Jonathan Littell

Le benevole

Due chiacchiere con Adolf Eichmann

Il libro è diviso in sette parti, ciascuna delle quali prende il nome dai movimenti di una suite musicale. Dalla quinta, intitolata Minuetto (in rondò) riportiamo il colloquio tra Maximilien e Eichmann sui problemi logistici che lo sterminio degli ebrei comporta in Francia e in Italia.

Tornai a Berlino e presi appuntamento con la mia vecchia conoscenza Adolf Eichmann. Venne ad accogliermi di persona nel grande atrio del suo dipartimento, alla Kurfürstenstraße, camminando a passettini con i suoi pesanti stivali da cavallerizzo sul pavimento di marmo tirato a lucido e congratulandosi calorosamente per la mia promozione. «Anche lei, – mi complimentai a mia volta, – è stato promosso. A Kiev era ancora Sturmbannführer1». «Sì, – disse con soddisfazione, – è vero, ma lei nel frattempo ha preso due galloni2… Venga, venga». […]
Allora, cosa posso fare per lei? Se ho ben capito la lettera dell’Obersturmbannführer3 Brandt, lei ha l’incaricato di studiare l’Arbeitseinsatz4, non è così? Non mi è tanto chiaro cos’abbia a che fare con i miei incarichi». Presi qualche foglio dalla cartella in similpelle. (Ogni volta che maneggiavo quella cartella provavo una sensazione sgradevole, ma non ero riuscito a trovare nient’altro, per via del razionamento. Avevo chiesto consiglio a Thomas, ma mi aveva riso in faccia: «Io volevo un servizio da scrivania in cuoio, sai, un sottomano e un portapenne. Ho scritto a un amico, a Kiev, un tizio che faceva parte del gruppo e che è rimasto col BdS, per chiedergli se poteva farmelo fare. Mi ha risposto che da quando erano stati eliminati tutti gli ebrei, in Ucraina non ci si poteva nemmeno più far risuolare un paio di stivali). Eichmann mi osservava corrugando le sopracciglia. […] Appena cominciava a parlare del suo lavoro, notai, il suo già bizzarro miscuglio di accento austriaco e parlata berlinese si complicava ulteriormente di una sintassi burocratica particolarmente contorta. Parlava con calma e chiarezza, scegliendo le parole, ma a volte stentavo a seguire le sue frasi. Perfino lui sembrava perdercisi un po’ in mezzo. «Prenda il caso della Francia, dove abbiamo per così dire incominciato a lavorare l’estate scorsa una volta che le autorità francesi, guidate dal nostro specialista e anche dai consigli e dagli auspici dell’Auswärtige Amt5, ehm, hanno, per così dire, accettato di collaborare e soprattutto quando la Reichsbahn6 ha acconsentito a fornirci trasporti necessari. […] Non volevano e non c’era niente da fare. Secondo l’Auswärtige Amt, era il maresciallo Pétain7 in persona a opporsi, e avevamo un bello spiegargli, non serviva a niente. Infatti dopo novembre, la situazione è ovviamente del tutto cambiata perché non eravamo più condizionati da tutti quegli accordi e dalle leggi francesi, ma anche in quel caso, gliel’ho detto, c’era il problema della polizia francese, che non voleva più collaborare, non voglio lamentarmi di Herr Bosquet, ma anche lui aveva i suoi ordini, e comunque non era possibile mandare la polizia tedesca a bussare alle porte, quindi, in realtà, in Francia la situazione si è bloccata. Per di più, molti ebrei si sono trasferiti nel settore italiano, e questo è davvero un problema, perché gli Italiani non capiscono assolutamente, e c’è lo stesso problema ovunque, in Grecia e in Croazia, dove sono responsabili loro, proteggono gli ebrei, e non soltanto i loro ma tutti quanti. È un vero problema, e completamente al di là delle mie competenze e del resto credo che sia stato discusso ai massimi livelli, al livello più alto possibile, e pare che Mussolini abbia risposto che se ne sarebbe occupato, ma evidentemente non è una priorità, no?, e ai livelli inferiori, quelli con cui trattiamo noi, c’è un autentico ostruzionismo burocratico, manovre dilatorie e io me ne intendo, non dicono mai di no ma sono come sabbie mobili e non succede niente. Ecco a che punto siamo con gli Italiani».

IL LESSICO DELLA BUROCRAZIA  Attraverso l’incontro tra Adolf Eichmann e Maximilien Aue abbiamo l’opportunità di osservare la guerra nazista e lo sterminio degli ebrei dal punto di vista dei carnefici. Se riusciamo a fare questo faticosissimo cambio di prospettiva e guardiamo il nazismo con gli occhi di questi personaggi, vale a dire come un progetto politico per cui vale la pena combattere e sacrificare la vita, quello che subito ci colpisce è la sensazione non solo della nostra ma anche della loro impotenza. Anche un criminale come Eichmann non è che un ingranaggio all’interno di un’enorme macchina burocratica, che funziona in modo complicato e che sovrappone alle azioni di sterminio – cioè all’assassinio di migliaia e migliaia di persone, un assassinio che qualcuno, qualche “impiegato” deve organizzare – un lessico astratto, procedurale, che, quasi per incanto, fa sparire dalla coscienza dei due personaggi il significato di ciò a cui stanno lavorando: facilitare lo spostamento degli ebrei dai paesi occupati per poterli ammazzare in modo più efficiente. Frasi come «all’inizio [il rastrellamento degli ebrei] è stato addirittura un successo» suonano normali, grigie, come grigio è il linguaggio dell’amministrazione; ma nascondono invece una realtà mostruosa (e questo è precisamente l’effetto che Littell vuole ottenere: un effetto che non passa soltanto attraverso le parole pronunciate dai personaggi ma anche attraverso i piccoli gesti da nevrotico che Eichmann compie, mentre parla con Aue).

LA BANALITÀ DEL MALE  Le benevole sono un romanzo storico che, attraverso questo inedito cambio di prospettiva, ci permette di fare esperienza del nazismo come (per citare una formula di Hannah Arendt) banalità del male, vale a dire come accecamento della coscienza e della sensibilità individuale: persone “normali” commettono, senza accorgersene, atti disumani. Dal punto di vista di chi ha creduto nel nazismo, infatti, lo sterminio degli ebrei può perfino essere controproducente: non perché ci si rende conto della follia del massacro organizzato, ma perché (come osserva l’amico di Aue, Thomas), dato che sono morti tutti gli ebrei internati, in Ucraina non si trova più nessuno che risuoli gli stivali. La disorganizzazione e il caos sono, naturalmente, una brutta cosa. Ma la lettura delle Benevole ci mostra l’aberrazione opposta: ci aiuta a capire cioè che cosa succede agli esseri umani quando vengono addestrati in maniera troppo rigida al rispetto della gerarchia e della disciplina. La Germania del primo Novecento è stata appunto, tra l’altro, questo “ambiente educativo”; e il prodotto di questo ambiente sono stati uomini come Eichmann (che è realmente esistito) o Maximilien Aue (che è un personaggio immaginario)1.



1. Sul tema della “educazione tedesca” nel primo Novecento (e sul modo in cui questa educazione prefigura certi aspetti del nazismo) è da vedere lo splendido film di Michael Haneke Il nastro bianco.

Jonathan Littell: un punto di vista insolito   La letteratura ha un potere che la rende unica rispetto a tutte le altre arti: quello di farci vivere le vite degli altri. Se questi altri sono simili a noi o ci sono simpatici, la lettura è piacevole, interessante, avvincente. Accade però che, in certi romanzi, il punto di vista di un personaggio, le sue idee, il suo modo di vita siano molto diversi dai nostri. Ebbene: proprio in questo esercizio di adattamento emotivo e di cambiamento di prospettiva sta il bello dell’esperienza della lettura. Certo, non sono molti i romanzi che ci obbligano, come nel caso delle Benevole di Jonathan Littell, ad assumere il punto di vista di un ufficiale nazista delle SS durante la seconda guerra mondiale. Uscito in Francia nel 2006, Le Benevole scatena subito – come è facile intuire, dato l’argomento che tratta – polemiche molto accese. Il romanzo racconta infatti in prima persona, attraverso la sua voce, la storia di Maximilien Aue, un criminale di guerra che si nasconde sotto falso nome in Francia e che decide, ormai anziano, di parlare del suo coinvolgimento diretto, come ufficiale delle SS, nella guerra nazista. Maximilien parteciperà all’avanzata della Wehrmacht (l’esercito tedesco) sul fronte orientale, poi all’assedio di Stalingrado, e infine lavorerà come collaboratore di Adolf Eichmann nell’organizzazione della cosiddetta “soluzione finale”: lo sterminio degli ebrei.

 

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  1. Sturmbahnnführer: grado dell’esercito tedesco corrispondente al nostro “maggiore”.
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  3. galloni: nastrini dorati che si cuciono sulle maniche delle uniformi e che indicano il grado nella gerarchia militare (più sono numerosi, più alto è il grado del soldato).
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  5. Obersturmbannführer: grado dell’esercito tedesco corrispondente al nostro “tenente colonnello”.
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  7. Arbeitseinsatz: lavoro forzato, che veniva svolto di solito dai prigionieri dei territori occupati dai tedeschi.
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  9. Auswärtige Amt: il ministero degli Esteri tedesco.
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  11. Reichsbahn: la compagnia ferroviaria tedesca, fondata nel 1923.
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  13. maresciallo Pétain: Philippe Pétain (1856-1951) fu il capo del governo francese durante l’occupazione tedesca del paese, dal 1940 al 1944. Collaborò con gli invasori (perciò il suo governo venne definito “collaborazionista”) e alla fine della guerra fu condannato all’ergastolo.
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