Italo Svevo

Senilità

Emilio e Angiolina

Svevo non è l’unico autore a essere stato influenzato dagli studi sulla psiche, ma è il primo nella storia della letteratura italiana (e tra i primi e più importanti in quella europea) ad aver usato la psicologia e la psicanalisi come strumenti della sua tecnica narrativa. Nella Coscienza di Zeno quest’uso della psicanalisi è sistematico e cosciente. Ma anche in Senilità il lavoro sulla psicologia del personaggio produce soluzioni narrative originali. Lo si vede già all’inizio del romanzo, che riportiamo. 

Subito, con le prime parole che le rivolse1, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso2 così: – T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti. – La parola era tanto prudente ch’era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po’ più franca3 avrebbe dovuto suonare così: – Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia.
La sua famiglia? Una sorella non ingombrante né fisicamente né moralmente, piccola e pallida, di qualche anno più giovane di lui, ma più vecchia per carattere o forse per destino. Dei due, era lui l’egoista, il giovane; ella viveva per lui come una madre dimentica di se stessa4, ma ciò non impediva a lui di parlarne come di un altro destino importante legato al suo e che pesava sul suo, e così, sentendosi le spalle gravate di tanta responsabilità, egli traversava5 la vita cauto, lasciando da parte tutti i pericoli ma anche il godimento, la felicità. A trentacinque anni si trovava nell’anima la brama insoddisfatta di piaceri e di amore, e già l’amarezza di non averne goduto, e nel cervello una grande paura di se stesso e della debolezza del proprio carattere, invero piuttosto sospettata che saputa per esperienza6.
La carriera di Emilio Brentani era più complicata perché intanto si componeva di due occupazioni e due scopi ben distinti. Da un impieguccio di poca importanza presso una società di assicurazioni, egli traeva giusto il denaro di cui la famigliuola abbisognava. L’altra carriera era letteraria e, all’infuori di una riputazioncella7, – soddisfazione di vanità più che d’ambizione – non gli rendeva nulla, ma lo affaticava ancora meno. Da molti anni, dopo di aver pubblicato un romanzo lodatissimo dalla stampa cittadina, egli non aveva fatto nulla, per inerzia non per sfiducia. Il romanzo, stampato su carta cattiva, era ingiallito nei magazzini del libraio, ma mentre alla sua pubblicazione Emilio era stato detto soltanto una grande speranza per l’avvenire, ora veniva considerato come una specie di rispettabilità8 letteraria che contava nel piccolo bilancio artistico della città. La prima sentenza non era stata riformata9, s’era evoluta.
Per la chiarissima coscienza ch’egli aveva della nullità della propria opera, egli non si gloriava del passato, però, come nella vita così anche nell’arte, egli credeva di trovarsi ancora sempre nel periodo di preparazione, riguardandosi nel suo più segreto interno come una potente macchina geniale in costruzione, non ancora in attività. Viveva sempre in un’aspettativa, non paziente, di qualche cosa che doveva venirgli dal cervello, l’arte, di qualche cosa che doveva venirgli di fuori, la fortuna, il successo, come se l’età delle belle energie per lui non fosse tramontata.
Angiolina, una bionda dagli occhi azzurri grandi, alta e forte, ma snella e flessuosa, il volto illuminato dalla vita, un color giallo di ambra soffuso di rosa da una bella salute, camminava accanto a lui, la testa china da un lato come piegata dal peso del tanto oro che la fasciava10, guardando il suolo ch’ella ad ogni passo toccava con l’elegante ombrellino come se avesse voluto farne scaturire un commento alle parole che udiva. Quando credette di aver compreso disse: – Strano – timidamente guardandolo sottecchi11. – Nessuno mi ha mai parlato così. – Non aveva compreso e si sentiva lusingata al vederlo assumere un ufficio12 che a lui non spettava, di allontanare da lei il pericolo. L’affetto ch’egli le offriva ne ebbe l’aspetto di fraternamente dolce.
Fatte quelle premesse, l’altro si sentì tranquillo e ripigliò un tono più adatto alla circostanza. Fece piovere sulla bionda testa le dichiarazioni liriche13 che nei lunghi anni il suo desiderio aveva maturate e affinate, ma, facendole, egli stesso le sentiva rinnovellare e ringiovanire come se fossero nate in quell’istante, al calore dell’occhio azzurro14 di Angiolina. Ebbe il sentimento che da tanti anni non aveva provato, di comporre, di trarre dal proprio intimo idee e parole: un sollievo che dava a quel momento della sua vita non lieta, un aspetto strano, indimenticabile, di pausa, di pace. La donna vi entrava! Raggiante di gioventù e bellezza ella doveva illuminarla tutta facendogli dimenticare il triste passato di desiderio e di solitudine e promettendogli la gioia per l’avvenire ch’ella, certo, non avrebbe compromesso.
Egli s’era avvicinato a lei con l’idea di trovare un’avventura facile e breve, di quelle che egli aveva sentito descrivere tanto spesso e che a lui non erano toccate mai o mai degne di essere ricordate. Questa s’era annunziata proprio facile e breve. L’ombrellino era caduto in tempo per fornirgli un pretesto di avvicinarsi ed anzi – sembrava malizia15! – impigliatosi nella vita trinata della fanciulla, non se n’era voluto staccare che dopo spinte visibilissime. Ma poi, dinanzi a quel profilo sorprendentemente puro, a quella bella salute – ai rétori corruzione e salute sembrano inconciliabili16 – aveva allentato il suo slancio, timoroso di sbagliare e infine s’incantò ad ammirare una faccia misteriosa dalle linee precise e dolci, già soddisfatto, già felice.
Ella gli aveva raccontato poco di sé e per quella volta, tutto compreso del proprio sentimento, egli non udì neppure quel poco. Doveva essere povera, molto povera, ma per il momento – lo aveva dichiarato con una certa quale superbia – non aveva bisogno di lavorare per vivere. Ciò rendeva l’avventura anche più gradevole, perché la vicinanza della fame turba là dove ci si vuol divertire. Le indagini di Emilio non furono dunque molto profonde ma egli credette che le sue conclusioni logiche, anche poggiate su tali basi, dovessero bastare a rassicurarlo. Se la fanciulla, come si sarebbe dovuto credere dal suo occhio limpido, era onesta, certo non sarebbe stato lui che si sarebbe esposto al pericolo di depravarla; se invece il profilo e l’occhio mentivano, tanto meglio. C’era da divertirsi in ambedue i casi, da pericolare17 in nessuno dei due.

EMILIO E LE DONNE Emilio ha 35 anni e ha trovato finalmente non il vero amore (non è questo che cerca davvero), ma l’avventura, una relazione con una donna più giovane, più povera, più inesperta di lui, una relazione in cui, apparentemente, lui ha tutto da guadagnare e niente da perdere. 
Scrive Svevo: «A trentacinque anni si trovava nell’anima la brama insoddisfatta di piaceri e di amore, e già l’amarezza di non averne goduto». Ma ecco che, in extremis, arriva questo incontro casuale, questo amore comodo, questa ragazzina che non può pretendere niente: «Raggiante di gioventù e bellezza ella doveva illuminarla tutta [la sua vita] facendogli dimenticare il triste passato di desiderio e di solitudine». 
Emilio, che ha scarsissima esperienza del mondo, come spesso fanno gli intellettuali (si ripensi al personaggio così simile di Alfonso in Una vita), si sopravvaluta, pensa di poter dominare la situazione. Lo sviluppo del romanzo gli dimostrerà che le cose stanno diversamente. 

LA PROSPETTIVA “RISTRETTA” DEL NARRATORE Per mostrare la complessità del personaggio di Emilio, diviso tra opposti impulsi e abilissimo nel mentire a se stesso prima ancora che ad altri, Svevo affianca alla voce del personaggio («T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti») la voce di un narratore («Mi piaci molto, ma nella mia vita…») che commenta e svela le bugie e gli alibi morali che il protagonista si crea di continuo. 
Non si tratta di un narratore onnisciente come quello che troviamo nei Promessi sposi di Manzoni. La prospettiva del narratore di Senilità è “ristretta” (così l’avrebbe definita il grande scrittore Henry James). Egli non conosce tutto e non guarda dall’alto i suoi personaggi: è piuttosto una voce della coscienza che fa eco ai pensieri e alle parole di Emilio, dandone un’interpretazione più autentica. Quella che Svevo mette in scena qui, attraverso il controcanto tra personaggio e narratore, è la contraddizione tra ciò che l’individuo dichiara apertamente e ciò che realmente, intimamente lo spinge ad agire; in termini psicanalitici potremmo parlare di livello conscio (la voce di Emilio) e livello inconscio (la voce del narratore). 
In questo senso, perciò, Senilità anticipa certe soluzioni narrative che Svevo elaborerà nella Coscienza di Zeno: in Senilità, le contraddizioni del protagonista vengono sottolineate dalla voce del narratore; nella Coscienza di Zeno, dove la voce del protagonista coincide con quella del narratore, il controcanto verrà affidato a un personaggio che è un doppio e allo stesso tempo un antagonista di Zeno, cioè il suo psicanalista, il dottor S. 

IL DISCORSO INDIRETTO LIBERO Pur utilizzando il “discorso indiretto libero”, Svevo non se ne serve per l’impersonalità o l’oggettività della narrazione, ma talora per distanziare narratore e personaggio, in altri punti per sovrapporli. Nel brano iniziale del romanzo, ad esempio, notiamo accenni di discorso indiretto libero nelle frasi esclamative, che denotano un coinvolgimento emotivo nella situazione, maggiore di quello che potrebbe avere un narratore esterno («La donna vi entrava!», «sembrava malizia!»), ma allo stesso tempo sottolineano una certa esagerazione espressiva dal sapore ironico; oppure nel passo «Doveva essere povera, molto povera, ma per il momento – lo aveva dichiarato con una certa quale superbia – non aveva bisogno di lavorare per vivere», dove i tempi verbali (l’imperfetto) sono quelli del discorso indiretto riportato dal narratore, ma le parole (come rivela anche la ripetizione «povera, molto povera») si avvicinano fin quasi a sovrapporsi a quelle che immaginiamo pronunciate direttamente dal personaggio. 

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE

1 Che cosa accade tra Emilio e Angiolina in questo passo? Sintetizza la situazione.

2 Descrivi i sentimenti di Emilio.

ANALIZZARE

3 La narrazione è in terza persona. Il punto di vista dell’io narrante coincide con quello di Emilio?

4 Come viene descritta Angiolina? Secondo quale focalizzazione? A quali campi semantici attinge l’autore?

5 La “salute” di Angiolina: trova le espressioni in cui questo motivo ricorre e cerca di spiegare quale valore assume.

CONTESTUALIZZARE

6 Come definiresti lo stile di questo capitolo? Più vicino alle tendenze naturalistiche o a quelle decadenti? Motiva la tua risposta.

7 Confronta il modo in cui viene rappresentato il personaggio di Emilio con quello in cui vengono introdotti altri protagonisti di romanzi dello stesso periodo (confronta i testi del capitolo sul romanzo: puoi trovare buoni esempi in Madame Bovary di Flaubert, oppure nei brani dalle opere di Tolstòj).

INTERPRETARE

8 Quale significato attribuisce Emilio alla relazione con Angiolina? Che cosa si aspetta da questa esperienza?

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  1. Subito … rivolse: il romanzo mette il lettore direttamente di fronte alle ambiguità di Emilio, lasciandolo agire e parlare prima ancora di presentarlo.
  2. a un dipresso: all’incirca.
  3. franca: sincera.
  4. come … stessa: come una madre che, per accudire il figlio, non si preoccupa di se stessa. La similitudine contribuisce a illustrare il carattere di Amalia e a sottolineare il vincolo psicologico e affettivo che la lega a Emilio.
  5. traversava: attraversava.
  6. invero … esperienza: Emilio può solo intuire certi aspetti del proprio carattere, non avendo mai avuto modo di metterli davvero alla prova.
  7. impieguccio … famigliuola … riputazioncella: la sequenza dei tre diminutivi esprime la limitatezza delle prospettive di Emilio in tre ambiti fondamentali (il lavoro, la famiglia e l’attività letteraria), e fa da controcanto al sussiego con cui Enrico aveva trattato Angiolina avviando la loro relazione: «t’amo molto e per il tuo bene … cauti».
  8. rispettabilità: autorità.
  9. riformata: modificata.
  10. la testa … fasciava: il ritratto di Angiolina, per l’inclinazione della testa e i colori, ricorda le pitture medievali ed è coerente con l’idealizzazione del personaggio fatta da Emilio. L’oro che la avvolge è, per metafora, il biondo dei capelli, la luce del volto, il colore ambrato della pelle.
  11. sottecchi: con gli occhi socchiusi, per dissimulare con cautela lo sguardo.
  12. ufficio: dovere, compito.
  13. Fece … liriche: il narratore ironizza ancora sulle parole e gli atteggiamenti di Emilio, il quale, credendo di essersi messo al riparo dal coinvolgimento reale nella storia con Angiolina, può concedersi di idealizzare la donna rivolgendole frasi degne di una lirica d’amore.
  14. calore … azzurro: è una sinestesia, che unisce cioè la sensazione tattile del calore a quella visiva del colore azzurro; la forza della luce negli occhi di Angiolina è una costante nella descrizione della donna in questo romanzo.
  15. sembrava malizia: sembrava fatto apposta.
  16. ai rétori … inconciliabili: la frase è pronunciata dal narratore, che svela nuovamente le mistificazioni di Emilio: è Emilio il retore, è lui a credere che la buona salute, la bella gioventù di Angiolina sia anche prova della sua purezza (mentre il narratore suggerisce implicitamente che Angiolina può benissimo essere – come è di fatto – sana e corrotta allo stesso tempo). Nell’antichità, i retori erano esperti di eloquenza e avevano una funzione culturale, civile e politica nella società greca e soprattutto romana; ma il termine è qui usato nel senso moderno e peggiorativo: definisce le persone capaci di costruire discorsi raffinati ma falsi o vuoti di contenuto.
  17. pericolare: correre rischi.