Dante Alighieri

Vita nova

Donne ch’avete intelletto d’amore

Verso la metà della Vita nova assistiamo a una svolta. Sino a quel momento Dante aveva scritto poesie per Beatrice per raccontarle il proprio stato e per fare in modo di ottenere da parte sua un saluto, cioè un cenno di benevolenza: era, insomma, una forma di corteggiamento. Adesso Dante decide di scrivere senza chiedere niente in cambio, per il puro piacere di lodare l’amata: «E però propuosi di prendere per matera [materia, argomento] del mio parlare sempre mai quello che fosse loda di questa gentilissima» (10,11). Perciò, di qui in poi le poesie della Vita nova sono composte nello “stile della lode”, e cioè si limitano a descrivere la bellezza e la nobiltà morale di Beatrice. È l’ideale dell’amore puro, devoto, totalmente idealizzato, un ideale che supera la tradizione del cosiddetto “amore cortese” (che è un amore che chiede di essere corrisposto). La canzone Donne ch’avete intelletto d’amore, nel capitolo 10 della Vita nova, inserisce lo stile della lode all’interno di un monologo che Dante immagina di tenere non di fronte a un pubblico indeterminato ma di fronte a un gruppo di donne gentili, cioè di donne nobili di spirito, e che sanno che cos’è l’amore per averlo sperimentato.

Avenne poi che passando per uno camino lungo lo quale sen gia uno rivo chiaro molto, a me giunse tanta volontà di dire, che io cominciai a pensare lo modo che io tenesse1; e pensai che parlare di lei non si convenia che io facesse, se io non parlassi a donne in seconda persona, e non a ogni donna2, ma solamente a coloro che sono gentili e che non sono pure femine3. Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per sé stessa mossa e disse: «Donne ch’avete intelletto d’amore»4. Queste parole io ripuosi nella mente con grande letizia, pensando di prenderle per mio cominciamen­to. Onde poi, ritornato alla sopradetta cittade, pensando alquanti die cominciai una canzone con questo cominciamento5 [...].

 

 

    Donne ch’avete intelletto d’amore6,
    i’ vo’ con voi della mia donna dire,
    non perch’io creda sua laude finire7,
    ma ragionar per isfogar la mente8.
5   Io dico che pensando ’l suo valore9
    Amor sì dolce mi si fa sentire,
    che s’io allora non perdesse ardire
    farei parlando innamorar la gente10.
    E io non vo’ parlar sì altamente,
10   ch’io divenisse per temenza vile11;
    ma tratterò del suo stato gentile
    a rispetto di lei leggieramente12,
    donne e donzelle amorose, con voi,
    ché non è cosa da parlarne altrui.

 

 

 

15   Angelo clama in Divino Intelletto13
    e dice: «Sire, nel mondo si vede
    maraviglia nell’atto che procede
    d’un’anima che ’nfin qua sù risplende»14.
    Lo cielo, che non àve altro difetto
20   che d’aver lei, al suo Segnor la chiede,
    e ciascun santo ne grida merzede15.
    Sola Pietà nostra parte difende,
    che parla Dio, che di madonna intende16:
    «Diletti miei, or sofferite in pace
25   che vostra spene sia quanto Mi piace
    là ov’è alcun che perder lei s’attende,
    e che dirà nello ’Nferno: “O mal nati,
    io vidi la speranza de’ beati”17».

 

 

    Madonna è disïata in sommo cielo:
30   or vo’ di sua virtù farvi savere18.
    Dico, qual vuol gentil donna parere
    vada con lei, che quando va per via
    gitta nei cor’ villan’ d’amore un gelo,
    per che onne lor pensero aghiaccia e pere19;
35   e qual soffrisse di starl’ a vedere
    diverria nobil cosa o si morria20.
    E quando trova alcun che degno sia
    di veder lei, quei prova sua vertute21,
    ché li avèn ciò, che li dona salute,
40   e sì l’umilia, ch’ogni offesa oblia22.
    Ancor l’ha Dio per maggior grazia dato
    che non pò mal finir chi l’ha parlato23.

 

 

    Dice di lei Amor: «Cosa mortale
    come esser può sì adorna24 e sì pura?».
45   Poi la riguarda, e fra sé stesso giura
    che Dio ne ’ntenda di far cosa nova25.
    Color di perle26 ha quasi, in forma quale
    convene a donna aver, non for misura:
    ella è quanto di ben pò far Natura;
50   per essemplo di lei bieltà si prova27.
    Degli occhi suoi, come ch’ella li mova,
    escono spirti d’amore inflammati,
    che fèron gli occhi a qual che allor la guati,
    e passan sì che ’l cor ciascun ritrova28.
55   Voi le vedete Amor pinto29 nel viso,
    là ove non pote alcun mirarla fiso30.

 

 

    Canzone, io so che tu girai parlando31
    a donne assai, quand’io t’avrò avanzata32.
    Or t’amonisco, poi ch’io t’ho allevata
60   per figliuola d’Amor giovane e piana33,
    che là ove giugni34 tu dichi pregando:
    «Insegnatemi gir, ch’io son mandata
    a quella di cui laude io so’ adornata35
    E se non vòli andar sì come vana36,
65   non restare ove sia gente villana:
    ingegnati, se puoi, d’esser palese37
    solo con donne o con omo cortese,
    che ti merranno là per via tostana38.
    Tu troverai Amor con esso lei39;
70   raccomandami a lui come tu dêi.

 


Metro: canzone di cinque stanze di soli endecasillabi, con piedi ABBC ABBC e volte CDD CEE.

 

LODE ALLA DONNA DEI MIRACOLI  La lode della donna amata è un luogo comune della poesia amorosa di ogni paese e di ogni tempo: qui però diventa l’unico tema del canto. Inoltre, la lode di Dante non si concentra tanto sulla bellezza della donna quanto sulle qualità del suo spirito e sulla sua natura celestiale, sovrumana. Dopo una prima stanza (vv. 1-14) che introduce l’argomento (“canterò le lodi della donna che amo, per sfogare la mente”), la seconda stanza (vv. 15-28) mette in scena una sorta di sacra rappresentazione: la donna amata (Beatrice) è simile a un angelo, e in quanto tale è desiderata in cielo dagli altri angeli e dai santi. Solo la pietà di Dio fa sì che la donna resti sulla terra per confortare gli uomini. La terza stanza (vv. 29-42) è un elenco delle virtù della donna, e sono tutte virtù che confinano con il miracolo: con la sua sola presenza morti­fica i pensieri delle persone villane («gitta nei cor’ villan’ d’amore un gelo, / per che onne lor pensero aghiaccia e pere»; vv. 33-34); fa sì che chi la osserva migliori, diventi più nobile (e se non lo diventa, allora è destinato a morire); e la sua immagine è tanto benefica da rendere mansueto, pro­penso al perdono chiunque la guardi («sì l’umilia, ch’ogni offesa oblia»; v. 40); non solo: chi le rivolge la parola non può «mal finir», cioè non può essere dannato. Insomma, Beatrice è, in tutto e per tutto, come Dante scrive al v. 17, una maraviglia, un essere sceso sulla terra, come dirà nel sonetto Tanto gentile, «a miracol mostrare».

UNA BELLEZZA INCORPOREA  Nella quarta stanza (vv. 43-56) la lode si concentra sulla bellezza di Beatrice, ma ogni dettaglio materiale, corporeo, è bandito dalla de­scrizione. Intanto, come aveva fatto nella seconda stanza, Dante esprime la lode non direttamente ma attraverso le parole di un personaggio, il dio d’Amore: «Cosa mortale / come esser può sì adorna e sì pura?» (vv. 43-44). Dopo­diché, Dante non sfiora nemmeno i dettagli fisici (occhi, bocca, naso, per non parlare del resto del corpo, dal volto in giù) ma parla, genericamente, dell’incarnato pallido della donna («Color di perle», dice Dante con una splendida im­magine: il colorito chiaro era considerato un segno di bel­lezza); e non parla tanto dei suoi occhi quanto dell’effetto che essi hanno su chi la guarda: «fèron gli occhi a qual che allor la guati, / e passan sì che ’l cor ciascun ritrova» (vv. 53-54). È tutta una lunga descrizione, ma è un fatto che noi non vediamo Bea-trice, e che, dopo aver letto la poesia, non possiamo dire come Beatrice era fatta: non è a questo che mira l’elogio di Dante.

LO STILE  Nel canto XXIV del Purgatorio, Dante incon­tra Bonagiunta Orbicciani, un poeta che apparteneva alla generazione precedente rispetto alla sua. Bonagiunta gli fa una domanda: «Ma di’ s’i’ veggio qui colui che fore / trasse le nove rime, cominciando / “Donne ch’avete in­telletto d’amore”», vale a dire: “Ma dimmi se io vedo qui davanti a me colui che inventò la nuova poesia, scrivendo una lirica che comincia Donne ch’avete intelletto d’amore”. Dante risponde che lui è semplicemente uno che ascolta con attenzione, e mette su carta, nei suoi versi, ciò che gli ispira Amore («I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando»). Dante si serve insomma di un personaggio, Bonagiunta Orbicciani, per esprimere un concetto che gli sta eviden­temente molto a cuore: la canzone Donne ch’avete segna, per lui, un punto di svolta non solo personale ma storico, da quel testo in poi cominciano le «nove rime», la nuova poesia. Abbiamo già osservato che questa novità sta nel tema: il poeta non corteggia più la donna amata, aspet­tando di ricevere qualcosa, in cambio delle sue parole, ma si limita a tesserne le lodi (la cosiddetta “poetica della lode”, appunto). Aggiungiamo adesso che questa svolta tocca anche lo stile. Donne ch’avete è infatti un model­lo perfetto di quella forma linguistica piana, elegante e musicale che si associa di solito allo Stilnovo. La sintassi è limpida, scandita da formule dichiarative che rendono particolarmente chiara la struttura dell’argomentazione, come «io vo’ ... dire» (v. 2), «Io dico» (v. 5), «tratterò» (v. 11), «or vo’ di sua virtù farvi savere» (v. 30) eccetera. Il racconto intreccia più voci: quella del poeta che racconta, quella dell’angelo (v. 16), quella di Dio (v. 24), quella di Amore (v. 43), ma questo intreccio non genera mai confu­sione, perché ogni strofa sviluppa – anche attraverso l’ap­porto di queste “voci” – un motivo relativamente distinto da quelli sviluppati nelle altre strofe. Le parole sono scelte, raffinate, senza però essere difficili da capire: prevalgono i sostantivi che designano concetti astratti (amore, valo­re, merzede, vertute, maraviglia, speranza...), e gli aggettivi che designano sentimenti o attitudini nobili, soavi (genti­le, amorose, nobile, adorna, pura). Infine, le rime non sono mai aspre, non attirano mai l’attenzione del lettore per la loro stranezza (come accade nelle canzoni “petrose”), ma accompagnano il discorso con discreti effetti musicali: per esempio la rima baciata alla fine di ogni stanza, un artificio il cui nome tecnico è combinatio; oppure la bella consonanza a inizio di testo (-ore, -ire, -ire).

Esercizio:

COMPRENDERE

1. Sintetizza il contenuto della canzone nello spazio di un tweet (140 caratteri comprensivi di spazi) per ogni stanza.

2. Come ricorderai, la Vita nova è un prosimetro. Quale relazione puoi stabilire tra Donne ch’avete e la prosa relativa?

3. Beatrice viene definita all’inizio della Vita nova «angiola giovanissima», ma di certo in questa canzone il concetto viene meglio esemplificato. Quali virtù fisiche e morali la definiscono? Quali effetti produce la sua visione sugli altri?

ANALIZZARE

4. Dante dichiara apertamente il registro che vuole tenere nel parlare di Beatrice: dove si trova questa dichiarazione?

5. Nell’ultima stanza l’autore si rivolge direttamente alla canzone per darle un compito: come si chiama questa figure retorica? Dove l’hai già incontrata?

CONTESTUALIZZARE

6. Cosa si intende per “stile della lode”?

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  1. Avvenne … tenesse: Dante, camminando lungo un fiume (l’Arno, probabilmente), sente l’ispirazione a comporre una poesia, e comincia a ragionare sullo stile che dovrà usare.

  2. donna: «E pensai» scrive Dante nella premessa a Donne ch’avete «che [...] parlassi [...] non a ogni donna, ma solamente a coloro che sono gentili e che non sono pure femine». Donna è un termine che ricorre spesso nella poesia duecentesca, e spesso associato all’aggettivo possessivo mia: Madonna, dir vo voglio, comincia una canzone di Giacomo da Lentini (madonna = “mia donna”); Degli occhi della mia donna si move, comincia un sonetto di Dante. In questi e altri casi, la parola donna designa sì la donna amata, ma è anche, etimologicamente, la domina, la signora, che regna sul cuore e sulla vita del poeta-amante. Il latino domina, a sua volta, deriva da domus, “casa”, in quanto appunto “signora della casa” (mentre il “signore” è il donno: termine in uso nel Medioevo, scomparso oggi, ma ancora vivo nella forma tronca di don, per indicare un sacerdote o fino a poco tempo fa, nel Mezzogiorno, un uomo di particolare riguardo). E da domus derivano anche duomo (in quanto domus Dei, “casa di Dio”), dominio, domicilio, domestico eccetera. Nell’italiano antico s’incontra anche il verbo donneare, dal provenzale domneiar (da domna) che significa “intrattenersi con donne, corteggiarle galantemente”: «donneare a guisa di leggiadro», scrive Dante stesso nella canzone Poscia ch’amor (v. 52), per dire appunto “corteggiare in maniera elegante”.

  3. e pensai … femine: pensa che non sia conveniente parlare direttamente alla donna amata, e decide invece di parlare alle donne gentili, cioè “nobili, cortesi”: a gentildonne, insomma, e non a donne qualsiasi (pure, cioè “solo”, femine). Dante seleziona due volte il suo pubblico: solo le donne, e solo le donne che, come dirà nella canzone, hanno «intelletto d’amore».

  4. Allora … d’amore»: allora, proprio grazie all’ispirazione, la lingua di Dante si muove senza quasi che il poeta se ne accorga, e dice appunto: «Donne ch’avete intelletto d’amore». Vale a dire che non c’è qualcosa di divino, di miracoloso soltanto nell’amore suscitato da Beatrice, ma anche il canto d’amore, il comporre poesie d’amore partecipa di questo miracolo.

  5. Queste … cominciamento: Dante decide di usare queste parole come primo verso di una canzone che compone appena tornato a Firenze (la sopradetta cittade).

  6. Donne … d’amore: donne che sapete che cos’è l’amore; e che dunque, per questo vostro intelletto, potete capire le mie parole.

  7. non … finire: non perché io creda di poter esaurire la sua (della donna) lode.

  8. ma … mente: ma solo per il desiderio di parlare (ragionar) e dare così sfogo ai miei pensieri.

  9. pensando ... valore: quando penso alla sua virtù, alla sua nobiltà.

  10. farei … gente: col mio solo parlare, ispirato dall’amore per lei, farei innamorare le persone. Non solo, dunque, la grazia di Beatrice si comunica a coloro che la guardano, ma anche il parlare di lei, dell’amore che ispira, avrebbe (se Dante «non perdesse ardire», cioè coraggio) l’effetto di far innamorare gli ascoltatori.

  11. E io … vile: ma io non voglio parlare in termini così elevati da non esserne capace; ovvero: non vorrei propormi un compito troppo difficile, dato che il mio valore è poco (vile significa appunto “di scarso valore; dappoco”).

  12. ma tratterò … leggieramente: ma parlerò (ma il verbo è appunto quello dei trattati, delle esposizioni filosofiche: tratterò) della sua nobile condizione in maniera superficiale (leggieramente), a paragone di ciò che lei merita.

  13. Angelo … Intelletto: un angelo fa un’invocazione nell’intelligenza divina; cioè “invoca Dio”.

  14. maraviglia … risplende: un miracolo incarnato in un essere umano, che deriva da un’anima (quella di Beatrice) tanto luminosa che la sua luce si vede anche da quassù.

  15. Lo cielo… merzede: Il cielo (cioè gli angeli del cielo), a cui manca soltanto lei per raggiungere la perfezione («che non àve altro difetto») che d’aver lei, la chiede a Dio, e anche i santi la chiedono come grazia (merzede). Si assiste insomma a una sorta di processo in cielo circa il destino che toccherà a Beatrice: da una parte stanno gli angeli e i santi, che la reclamano in paradiso, dall’altra la Pietà, che in nome degli uomini (v. 22: «nostra parte difende») chiede a Dio di lasciarla sulla terra ancora un po’.

  16. che … intende: cosicché alla fine Dio, riferendosi alla donna amata, dice.

  17. «Diletti miei… beati”»: «O miei diletti [gli angeli e i santi], sopportate (sofferite) in pace che Beatrice, la vostra speranza (vostra spene), resti sulla terra per tutto il tempo che io voglio: sulla terra c’è qualcuno che sa di doverla perdere e che all’inferno dirà ai dannati: “Io ho visto la speranza dei beati”» (e sembra probabile che questo qualcuno sia Dante stesso).

  18. or vo’ … savere: dopo l’omaggio degli angeli e dei santi, che la desiderano con loro in cielo, comincia la lode “terrena” delle virtù di Beatrice.

  19. Dico, qual vuol … e pere: se una donna vuole apparire nobile, si accompagni a lei, che quando va per la strada, con uno sguardo, gela il cuore e i pensieri delle persone volgari. Di nuovo l’effetto “sociale” della donna, la sua virtù che si comu¬nica alle persone che le stanno insieme; pere: perisce; muore.

  20. e qual... morria: e chi avesse la forza di guardarla diventerebbe una persona nobile, perdendo ogni traccia di villania, o morirebbe; qual soffrisse: chi sopportasse.

  21. quei … vertute: quello (qualcuno che sia degno di vederla) sperimenta la virtù di lei.

  22. ché li … oblia: perché gli accade (a chi è degno di guardarla) questo, che lei gli dà beatitudine, e lo rende tanto mite (sì l’umilia) da scordare ogni offesa.

  23. Ancor ... parlato: e c’è di più: la grazia di Dio ha voluto che chi parla con lei non sarà dannato. Col che Beatrice (ancora viva) acquista facoltà davvero angeliche: comunica la grazia di Dio alle persone che le stanno accanto.

  24. adorna: bella.

  25. che … nova: che Dio voglia fare di lei qualcosa di inaudito e di mai visto, qualcosa di più che umano.

  26. Color di perle: l’incarnato pallido, quasi bianco, era considerato uno dei crismi della bellezza femminile. Scuri, abbronzati, erano coloro che lavoravano all’aperto, e dunque appartenevano a una classe sociale ritenuta inferiore: una bellezza nobile era una bellezza dalla carnagione chiara.

  27. per essemplo … prova: la bellezza si prova usando lei come modello, cioè “è bello ciò che assomiglia a lei; lei è il metro di paragone della bellezza”.

  28. spirti d’amore … ritrova: spiriti accesi accesi d’amore escono dai suoi occhi e colpiscono quelli di chi in quel momento la guarda, dopodiché trovano la strada del cuore.

  29. pinto: dipinto.

  30. mirarla fiso: guardarla fisso.

  31. Canzone … parlando: canzone, so che tu parlerai, andrai parlando (gire: “andare”). Congedo e invocazione al testo, come accade spesso nelle canzoni medievali.

  32. avanzata: prodotta, pubblicata.

  33. piana: umile; mite.

  34. là ... giugni: dovunque tu arrivi.

  35. «Insegnatemi ... adornata»: ditemi il cammino che devo fare per raggiungere quella di cui canto le lodi. Come una viandante, la canzone chiede informazioni alle donne (alle lettrici) che incontra per via: dove si trova la donna amata?

  36. come vana: come una cosa inutile.

  37. esser palese: manifestarti a; e quindi essere letta da persone cortesi, non villane.

  38. che … tostana: le quali persone ti condurranno (merranno, forma sincopata da menare, “condurre”) a destinazione per la via più veloce (tostana); là: da Beatrice.

  39. con esso lei: insieme a lei; esso rafforza la preposizione con: proprio con lei.