Francisco de Quevedo, Luis de Góngora

Due sonetti sull’irrevocabilità del tempo

L’uomo del Seicento, dopo aver letto Copernico e Galileo, sa di non essere al centro del cosmo, e si sente smarrito in un universo infinito e instabile, dove tutto è in continua trasformazione. D’altronde il cannocchiale gli ha mostrato che neppure il Sole e le stelle, che Aristotele aveva descritto come incorruttibili ed eterne, si salvano dall’opera del tempo. La realtà gli si presenta perciò priva di verità irremovibili, come se le cose non fossero che apparenze incerte e mutevoli: ne deriva un senso di precarietà che acuisce in lui il pensiero della morte. È per questa ragione che nella poesia barocca si ritrovano spesso le immagini del teschio, dello scheletro e dell’orologio, che rinviano all’inarrestabile scorrere del tempo e, dunque, alla fugacità dell’esistenza. Quevedo e Góngora affrontano entrambi questo tema, ma lo fanno da due prospettive diverse.

Francisco Gómez de Quevedo y Villegas

Mostra come tutte le cose diano segni di morte

da Sonetti amorosi e morali, traduzione di Vittorio Bodini

Mirai le mura della patria mia,
ben salde un tempo, ed oggi sgretolate,
dalla furia del tempo devastate,
che ne ha stremato ogni valentia1.

Uscito ai campi, vidi il sole bersi2
i ruscelli formatisi dal gelo;
e i greggi si lagnavano del monte
che con l’ombra rubava luce al giorno.

Entrai nella mia casa, ed era sporca,
avanzo di decrepita dimora;
e più curvo il bastone, e meno forte3.

E vinta dall’età sentii la spada.
Non c’era cosa ove posare gli occhi
che non fosse ricordo della morte.

 

Luis de Góngora y Argote

Alla memoria della Morte e dell’Inferno

da Sonetti, traduzione di Cesare Greppi

Urne plebee, tumuli regali,
memoria4, penetra senza timore,
dove il carnefice dei giorni5 ha mosso
con piede eguale passi diseguali.

Rivolvi tanti segni di mortali,
scheletri nudi e raggelate ceneri,
malgrado le pietose, benché vane,
cure di rari balsami orientali.

Scendi all’abisso poi, entro i cui seni
bestemmiano anime, e in carcere forte
ferri s’odono sempre e pianto eterno,

o memoria, se tu vorrai almeno
con morte liberarti della morte
e vincere l’inferno con l’inferno.

LA ROVINA DEL TEMPO Il sonetto di Quevedo è costruito su una serie di immagini che parrebbero slegate tra loro: le mura diroccate di un’antica città; la neve sciolta che evapora al Sole; le pecore che, belando, sembrano lamentarsi di una montagna che con la sua ombra nasconde loro il Sole; infine, la casa del poeta stesso, che gli appare vecchia e sporca. La seconda terzina del sonetto chiarisce, con uno scatto altamente drammatico, il significato di queste immagini: si tratta, in realtà, di metafore che annunciano la morte. Il tempo travolge ogni cosa: nel suo passaggio distrugge mura che una volta erano forti e possenti, scioglie la neve, allunga le ombre a mano a mano che passa il giorno (e l’ombra, come la notte, simboleggia ovviamente la morte). Il poeta non sfugge a questa condizione, che è universale. Quevedo è un uomo energico, sempre lanciato verso qualche avventura, ed è un abilissimo spadaccino; ma nemmeno la sua spada può contrastare l’età che avanza.

L’UOMO E L’ORRORE DELLA MORTE Anche il sonetto di Góngora riflette sull’impossibilità di fermare il tempo: la morte, anche se in momenti e in modi diversi, prima o poi raggiunge tutti, poveri e ricchi. Ciononostante, il poeta vuole reagire alla violenza del tempo (che è descritto come un vero e proprio carnefice). Per riuscirci, fa appello alla propria memoria, affinché non dimentichi il destino che attende l’uomo, e anzi ne prenda pienamente coscienza; solo così, infatti, è possibile liberarsi dalla paura della morte e dell’inferno. A ciò si riferiscono gli ultimi due versi, costruiti su un paradosso squisitamente barocco (perché così “ingegnoso” da sembrare assurdo): la morte e l’inferno si possono sconfiggere con un’operazione filosofica, e cioè guardando in profondità, meditando sulla condizione umana. Questa fiducia nel potere della memoria e del pensiero, che contrasta visibilmente, in questo sonetto, con le scene di orrore infernale evocate, è una delle caratteristiche più rilevanti non solo della poesia ma della mentalità di Góngora.

Esercizio:

Laboratorio

Mostra come tutte le cose diano segni di morte

COMPRENDERE

1 Riassumi il contenuto del sonetto, mettendo in evidenza come, in particolare dal punto di vista spaziale, la descrizione passi dalla dimensione ampia e collettiva della patria e dei campi a quella chiusa e personale dell’io.

ANALIZZARE

2 Analizza strutture formali (metafore, riprese, ritmo, parralelismi) e strategie semantiche (metafore, concetti, antitesi, elenco per accumulazione).

INTERPRETARE

3 Confronta questa poesia con quella di John Donne e osserva come in entrambe sia presente la dialettica fra l’individuo con i suoi sentimenti (che ama, che riflette sulla morte) e una dimensione universale, più ampia (la patria, i campi, la natura, le stelle). Sviluppa questo spunto in 10-15 righe, contestualizzandolo nella cultura del Barocco.

 

Alla memoria della Morte e dell’Inferno

COMPRENDERE

1 In che modo la memoria può avere la meglio sul tempo?

INTERPRETARE

2 In che senso si può combattere l’inferno attraverso l’inferno stesso? La memoria (quindi la poesia, il racconto) è il modo per vincere la sfida? Prova a confrontare il sonetto con quello di Shakespeare intitolato Contro il Tempo divoratore.

Stampa
  1. valentia: prestanza, forza.
  2. bersi: la metafora deriva dalla personificazione del Sole: l’acqua evapora sotto i suoi raggi, quindi è come se il Sole la bevesse.
  3. e più … forte: il verbo, sottinteso, è quello della frase precedente (era).
  4. memoria: è un vocativo. Il poeta, infatti, indirizza il sonetto alla propria memoria.
  5. il carnefice dei giorni: il tempo.