Rocco Scotellaro

È fatto giorno

È fatto giorno

Sono significativi della rottura di Scotellaro con l’Ermetismo i versi che danno il titolo alla raccolta delle sue poesie, È fatto giorno, pubblicata postuma nel 1954 a cura di Carlo Levi, sulla base di uno schema elaborato dallo stesso Scotellaro nel 1952. Versi significativi intanto per la presenza, accanto all’io, di un «noi», che allude a una collettività oppressa che prende coscienza di sé – come già in Alle fronde dei salici  –; ma significativi anche per la celebrazione di un nuovo «giorno» in arrivo (in altre liriche coeve sarà «un’alba»): cioè, metaforicamente, di una possibile rinascita popolare, del nuovo protagonismo di un ceto che si era sempre sentito «fuori gioco».

    È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi
    con i panni e le scarpe e le facce che avevamo.
    Le lepri si sono ritirate e i galli cantano,
    ritorna la faccia di mia madre al focolare.

VERSI LUNGHI CHE “SUONANO COME PROSA”    Quattro versi lunghi, che però non sono endecasillabi: il primo ha 13 sillabe, il secondo 14, il terzo 14 (15, in realtà, ma l’ultima parola è sdrucciola), il quarto 14. Quattro versi, dunque, che non sembrano versi, che, per così dire, “suonano come prosa”. Ora, versi lunghi come questi hanno una storia: li aveva adoperati, tra l’altro, il maggiore poeta statunitense dell’Ottocento, Walt Whitman, nella sua raccolta Leaves of Grass (Foglie d’erba); ma li aveva adoperati soprattutto, poco prima della seconda guerra mondiale, e seguendo appunto l’esempio di Whitman (a cui aveva dedicato la sua tesi di laurea), Cesare Pavese in Lavorare stanca (1936). Scotellaro riprende questo verso lungo, narrativo, e se ne serve per rappresentare una realtà non molto diversa da quella che stava a cuore a Whitman e Pavese: la vita vera, concreta, non tanto dell’io che osserva, quanto del popolo di cui l’io si sente o vorrebbe sentirsi parte.

I "VUOTI" CHE COMPLICANO IL RACCONTO  Ma, una volta colte le analogie, bisogna anche misurare la distanza di Scotellaro da quei modelli. Infatti Scotellaro complica il suo racconto con vaghezze e “vuoti” che ricordano la tecnica della poesia simbolista: più che raccontare una storia, come nelle poesie di Lavorare stanca di Pavese, i “segmenti lunghi” di Scotellaro dipingono, evocano un quadro dai contorni sfumati: qual è esattamente il giuoco nel quale i «noi» sono entrati? Di che cosa sono il simbolo gli animali citati al v. 3 (i galli forse di un risveglio, ma le lepri?)? E quale rapporto ha, il “ritorno” della faccia della madre (non “volto” o “viso” ma faccia: il Neorealismo rifiuta i poetismi), cioè il suo ricordo, con gli oggetti reali, tangibili introdotti nei versi precedenti? Forse la nuova alba annunciata al primo verso è un segno di riscatto non solo per i «noi» che sono entrati in giuoco ma anche per il mondo naturale dal quale provengono (con i suoi totem animali: le lepri, i galli), e soprattutto per il passato (la madre) che da quel mondo (il focolare) non ha mai potuto evadere. 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Fai la parafrasi.



2. Perché il poeta usa il “noi”? In nome di chi parla?



3. Quando compare l’io del poeta?



ANALIZZARE


4. Di che cosa possono essere simbolo gli animali al v. 3?



5. Analizza il lessico: prevalgono i termini aulici o popolari?



6. Quali elementi stilistici autorizzano a definire il testo una poesia?



INTERPRETARE


7. Ti sembra che il testo, per il lessico e l’andamento narrativo, si possa avvicinare alle poesie di Lavorare stanca di Pavese che hai studiato? Argomenta la tua risposta.



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