fortuna né farebbe setta11, specialmente nel popolo: perché, oltre che tutte tre sono poco a proposito di chi vuol vivere12, le due prime offendono la superbia degli uomini, la terza, anzi ancora13 le altre due, vogliono coraggio e fortezza d’animo a essere credute. E gli uomini sono codardi, deboli, d’animo ignobile e angusto14; docili sempre a sperar bene, perché sempre dediti a variare le opinioni del bene secondo che la necessità governa la loro vita; prontissimi a render l’arme15 […] alla loro fortuna16, prontissimi e risolutissimi a consolarsi di qualunque sventura, ad accettare qualunque compenso in cambio di ciò che loro è negato o di ciò che hanno perduto, ad accomodarsi con17 qualunque condizione a qualunque sorte più iniqua e più barbara, e quando sieno privati d’ogni cosa desiderabile, vivere di credenze false, così gagliarde e ferme, come se fossero le più vere o le più fondate del mondo18. Io per me, come l’Europa meridionale ride dei mariti innamorati delle mogli infedeli, così rido del genere umano innamorato della vita; e giudico assai poco virile il voler lasciarsi ingannare e deludere come sciocchi, ed oltre ai mali che si soffrono, essere quasi lo scherno della natura e del destino. Parlo sempre degl’inganni non dell’immaginazione, ma dell’intelletto19. Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn’inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente20 il deserto21 della vita, non dissimularmi nessuna parte dell’infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera.

UN’IRONICA RITRATTAZIONE «Tutt’altro mi sarei aspettato, fuorché sentirmi volgere in dubbio le osservazioni ch’io faceva in quel proposito»: tutto si sarebbe aspettato, Tristano, salvo che i suoi lettori gli dicessero che aveva torto, che le sue osservazioni fossero infondate. Il Dialogo di Tristano e di un amico viene scritto nel 1832, poco prima della seconda edizione delle Operette morali (1834): qui Tristano-Leopardi si sta riferendo alle reazioni destate dalla prima stampa del libro (1827). Reazioni indignate, addirittura adirate contro di lui, accusato non solo di essere troppo pessimista, ma anche di non saper vedere le «grandi scoperte del secolo decimonono» e quelle «magnifiche sorti e progressive» sulle quali egli ironizza nella Ginestra. Ma in questo Dialogo conclusivo, Leopardi non può che ribadire le sue idee contro i suoi detrattori (e tra questi ci sono anche gli amici dell’«Antologia», in particolare quel Gino Capponi al quale aveva dedicato la sua – ironica – Palinodia). Si profila così una contrapposizione frontale io-altri, che è in contrasto con la prosa iniziale delle Operette, dove si tracciava una storia dell’intero genere umano. Nella parte dell’operetta qui non antologizzata, Tristano finge di rinunciare a tutte le sue credenze, o meglio finge di rinunciare a credere che esse valgano per tutti:

io credo felice voi [l’amico] e felici tutti gli altri; ma io quanto a me, con licenza vostra e del secolo [del mondo], sono infelicissimo; e tale mi credo; e tutti i giornali de’ due mondi non mi persuaderanno il contrario.

E poi conclude, con una durezza cristallina:

E in più vi dico francamente, ch’io non mi sottometto alla mia infelicità, né piego il capo al destino, o vengo seco [con esso] a patti, come fanno gli altri uomini; e ardisco desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni cosa.

PESSIMISMO E INFERMITÀ Il Dialogo di Tristano e di un amico è un testo cruciale per la storia del pensiero di Leopardi, perché investe una questione che, in maniera mai così esplicita, emerge spesso sia nello Zibaldone sia nell’epistolario del poeta. Dice Tristano: «E sentendo poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere effetto d’infermità, o d’altra miseria mia particolare». Gli avversari di Leopardi hanno spesso obiettato che le sue idee pessimistiche fossero dettate dalle sue cattive condizioni di salute. Lo scrittore e linguista Niccolò Tommaseo (1802-1874) raffigurava malignamente Leopardi mentre cantava come una ranocchia «Il n’y a pas des dieux parce que je suis bossu; je suis bossu car il n’y a pas des dieux» (“Non esistono gli dèi perché sono gobbo; sono gobbo perché non esistono gli dèi”).
Ora, è senz’altro vero, come ha osservato un grande interprete di Leopardi, che «la malattia dette al Leopardi una coscienza particolarmente precoce ed acuta del pesante condizionamento che la natura esercita sull’uomo, dell’infelicità dell’uomo come essere fisico» (S. Timpanaro). Ma ricondurre la filosofia di Leopardi al suo malessere fisico è un modo (sbagliato) per liquidarla. In realtà (e il personaggio di Tristano lo ribadisce in questo dialogo), ciò che Leopardi dice sulla vita riguarda la vita di tutti gli uomini, sani o malati che siano, e la verità o la falsità delle sue tesi andrebbe valutata non riferendosi al suo caso personale ma all’esistenza umana in sé, un’esistenza che per tutti è fatta, anche, di malattia, invecchiamento e morte.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Quali false convinzioni nutrono gli uomini, secondo Tristano?

2 Confronta il brano che hai letto con i vv. 98-157 della Ginestra: ti sembra che la tesi che viene sviluppata nei due testi sia la stessa?

ANALIZZARE

3 Nel discorso di Tristano, individua i passaggi in cui affiora con maggiore evidenza l’ironia.

4 Tristano ragiona per antitesi e paradossi: trova almeno tre esempi.

CONTESTUALIZZARE

5 Tristano professa una filosofia «dolorosa, ma vera». Illustra in un breve testo (che non superi le 20 righe) lo sviluppo dell’idea di vero che Leopardi elabora nel suo percorso filosofico-letterario, dagli idilli (quando l’immaginazione trionfa) attraverso le Operette morali, i canti pisano-recanatesi, il “ciclo di Aspasia” e la stagione della Ginestra.

INTERPRETARE

6 In questa operetta, così come nella Ginestra, il personaggio (come il poeta della Ginestra) non si rassegna ma resiste (al male, alla natura crudele, alle delusioni). Spiega su quali ideali e su quali convinzioni poggia questa volontà di resistenza.

Stampa
  1. io … pazzia: io ero convinto di questa sciocchezza (ma si tratta, evidentemente, di un’ammissione ironica: mentre parla, Tristano è più che mai convinto che la vita umana sia infelice, e lo ribadirà infatti nelle righe che seguono).
  2. volgere in dubbio: contestare.
  3. rendere prontissima testimonianza a: convalidare, riconoscere come vera.
  4. per essere i mali comuni: dal momento che i mali (di cui mi lagnavo) sono comuni a tutti gli esseri umani.
  5. proposizione: argomentazione.
  6. se a me … particolare: Leopardi allude ai denigratori della sua opera, che imputavano il suo pessimismo filosofico alla sua cattiva salute.
  7. dee: deve.
  8. più a proposito suo: più opportuno per lui.
  9. scempiataggini: sciocchezze.
  10. né di non saper … sperare: sono qui fissate, in sintesi estrema, le tre verità fondamentali della filosofia che si esprime nelle Operette morali.
  11. farebbe setta: troverebbe dei seguaci.
  12. tutte … vivere: tutte e tre le verità sopra ricordate non sono comode per chi vuole vivere.
  13. ancora: anche.
  14. angusto: ristretto, meschino.
  15. render l’arme: arrendersi.
  16. fortuna: destino.
  17. accomodarsi con: adattarsi a.
  18. vivere … mondo: (sono pronti a) vivere di false credenze, e a trattare queste falsità come le cose più vere e più fondate del mondo.
  19. Parlo … dell’intelletto: Leopardi distingue tra gli inganni dell’immaginazione, cioè le illusioni, e gli inganni dell’intelletto, cioè i pregiudizi e le false credenze.
  20. intrepidamente: senza timore.
  21. deserto: desolazione.