Ippolito Pindemonte

Prose campestri

Elogio della campagna

Ippolito Pindemonte scrive le Prose campestri negli anni Ottanta del Settecento, contemporaneamente alle Poesie campestri (1788), ma le pubblica solo nel 1817. L’opera comprende dieci testi in prosa di tono elegiaco, sul modello della contemporanea poesia preromantica europea (l’inglese Thomas Gray e lo svizzero-tedesco Salomon Gessner su tutti). Il tema principale della raccolta sono i benefici della vita campestre. Per Pindemonte, che scrive queste pagine nella campagna veronese, solo la contemplazione della natura può mettere il poeta nella condizione di comprendere l’armonia del creato e, insieme, di vedere la decadenza del mondo che lo circonda. Si tratta di scritti in prosa, come si è detto, ma una prosa che ha il tono, le immagini e la forza evocativa della poesia. 

Hoc erat in votis1.
ORAZIO, Sat. iv., l. ii.

Eccomi finalmente ove2 desiderai tanto di essere: in mezzo d’una bella campagna. Colline e boschetti, prati e ruscelli, soggiorno di tranquillità e di pace, posso finalmente vivere nel tuo seno, contentar3 posso una sete da lungo tempo sì ardente, e non soddisfatta mai. Quel ritiro campestre, che la fantasia dipingevami4, io l’ho trovato: il più caro de’ miei sogni non è più sogno.

Che aria è questa ch’io qui respiro! Qual profumo, freschezza, soavità! Come l’anima s’alza5 e s’allarga in questo aperto e bel cielo! Parmi ancora6 che la campagna rinforzi le facoltà nostre intellettuali, e più grande ci renda e più necessario il piacer di pensare. Qual folla di sensazioni e d’idee, di rapimenti7, e d’affetti! Quante cose, che io credea8 dimenticate per sempre, or m’appariscon9 di nuovo, si riuniscono tutte, e mi stanno innanzi alla mente, che si maraviglia di rivederle!

No, non c’è uomo, che le bellezze della natura, qualche volta almeno, non abbian colpito. Voglio anche10, ch’egli s’interni11 nella notte diurna12, se così posso chiamarla, d’un folto bosco, e nulla senta di quel sacro e dolce orrore13 che inspira […]. Ma per ben godere della campagna, bisogna esserci liberi e soli. Non ci si dee14, no, trovare lo strepito cittadinesco15, il giuoco, i gran pranzi, i passeggi16 in carrozza, le notti vegliate, le aurore dormite17, i racconti frivoli, gli sdegnuzzi18 amorosi, la maldicenza: non conviene, come disse colui19, portar la città nella villa20.

«Ma la solitudine è insopportabile a molti»21. La solitudine? Eglino22 insopportabili sono a sé stessi: sé stessi, che non videro mai23, ritrovano allora, e spiace a loro la lor compagnia.

«Ma l’uom nasce alla società, non a sé medesimo»24 […]. Lascio25, che spesso col bel nome di vita pubblica e attiva non si fa che coprir26 l’avarizia27, o l’ambizion propria; e dico28 che anche il solitario può rendersi utile agli altri, e più virtuosamente, perché nulla aspetta29 dagli altri, perché non cambia30, ma dona. È lepida31 cosa vedere, come gli abitanti delle città stimano fuor del Mondo32 chi non vive con essi; quasi fuor delle città né spezie umana più siavi33, né Mondo. Ove non può rendersi utile il saggio? Ove lo può meglio il ricco, che nelle campagne, in cui quella porzione alberga dell’uman genere34, che più abbisogna degli altrui soccorsi, e che li merita più?

«L’amor della solitudine nasce da indole trista e rinchiusa»: può essere in molti35 […]. Ma la libertà del vivere, l’amor del riposo, il piacer della meditazione, la cura della propria salute, lo spettacolo de’ lavori e della rustica economia36, son motivi anche questi di considerazion degni; a nulla dire di quell’incantesimo per alcuni così possente, che su la faccia sparso veggiamo della natura37.

Quelle valli e montagne, que’ boschi e prati, quell’ombra e quel sole, que’ contrapposti38 di ameno39 e di selvaggio, di ridente e di orrido, quel biondo de’ campi40 in mezzo alle tante gradazioni della verdura41, e sotto un gran cielo azzurro, o di nubi riccamente dipinto, e talora nelle onde lucide ripetuto42, e gli augelli43, e gli armenti44, e i coltivatori che dan moto45 e vita a tutta questa sì gentile, sì grande, sì varia scena... ah! chi può descriverla? Chi può parlare di quegli enti46 nuovi, onde popolata m’apparisce47, di quegli enti fatti secondo il mio cuore? E che importa che fantastici sieno48, se la lor compagnia mi torna49 sì cara, e mi gitta50 nell’estasi la più deliziosa? […].

L'ELOGIO DELLA SOLITUDINE   In questa pagina di Pindemonte troviamo alcuni dei temi più frequentati della letteratura europea del secondo Settecento: la campagna silenziosa e solitaria viene contrapposta alla città, dove si vive circondati dalla folla e dal rumore. In città ci si ammala e si perde tempo in futili mondanità, in campagna invece si guarisce, si può studiare e, soprattutto, si può arrivare a conoscere se stessi. Non è un tema di riflessione nuovo, al contrario: l’elogio della solitudine era stato già fatto da poeti come Orazio (che Pindemonte cita in esergo) e da Petrarca (nel De vita solitaria). Ma nel brano di Pindemonte questo topos letterario viene arricchito da spunti illuministici e romantici. Se la preferenza per la campagna si fonda anche su considerazioni razionali (qui l’uomo vive in maniera più salubre, ha tempo per studiare, non si disperde nelle conversazioni inutili), l’amore per la natura prende già, nelle parole di Pindemonte, accenti chiaramente romantici: è un sentimento che, scartando la mediazione della ragione, permette all’uomo di entrare in comunione col mondo, e soprattutto di conoscere se stesso per ciò che è veramente, con la chiarezza che unicamente la solitudine può dare (di fatto, più che un elogio della vita di campagna, il brano è un elogio della solitudine: si è più veri e più felici – dice Pindemonte – quando si è lontani dagli altri; e anche questo è un luogo comune assai vivo nel pensiero settecentesco, per esempio in Rousseau).

ESPEDIENTI POETICI  Per riprodurre sulla pagina questa sorta di estasi sentimentale provocata dalla natura, Pindemonte innalza il livello retorico della sua prosa servendosi di alcuni espedienti tipici del linguaggio poetico. È il caso delle enumerazioni («Ma la libertà del vivere, l’amor del riposo, il piacer della meditazione, la cura della propria salute, lo spettacolo de’ lavori e della rustica economia») spesso espresse in un tono di gioioso stupore («Qual profumo, freschezza, soavità!»), o delle numerose figure retoriche di pensiero e di costruzione che tramano il testo. Tra le prime notiamo l’ossimoro (ossia l’accostamento di termini in antitesi tra loro: notte diurna, sacro e dolce orrore) o la preterizione (ossia quando diciamo di non voler parlare di una cosa e poi invece ne parliamo, proprio per darle maggior risalto: «Lascio, che spesso col bel nome di vita…»; «a nulla dire di quell’incantesimo»). Tra le seconde, invece, notiamo le epifrasi («né spezie umana più siavi, né mondo») e le anastrofi («posso finalmente ... contentar posso»), spesso associate tra di loro e ulteriormente complicate dalla presenza di iperbati allo scopo di movimentare ancora di più la sintassi e rendere più prezioso lo stile. Per esempio, nel periodo «in cui quella porzione alberga dell’uman genere, che più abbisogna degli altrui soccorsi, e che li merita più», troviamo un’epifrasi («che più abbisogna … e che li merità più»), un iperbato («quella porzione … dell’uman genere») e diverse inversioni (uman genere; altrui soccorsi; merita più). 

Esercizio:

COMPRENDERE


1. In quali passaggi del testo Pindemonte esprime il suo rapimento sentimentale e in quali invece riflette, svolgendo un’argomentazione razionale? Dove insomma prevale il sentimento e dove la ragione?



ANALIZZARE


2. Alcuni passi del brano hanno un tono e un andamento più simili a quelli della poesia che a quelli della prosa. Quali, a tuo avviso? E perché Pindemonte adotta questa sorta di ‘prosa poetica’?



CONTESTUALIZZARE


3. L’elogio della solitudine è un luogo comune della letteratura, già a partire dall’antichità classica. Sai citare qualche scrittore che, prima di Pindemonte, abbia voluto esprimere in versi o in prosa la bellezza dello stare soli?



4. È strano pensare che un uomo vissuto più di due secoli fa potesse avere nostalgia della natura e della solitudine, e trovasse fastidioso lo «strepito cittadinesco». Fai una ricerca sull’enciclopedia o in rete. Quali erano le più grandi città italiane all’epoca di Pindemonte? Quanti abitanti avevano?



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  1. Hoc erat in votis: “questo era nei voti”, e cioè “il mio desiderio è stato esaudito”. L’espressione, diventata proverbiale, è tratta dalle Satire di Orazio: il poeta latino si rallegra per avere ricevuto in dono una casa e un piccolo podere in campagna.
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  3. ove: dove; si tratta di Villa Nogarola ad Avesa, nella campagna veronese.
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  5. contentar: soddisfare.
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  7. dipingevami: mi faceva immaginare.
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  9. s’alza: si innalza.
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  11. Parmi ancora: mi sembra anche.
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  13. rapimenti: estasi.
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  15. credea: credevo.
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  17. or m’appariscon: ora mi appaiono.
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  19. Voglio anche: vorrei anche vedere.
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  21. s’interni: si inoltri.
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  23. notte diurna: ossimoro; Pindemonte allude alla luce del giorno (diurna) che, nell’ombra del bosco, assomiglia alla luce notturna.
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  25. orrore: si tratta di un sentimento molto comune nella lirica del Settecento. Lo troviamo in almeno altri due testi: Solitario bosco ombroso di Paolo Rolli (> Sezione II, Percorso 2, T3) e Tacito orror di solitaria selva di Alfieri (> Sezione II, Percorso 8, T8).
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  27. Non … dee: non bisogna trovarci (nella campagna).
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  29. cittadinesco: della città. Anche l’opposizione tra il rumore disturbante della città e il nobile silenzio della campagna è un luogo comune della poesia settecentesca; lo troviamo, per esempio, nelle Odi e nel Giorno di Parini.
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  31. passeggi: escursioni. Si noti come anche l’espressione passeggi in carrozza contenga un ossimoro che vuole indicare quanto poco naturale sia una passeggiata che non venga fatta camminando.
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  33. le notti … dormite: come già nel Giorno di Parini, viene indicata come tipico della vita cittadina l’innaturale sovvertimento del ciclo giorno-notte: di notte si sta svegli (vegliate) per partecipare alla vita mondana, mentre si dorme la mattina (aurore) fino a tardi.
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  35. sdegnuzzi: sciocchi capricci.
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  37. colui: non è chiaro a chi (colui) si riferisca qui Pinemonte.
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  39. villa: campagna.
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  41. «Ma ... molti»: da questo punto del brano Pindemonte dà voce alle obiezioni di un immaginario contraddittore.
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  43. Eglino: essi. Forma arcaica che nasce dal pronome egli, cui viene aggiunta la desinenza -no tipica della terza persona plurale dei verbi.
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  45. che non videro mai: nel senso di “vedere veramente”, “conoscere”. Pindemonte qui anticipa la considerazione con cui si chiuderà il testo, e cioè che la campagna aiuti gli uomini a conoscere veramente se stessi, cosa che a molti risulta insopportabile (spiace).
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  47. «Ma ... medesimo»: l’obiezione, che nasce da una nota definizione di Aristotele, è la seguente: l’uomo è un animale sociale, quindi non è fatto per stare da solo.
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  49. Lascio: tralascio (il fatto).
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  51. coprir: nascondere.
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  53. avarizia: avidità; è un latinismo.
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  55. dico: affermo.
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  57. nulla aspetta: non si aspetta nulla, non ha pretese.
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  59. cambia: scambia, baratta, nel senso di “commercia”.
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  61. lepida: divertente.
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  63. Mondo: il termine qui indica l’insieme delle persone che si presumono “civili”. Potrebbe essere reso con “società civile”.
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  65. siavi: ci sia.
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  67. in cui … genere: in cui abita (alberga) quella parte (porzione) del genere umano, e cioè gli abitanti della campagna.
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  69. L’amor … molti: Pindemonte concede all’ipotetica obiezione che in molte persone il desiderio di solitudine nasca da un carattere (indole) triste e chiuso (rinchiusa).
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  71. rustica economia: vita domestica delle campagne.
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  73. a nulla … natura: per non parlare (a nulla dire) di quello spettacolo magico (incantesimo), che per molti è potentissimo (così possente), che vediamo (veggiamo) disseminato (sparso) nei vari aspetti (faccia) della natura.
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  75. que’ contrapposti: quel contrapporsi.
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  77. ameno: piacevole.
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  79. biondo de’ campi: indica il colore dorato dei campi ricoperti di spighe.
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  81. verdura: vegetazione.
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  83. talora … ripetuto: è l’azzurro del cielo che talvolta (talora) si rispecchia (ripetuto) nell’acqua (onde lucide) di ruscelli, fonti o laghi.
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  85. augelli: uccelli.
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  87. armenti: mandrie.
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  89. moto: movimento.
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  91. enti: entità. Si tratta delle immagini fantasiose che qui Pindemonte tratta come reali.
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  93. onde popolata m’apparisce: di cui mi sembra popolata.
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  95. fantastici sieno: siano frutto della mia fantasia.
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  97. torna: risulta.
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  99. gitta: sprofonda.
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