Eugenio Montale

Le occasioni

Dora Markus

Nelle Occasioni hanno un grande rilievo poesie con al centro una figura femminile. Il testo che segue, uno dei più noti e importanti delle Occasioni, è dedicato a Dora Markus; già il nome, che coincide anche in questo caso con il titolo della poesia, è in grado di sollecitare l’immaginazione montaliana per quel tanto di esotico e prezioso che sembra richiamare. In effetti sappiamo che Dora è realmente esistita, ma che Montale non la conobbe direttamente: un amico, lo scrittore Bobi Bazlen, gli aveva inviato una fotografia che ne ritraeva le gambe, accompagnandola con questa esortazione: «A Trieste, loro ospite, un’amica di Gerti, con delle gambe meravigliose. Falle una poesia. Si chiama Dora Markus». Montale compose così una poesia dedicata alla donna nella quale recuperava anche materiali precedenti; nell’immaginazione dell’autore Dora (o meglio, il suo semplice nome) si sovrappone a un personaggio femminile che ha in realtà i tratti di una o più ispiratrici diverse (tra le quali, per ammissione dello stesso poeta, quella Gerti di cui Dora era amica e a cui Montale ha dedicato un’altra celebre poesia delle Occasioni: Carnevale di Gerti). Il testo è diviso in due parti in certa misura indipendenti: si riporta qui la prima, composta forse nel 1926.

I.

Fu dove il ponte di legno
mette a Porto Corsini1 sul mare alto
e rari uomini, quasi immoti2, affondano
o salpano le reti3. Con un segno
della mano additavi all’altra sponda
invisibile la tua patria vera4.
Poi seguimmo il canale fino alla darsena5
della città, lucida di fuliggine,
nella bassura dove s’affondava
una primavera inerte, senza memoria6.

E qui dove un’antica vita
si screzia7 in una dolce
ansietà d’Oriente8,
le tue parole iridavano9 come le scaglie
della triglia moribonda.

La tua irrequietudine mi fa pensare
agli uccelli di passo10 che urtano ai fari11
nelle sere tempestose:
è una tempesta anche la tua dolcezza,
turbina e non appare12,
e i suoi riposi sono anche più rari13.
Non so come stremata tu resisti
in questo lago
d’indifferenza ch’è il tuo cuore14; forse
ti salva un amuleto15 che tu tieni
vicino alla matita delle labbra,
al piumino16, alla lima: un topo bianco,
d’avorio; e così esisti!

Metro: tre strofe, per un totale di ventotto versi di varia misura (dalle cinque alle quattordici sillabe), con prevalenza di endecasillabi e altri versi lunghi. Rare le rime nella prima e nella seconda strofa, più frequenti nella terza. La rima sponda / moribonda e quella resisti / esisti scandiscono il finale delle due ultime strofe.

RICORDO E RIFLESSIONE Il testo è nettamente bipartito. La prima parte è il ricordo di una passeggiata fatta insieme a Dora nel porto di Ravenna: di quella passeggiata il poeta ritiene soprattutto due cose: il gesto che Dora aveva fatto indicando la sua patria lontana, al di là del mare, e l’impressione di luminosità, di brillantezza che gli avevano trasmesso le sue parole. La seconda parte non è più racconto ma riflessione: il poeta tenta di disegnare un ritratto della donna, ma le qualità, i sentimenti che affiorano non sembrano comporsi in un quadro coerente: irrequietudine (che risalta per contrasto rispetto ai marinai immoti e alla primavera inerte), dolcezza tempestosa, indifferenza.

DORA, UNA DONNA IN CARNE E OSSA Gli oggetti su cui si chiude la poesia (il piumino per la cipria, la lima per le unghie, un topolino d’avorio), componenti di una sfera intima e quotidiana, sono forse ciò che permette alla donna di esistere, ciò che la rende capace, cioè, di ancorarsi a una realtà umile ma certa, senza perdersi nella tempesta dell’irrequietudine. Ma, grazie a quegli oggetti, Dora esiste anche in un altro senso: associare a un contesto vero, tangibile, la figura femminile significa farle acquistare realtà e verità; Dora non è, così, una generica ispiratrice, bensì una donna in carne e ossa. I luoghi, le cose, i nomi danno cioè consistenza alla “storia”, al filo narrativo che percorre Le occasioni.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE E ANALIZZARE

1 Dividi in sequenze la poesia e riassumi ciascuna di esse in una frase.

2 Quale figura retorica è: «è una tempesta anche la tua dolcezza»?

3 Individua le espressioni che si riferiscono alla tempesta. La tempesta è anche metafora di Dora Markus. Quali caratteristiche le accomunano?

INTERPRETARE

4 A che cosa serve l’amuleto tenuto da Dora Markus?

5 In che senso il cuore di Dora è un «lago / d’indifferenza»?

6 Scrivi un testo informativo-espositivo su Dora Markus e sulla “occasione” da cui è nata questa poesia. Oppure, dopo un’adeguata ricerca, puoi creare una presentazione in PowerPoint o Prezi, con l’ausilio di immagini e/o video, o un cortometraggio di circa 5 minuti.

Stampa
  1. Porto Corsini: il porto di Ravenna, dove si accedeva al molo attraverso un ponte di legno (costruisci così la frase: fu a Porto Corsini dove un ponte di legno mette – cioè “immette, dà accesso” – sul mare alto).
  2. immoti: immobili
  3. affondano … reti: immergono le reti o le tirano su dal mare.
  4. la tua patria vera: il luogo di origine di Gerti-Dora, cioè la Carinzia (nel Sud dell’Austria, al confine con la Slovenia); o forse, ben più lontana dalle sponde adriatiche su cui si trovano i personaggi, la Palestina, remota terra dei padri di Dora, di Gerti e di Clizia, tutte e tre di origini ebraiche.
  5. darsena: la parte più interna del porto, dove le barche stanno al rimessaggio.

    * Darsena

    Ha la stessa etimologia della parola “arsenale”, perché derivano entrambe (come molti altri termini della marineria) dall’arabo dar as-sinà (“casa del mestiere”: dar in arabo significa “casa”). Tuttavia il termine arabo ha preso, a Venezia (la città che ha sempre avuto i contatti più stretti con l’Oriente), la forma arzanà, che poi è appunto entrata nell’italiano standard come “arsenale” (ma nell’Inferno, XXI, v. 7, Dante usa ancora il termine veneziano, quasi come un tecnicismo: «Quale ne l’arzanà de’ Viniziani»). A Genova, invece (altra città marinara, che commerciava con i paesi dell’Africa e dell’Asia), dar as-sinà ha assunto la forma “darsena”. Il significato è grosso modo lo stesso: l’area all’interno del porto in cui le navi si ancorano per essere caricate e scaricate o riparate.


  6. nella bassura … memoria: nella pianura in cui sprofondava una primavera torpida, sonnecchiante, smemorata (la stagione dell’anno partecipa dell’atmosfera languida che sembrava gravare sull’intera scena).
  7. antica … Oriente: l’antica vita si riferisce probabilmente alle vestigia bizantine della città di Ravenna (di qui l’allusione all’Oriente).
  8. si screzia: si tinge, acquista le sfumature.
  9. iridavano: assumevano i colori cangianti dell’iride (come le scaglie di un pesce o, forse, come le tessere variopinte dei mosaici ravennati).
  10. uccelli di passo: uccelli migratori.
  11. ai fari: contro i fari.
  12. turbina e non appare: si agita sotto la superficie ma non si vede, non risalta.
  13. e i suoi … rari: e le soste, gli intervalli della inquieta dolcezza di Dora Markus sono anche più rari delle pause che si concedono gli uccelli migratori, che volano per grandi distanze senza mai fermarsi: vale a dire che l’inquieta dolcezza sembra essere un atteggiamento costante della donna.
  14. lago … cuore: immagine che ricorda versi famosi di Dante: «Allor fu la paura un poco queta, / che nel lago del cor m’era durata» (Inferno, I, vv. 19-20). In Dante la locuzione designa la cavità del cuore nella quale, secondo la medicina medievale, si concentravano gli spiriti vitali a seguito di forti emozioni come l’amore e la paura. È possibile che Montale abbia sovrapposto a questa fonte dantesca l’immagine della seicentesca Carte du Tendre (che si può tradurre con “Mappa del paese dell’Amore”, visto che tendre in francese significa “tenero, tenerezza”), ispirata dal romanzo Clelia (1654) di Madeleine de Scudéry: si tratta di una mappa allegorica dei sentimenti nella quale è disegnato, tra l’altro, proprio un Lac d’Indiference (vedi l’immagine in alto).
  15. amuleto: portafortuna.
  16. piumino: per dare la cipria sul volto.