Antonio Genovesi

Lettere accademiche

È la povertà che crea i criminali

Come vanno puniti i criminali? Con la massima durezza, perché non tornino a commettere crimini. Nel Settecento, si inizia a non credere più a questa facile ricetta: perché si comincia a osservare che, anziché avere gli effetti sperati, le pene più crudeli servono a creare criminali ancora più incalliti; e, soprattutto, perché si comincia a capire che l’indole degli esseri umani è pesantemente condizionata, anzi addirittura plasmata dalle condizioni nelle quali essi vivono. In una delle sue Lettere accademiche, Antonio Genovesi dà di questo problema una formulazione memorabile.

Se la legge cozza1 con la fame, colla sete, colla nudità, e cogli altri bisogni primitivi […], siate sicuro ch’ella non ha pene che bastino, perché la si osservi: anzi si stuzzicherà l’appetito. Vedransi a suo dispetto2 inondate le campagne e le città di animali voraci e furiosi, che metteranno tutto a sconquasso. Le fruste, le carceri, le galee3, l’esilio, le forche, il fuoco medesimo parranno sempre piccolo dolore a petto di quel che lor dà il ventricolo e le budella4 […].
Quando la legge pensa a punire i delitti, ma non a prevenirli col soccorrere alla natura, non fa che aumentarli. Quella povertà, quella mal cavezza5 di necessità, quei bisogni insiti, quelle false superstizioni, ispirano la frode, il furto, la rapina, la rissa, il tradimento, la venalità6 d’ogni cosa e dell’onore medesimo, la falsità, i veleni, gli odi, le invidie, tante maniere d’omicidii, parricidii… chi li potrebbe ridire? È la povertà, è la miseria, è il bisogno, è l’ignoranza, che o fa degli uomini crudeli e sanguinari; o spianta le famiglie, spopola le nazioni, impoverisce a poco a poco piccoli e grandi, e ’l sovrano in fine7.
Volete sapere questa povertà donde nasce? Perché non è poi di suolo, di clima, di causa accidentale, che sarebbe la vera, ma di costituzione politica. Non occorre che vi andiate lambiccando il cervello col dirmi: «è la poltroneria, è il lusso, è il mal costume: è il non esserci più fede, né privata, né pubblica». Ciance8. Tutti questi mali non sono che effetti della povertà. La povertà fa i poltroni9: ella genera il mal costume: ella annulla la fede pubblica: ella (qual paradosso!) genera il lusso, dal quale viene poi vicendevolmente alimentata […].
Volete sapere, Canonico10, chi sono coloro che più di ogni altro si studiano di far peggiorare gli uomini e inondare la frode, la crudeltà, la scelleraggine11? Quegli appunto, che gridano «alla fiera12» e mostrano in parole gran rispetto alla virtù, ma non dicono mai però alle ricchezze: «fin qui, basta»: quegli uomini da boschi e da riviera13, che pretendono essere uomini d’anima. Quest’avidità, oceano senza lidi14, non si può satollare che a spesa di migliaia e migliaia di persone, cui è forza restare a secco per l’altrui ingordigia. Quanto più si chiappa15 del comune patrimonio, più crescono gli indigenti. Ma un necessitoso16 serberà la pazienza un giorno, due, tre: una settimana: un anno: siete poi sicuro che scappa. Pretendete ingiustamente troppa virtù negli altri, non avendone voi nessuna. Mi muovono un certo riso amaro coloro che mostrano il viso sempre levato al cielo, che pare che non agognino che all’estremità17, e intanto con i piedi, colle ginocchia, colle mani, non fanno che desertar la terra per straricchire18.
Noi non siamo nati fiere, Canonico mio, ma ci siamo ben fatti tali, e ci facciamo ogni dì.
Siam per natura nudi, bisognosi, necessitosi, ignoranti, stolti… è vero. E perciò abbiam bisogno di essere ammaestrati, disciplinati, soccorsi, levati di necessità. Questo fanno le arti, le scienze. E voi volete spiantarle19? Consideratene dunque il vantaggio: guardatele pel vero aspetto, e anzi di disarmarne, fate che ne siamo fornitissimi20: ma fate che sieno più pratica che teoria. Vedrete che non siamo così “cosaccia21”, come voi credete. Voi potrete a questo modo render docili e umani, siccome essi nascono, che non altri, ma22 gl’Imbis23 medesimi, più crudeli de’ quali non credo che nutrisca il globo terraqueo […].
Canonico, fino a che i gentiluomini, i quali son creati per regolatori delle povere persone24, avran paura del vero sapere e si opporranno con quei loro gran corpi al fulgore delle scienze, latrando25, stracciando, cacciando via, opprimendo, noi saremo barbari e feroci: ma il saremo per ingiusto ostacolo di potersi sviluppar la natura, non per la natura26.

UN SIMBOLO DELLA DECADENZA MORALE Il Canonico a cui Genovesi si rivolge non esiste, è solo una finzione retorica, una specie di simbolo. Simbolo di che cosa? Potremmo dire: delle opinioni diffuse tra i reazionari, cioè tra coloro che credono che i mali della società siano dovuti ai nuovi comportamenti e alle nuove idee che vi circolano, e sognano di tornare a una mitica età dell’oro in cui gli esseri umani erano modelli di virtù. «È la poltroneria, è il lusso, è il mal costume: è il non esserci più fede, né privata, né pubblica»: è questo che Genovesi fa dire al suo interlocutore; ma è il tipo di lamento sulla decadenza dei tempi che (da parte dei reazionari, appunto) sentiamo spesso anche oggi: non c’è più voglia di lavorare, non ci si può più fidare di nessuno, tutti pensano soltanto ai loro comodi e al loro interesse…

IL PROGRESSO MATERIALE COME NECESSITÀ Genovesi spiega invece che le cose non stanno così, e che l’origine dei mali non va cercata nella morale ma nella vita pratica, non nella coscienza delle persone ma nel loro stomaco: chi non ha da mangiare o da coprirsi sarà sempre spinto dalla necessità a procurarsi il cibo e i vestiti anche attraverso il crimine. Come dice il proverbio, “necessità non conosce legge”. L’unico progresso morale può venire dal mutamento delle condizioni materiali di vita di queste persone; e a questo scopo sono necessarie proprio le innovazioni che il Canonico e quelli come lui reputano nefaste: le riforme sociali, l’alfabetizzazione e la diffusione della cultura tra la povera gente, lo sviluppo delle arti e delle scienze, la lotta contro la superstizione, la mitezza (e non la crudeltà) nel trattamento dei criminali, che – argomenta Genovesi – sono quasi sempre criminali non per scelta ma a causa delle condizioni disperate nelle quali sono nati e cresciuti.

UNO STILE INCALZANTE E COLLOQUIALE Quella di Genovesi è una lettera, o simula di essere tale. E della lettera ha la rapidità, lo stile incalzante. Si prenda per esempio il periodo seguente: «La povertà fa i poltroni: ella genera il mal costume: ella annulla la fede pubblica: ella (qual paradosso!) genera il lusso». Un enunciato secco, che non ammette repliche, e poi tre proposizioni coordinate con identico soggetto, ella, e un inciso interiettivo («qual paradosso!») che somiglia a un a parte teatrale. Ma è una lettera in cui Genovesi parla di cose che gli stanno molto a cuore, sicché la rapidità a volte diventa impazienza: lo stile si fa colloquiale, quasi brusco: «Ma un necessitoso serberà la pazienza un giorno, due, tre: una settimana: un anno: siete poi sicuro che scappa», dove è da notare anche la ripetizione dei due punti, che rendono l’espressione più mossa e drammatica. Oppure: Ciance è la parola che Genovesi adopera per liquidare, a un certo punto, gli argomenti del suo interlocutore. Non solo, per rafforzare la sua argomentazione, Genovesi fa largo uso di metafore anche molto colorite: splendida, tra le altre, quella che ironizza su coloro che «mostrano il viso sempre levato al cielo […] e intanto con i piedi, colle ginocchia, colle mani, non fanno che desertar la terra per straricchire».

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Che rapporto c’è, nella concezione di Genovesi, tra la necessità (i bisogni primari) e il crimine?

2 Così come è un difetto della società l’estrema povertà, lo è anche l’estrema ricchezza: in quali punti del brano Genovesi esprime questo concetto?

ANALIZZARE

3 La prosa di Genovesi è rapida e molto vivace, vicina al parlato e ricca di passione. Analizza alcuni passaggi che ti sembrano esemplari in questo senso.

INTERPRETARE

4 Non esistono, sostiene Genovesi, uomini naturalmente criminali: ricchi e poveri sono plasmati dall’ambiente in cui vivono. Quali caratteristiche li distinguono? In che modo vengono messi a confronto? Che novità hanno le riflessioni di Genovesi rispetto alle idee sull’assetto sociale dell’ancien régime, fondato sui privilegi dei nobili?

5 Uno dei principi dell’Illuminismo è l’uguaglianza fra gli uomini. Adoperando le tue conoscenze storiche, verifica in quali documenti e in quali circostanze storiche questo principio viene affermato.

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  1. cozza: si scontra.
  2. Vedransi a suo dispetto: si vedranno, nonostante la legge.
  3. galee: galere (le navi su cui erano imprigionati, e costretti a remare, i colpevoli di crimini particolarmente gravi).
  4. a petto … budella: a paragone del dolore che ai poveri darà il loro stomaco (per la fame).
  5. cavezza: fune di cuoio che si legava al muso degli animali da soma, per tirarli; qui significa “peso, carico che costringe a seguire l’altrui volontà” (qui la volontà del bisogno).
  6. venalità: la messa in vendita.
  7. e ’l sovrano in fine: e alla fine (impoverisce) anche il re.
  8. Ciance: chiacchiere, frottole.
  9. i poltroni: i pigri.
  10. Canonico: Genovesi si sta rivolgendo a un sacerdote (canonico è quel sacerdote che fa vita comune insieme ad altri ecclesiastici).



    *Canonico

    È l’appellativo che spetta ai religiosi che appartengono al capitolo di una cattedrale. Il termine deriva dal latino canon, che significa “regola”, dal nome della canna, che veniva adoperata come strumento per la misurazione della lunghezza. Il canonico è appunto un ecclesiastico “regolare”; e l’aggettivo canonico significa quindi “normale, tradizionale” (per esempio, “fare una scelta canonica”).

     
  11. scelleraggine: malvagità.
  12. alla fiera: addosso al criminale, allo scellerato!
  13. da boschi e da riviera: cioè buoni per tutti gli usi, a loro agio in ogni situazione (perché capaci di cambiare idea e atteggiamento con troppa facilità).
  14. lidi: sponde (per dire di un mare illimitato).
  15. si chiappa: si prende, si afferra.
  16. un necessitoso: un povero.
  17. pare … all’estremità: pare non abbiano in mente, come obiettivo, se non le altezze celesti.
  18. non fanno … straricchire: non fanno altro che rendere la terra un deserto, al solo scopo di diventare sempre più ricchi.
  19. spiantarle: abolirle, sradicarle.
  20. anzi … fornitissimi: anziché togliercele, fate in modo che possiamo disporne in abbondanza (di scienze e di arti).
  21. cosaccia: robaccia, feccia.
  22. che non altri, ma: non solo gli uomini normali, ma persino.
  23. Imbis: «popoli della Cafreria», annota lo stesso Genovesi (Cafreria era il nome che si dava a una regione dell’Africa meridionale).
  24. per regolatori … persone: come preposti al governo e al benessere dei poveri.
  25. latrando: levando lamenti e minacce.
  26. ma … natura: ma saremo barbari e feroci non per legge di natura, bensì proprio perché non diamo alla natura la possibilità di svilupparsi liberamente.