Alessandro Manzoni

I promessi sposi

Don Abbondio

Don Abbondio è il primo personaggio che Manzoni fa entrare in scena. Lo incontriamo mentre, di ritorno da una passeggiata, sta leggendo il suo breviario. Ma ad aspettarlo a un incrocio ci sono due uomini dall’aria minacciosa, che poi scopriremo essere i bravi, cioè gli sgherri di don Rodrigo, un feudatario della zona ben noto per le sue prepotenze. Dopo una breve conversazione, don Abbondio viene informato bruscamente dai due che il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, che lui doveva celebrare, «non s’ha da fare, né domani, né mai». Tutto ciò che succede nel romanzo, da qui in poi, è conseguenza della vigliaccheria di don Abbondio, che cede alle intimidazioni di quei prepotenti. Alla fine della scena, ecco come Manzoni descrive il carattere di don Abbondio.

Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione1, d’essere, in quella società2, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado3, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita4 e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta. Ma una classe qualunque non protegge un individuo, non lo assicura, che fino a un certo segno5: nessuna lo dispensa dal farsi un suo sistema particolare. Don Abbondio, assorbito continuamente ne’ pensieri della propria quiete, non si curava di que’ vantaggi, per ottenere i quali facesse bisogno d’adoperarsi6 molto, o d’arrischiarsi un poco. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora frequentissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando7 di far vedere all’altro ch’egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte? ch’io mi sarei messo dalla vostra parte. Stando alla larga da’ prepotenti, dissimulando le loro soverchierie passeggiere8 e capricciose, corrispondendo con sommissioni a quelle che venissero da un’intenzione più seria e più meditata9, costringendo, a forza d’inchini e di rispetto gioviale, anche i più burberi e sdegnosi, a fargli un sorriso, quando gl’incontrava per la strada, il pover’uomo era riuscito a passare i sessant’anni, senza gran burrasche.
Non è però che non avesse anche lui il suo po’ di fiele10 in corpo; e quel continuo esercitar la pazienza, quel dar così spesso ragione agli altri, que’ tanti bocconi amari inghiottiti in silenzio, glielo avevano esacerbato a segno11 che, se non avesse, di tanto in tanto, potuto dargli un po’ di sfogo, la sua salute n’avrebbe certamente sofferto. Ma siccome v’eran poi finalmente al mondo, e vicino a lui, persone ch’egli conosceva ben bene per incapaci di far male, così poteva con quelle sfogare qualche volta il mal umore lungamente represso, e cavarsi anche lui la voglia d’essere un po’ fantastico12, e di gridare a torto. Era poi un rigido censore13 degli uomini che non si regolavan come lui, quando però la censura potesse esercitarsi senza alcuno, anche lontano, pericolo. Il battuto14 era almeno un imprudente; l’ammazzato era sempre stato un uomo torbido15. A chi, messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto; cosa non difficile, perché la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro. Sopra tutto poi, declamava contro que’ suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti d’un debole oppresso, contro un soverchiatore potente16. Questo chiamava un comprarsi gl’impicci a contanti17, un voler raddirizzar le gambe ai cani18; diceva anche severamente, ch’era un mischiarsi nelle cose profane, a danno della dignità del sacro ministero. E contro questi pre- dicava, sempre però a quattr’occhi, o in un piccolissimo crocchio19, con tanto più di veemenza, quanto più essi eran conosciuti per alieni dal risentirsi20, in cosa che li toccasse personalmente. Aveva poi una sua sentenza prediletta, con la quale sigillava sempre i discorsi su queste materie: che a un galantuomo, il qual badi a sé, e stia ne’ suoi panni21, non accadon mai brutti incontri.

UN «VASO DI TERRA COTTA» IN MEZZO A «VASI DI FERRO» Sembra di avvertire una certa indulgenza, nel giudizio che Manzoni dà del suo personaggio: i tempi sono duri, i prepotenti comandano, bisogna pur sopravvivere, e se si nasce deboli è comprensibile che si cerchi il modo di barcamenarsi, di non spiacere a nessuno, di farsi amici i forti. Ma è un’indulgenza solo apparente. Perché don Abbondio non è un uomo come tutti gli altri, è un sacerdote, sicché ogni riga di questo ritratto mostra al lettore che don Abbondio è sì un uomo con le sue un po’ ridicole debolezze, e per questo lo si può perdonare; ma è anche un uomo indegno dell’abito che porta, e ciò non merita perdono. È un vile, ma un vile che per paura finisce per tenere le parti degli oppressori contro gli oppressi («Sopra tutto poi, declamava contro que’ suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti d’un debole oppresso»), e che ritrova il suo coraggio solo quando può prendersela con chi è più debole di lui («così poteva con quelle [persone più deboli] sfogare qualche volta il mal umore lungamente represso»). Così, a mano a mano che il romanzo si sviluppa, don Abbondio acquista tratti sempre meno simpatici, soprattutto nel confronto con altri ecclesiastici che invece risplendono come modelli di virtù e di coraggio: in particolare fra Cristoforo e il cardinale Borromeo. E i nodi vengono al pettine soprattutto nel dialogo con quest’ultimo, nel capitolo 25, quando don Abbondio viene accusato dal cardinale di non aver fatto il suo dovere di sacerdote, rifiutandosi di sposare Renzo e Lucia. Don Abbondio balbetta, osserva che l’avevano minacciato di morte, ma il cardinale lo rimbecca subito ricordandogli l’abito che porta:

«Io ho sempre cercato di farlo, il mio dovere, anche con mio grave incomodo, ma quando si tratta della vita...».
«E quando vi siete presentato alla Chiesa,» disse, con accento ancor più grave, Federigo, «per addossarvi codesto ministero
[il sacerdozio], v’ha essa fatto sicurtà della vita [vi ha garantito la conservazione della vita]? V’ha detto che i doveri annessi al ministero fossero liberi da ogni ostacolo, immuni da ogni pericolo?».

Alla fine del romanzo (capitolo 38) – quando è passata la carestia, è passata la peste, e tutto è tornato alla normalità – don Abbondio è uno dei pochi che si salvano. Ma non sembra essersi pentito della propria codardia, che è stata la causa di tanti mali; e soprattutto, dagli eventi tragici di cui è stato testimone non sembra avere imparato niente. Ecco come accoglie la notizia della morte di don Rodrigo:

«Ah! è morto dunque! è proprio andato!» esclamò don Abbondio. «Vedete, figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente. Sapete che l’è una gran cosa! un gran respiro per questo povero paese! che non ci si poteva vivere con colui. È stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo più: verdi, freschi, prosperosi: bisognava dire che chi era destinato a far loro l’esequie, era ancora in seminario, a fare i latinucci [a imparare i primi rudimenti di latino]. E in un batter d’occhio, sono spariti, a cento per volta».

Don Rodrigo è morto, sono morti altri cento come lui: ma è chiaro che un sacerdote non dovrebbe rallegrarsi per la morte dei suoi simili, e Manzoni è geniale nel mettere in bocca a don Abbondio parole insieme goffe e triviali, che disegnano il profilo di un uomo meschino: «verdi, freschi, prosperosi».

DON ABBONDIO E LA RESISTENZA PASSIVA Nel suo saggio Goethe e Manzoni (contenuto in Cruciverba), Leonardo Sciascia (1921-1989) ha sintetizzato così il carattere di don Abbondio, provando (con successo) a proiettarlo su un certo aspetto del nostro “carattere nazionale”:

don Abbondio è forte, è il più forte di tutti, è colui che effettualmente vince, è colui per il quale veramente il “lieto fine” del romanzo è un “lieto fine”. Il suo sistema è un sistema di servitù volontaria: non semplicemente accettato, ma scelto e perseguito da una posizione di forza, da una posizione di indipendenza, qual era quella di un prete nella Lombardia spagnola del secolo XVII. Un sistema perfetto, tetragono, inattaccabile. Tutto vi si spezza contro. L’uomo del Guicciardini, l’uomo del “particulare” contro cui tuonò il De Sanctis, perviene con don Abbondio alla sua miserevole ma duratura apoteosi. Ed è dietro questa sua apoteosi, in funzione della sua apoteosi, che Manzoni delinea – accorato, ansioso, ammonitore – un disperato ritratto delle cose d’Italia: l’Italia delle grida, l’Italia dei padri provinciali e dei conte-zio, l’Italia dei Ferrer italiani dal doppio linguaggio, l’Italia della mafia, degli azzeccagarbugli, degli sbirri che portan rispetto ai prepotenti, delle coscienze che facilmente si acquietano...

Il debole, indifeso don Abbondio, il «vaso di terra cotta» in mezzo a «vasi di ferro», è invece, alla fine, il personaggio che effettualmente, cioè nei fatti, si dimostra più forte degli altri. Perché la sua strategia è quella della resistenza passiva: non fare nulla, non reagire, non impicciarsi, e soprattutto non difendere i deboli se questa difesa porta a un conflitto con i forti. È – nota Sciascia – l’etica meschina che Francesco De Sanctis, il più celebre storico della letteratura italiana dell’Ottocento, trovava detestabile nel pensiero di Francesco Guicciardini: quell’egoismo, quel ripiegamento nel proprio particulare, cioè nel proprio privato, quell’interessata ignoranza del bene comune. Ma è anche, continua Sciascia, l’etica che spiega tanti fatti e fattacci della storia italiana successiva a Manzoni: l’Italia delle leggi inapplicate (le grida), delle mafie, dell’ossequio ai potenti... Don Abbondio è un detestabile, ma in fondo credibilissimo, italiano-tipo.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Qual è il «sistema particolare» di don Abbondio? Che cosa pensa don Abbondio di coloro che non seguono il suo sistema?

2 Perché don Abbondio ha fiele in corpo? Come fa a preservare la sua salute?

ANALIZZARE

3 Che cosa significa l’espressione «come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro»? Di quale figura retorica si tratta?

4 Spiega che cosa significa la parola galantuomo. Quale significato assume all’interno dell’episodio?

CONTESTUALIZZARE

5 Don Abbondio si è fatto prete per garantirsi una posizione sociale e una vita tranquilla. Perché? Quale immagine dell’epoca storica in cui è ambientato il romanzo si può ricavare da questo dato?

INTERPRETARE

6 Leggendo la citazione di Leonardo Sciascia contenuta nell’Analisi del testo e ripensando alla conclusione del romanzo, si può affermare che don Abbondio, apparentemente un debole, risulta in realtà più forte di tanti altri personaggi. Scrivi un breve testo per argomentare questa interpretazione.

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  1. di toccar ... discrezione: di arrivare all’età della ragione (la prima giovinezza).
  2. quella società: la società del Seicento, in cui i rapporti di forza sono regolati non dalla legge ma dalla prevaricazione.
  3. di buon grado: volentieri.
  4. riverita: onorata, rispettata.
  5. fino a un certo segno: fino a un certo punto.
  6. d’adoperarsi: di impegnarsi.
  7. procurando: sforzandosi, facendo in modo.
  8. dissimulando ... passeggiere: cercando di ignorare le loro prepotenze occasionali.
  9. a quelle ... meditata: alle prepotenze che derivassero invece da una volontà più ferma (e cioè ai veri e propri atti d’imperio, ai quali non era lecito sottrarsi).
  10. fiele: letteralmente, è la bile, secreta dal fegato; metaforicamente è la rabbia, l’odio.
  11. glielo ... segno: avevano aumentato a tal punto la quantità di fiele che aveva in corpo.
  12. fantastico: bizzarro, umorale. Don Abbondio se la prende insomma con i deboli, i bonaccioni, quelli che non reagiscono: forte con i deboli, debole con i forti.
  13. rigido censore: critico severo.
  14. Il battuto: quello che era stato picchiato.
  15. torbido: dalla condotta poco chiara.
  16. prendevan ... potente: svolgevano il proprio ruolo di difensori degli oppressi.
  17. Questo ... contanti: questo voleva dire, secondo lui, andare a cercarsi i guai gratuitamente.
  18. raddirizzar ... cani: svolgere un’attività inutile.
  19. crocchio: piccolo capannello di persone.
  20. essi ... risentirsi: costoro erano noti come tipi pacifici, incapaci di irritarsi (e quindi di vendicarsi contro di lui, che sparlava di loro).
  21. stia ... panni: si faccia gli affari suoi.