Nikolaj Vasil’evič Gogol’

Le anime morte

Entra in scena il consigliere Pavel Ivànovič Čìčikov

Negli ultimi anni della sua vita Gogol’ si dedicò al romanzo Le anime morte (1842). Progettato come un grande poema edificante, che doveva mettere in guardia i lettori dall’immoralità della vita contemporanea, il libro vide la luce solo nella sua prima parte: le restanti vennero distrutte dall’autore stesso, tormentato dalle critiche ricevute e pieno di sfiducia nelle sue capacità.
La vicenda ruota intorno alle avventure del consigliere di collegio Pavel Ivànovic Cìcikov, il più celebre degli “eroi mediocri” nati dalla penna di Gogol’. 

Nell’androne d’una locanda della città di N., capoluogo di governatorato, entrò una graziosa, piccola vettura a molle, di quelle in cui viaggiano gli scapoli: tenenti colonnelli a riposo, capitani in seconda, proprietari di campagna che possiedono un centinaio d’anime di contadini: in una parola tutti quelli che si dicono signori di mezza taglia. Nella carrozza sedeva un signore, che non era proprio un bell’uomo, ma non era neppure di brutto aspetto, né troppo grosso né troppo esile; non si poteva dire che fosse anziano, ma neppure, d’altronde, che fosse troppo giovane. Il suo arrivo non sollevò in città il minimo scalpore, e non fu accompagnato da alcunché di singolare […]. Nei modi di fare questo signore aveva un che di ben posato, e si soffiava il naso con eccezionale sonorità. Non si sa bene come facesse, ma fatto sta che il naso gli suonava come una tromba. Questo pregio, che sembrerebbe così modesto, venne tuttavia a rialzarlo grandemente nella stima del servo d’albergo, tanto che costui, ogni volta che sentiva quel suono, scrollava i capelli, si raddrizzava tutto per più deferenza, e sporgendo da quell’altezza la testa, domandava: – Comanda qualche cosa? – Finito il pranzo, il signore sorbì una tazza di caffè e sedette sul divano, ponendosi dietro la schiena uno di quei cuscini, che nelle locande russe, invece che di morbida lana, imbottiscono di qualche cosa molto affine al mattone o al ciottolo. Ivi cominciò a sbadigliare, e si fece ricondurre in camera, dove, coricatosi, dormì per un paio d’ore. Riposato che fu, scrisse su un pezzettino di carta, su preghiera del servo d’albergo, grado, nome e cognome; da comunicare, come di dovere, alla polizia. Sul fogliettino il polovòj1, mettendosi giù per la scala, lesse compitando: «Consigliere di Collegio Pavel Ivànovič Čìčikov, proprietario terriero, in viaggio per affari privati».



    (traduzione di A. Villa, Einaudi 1994)

IL VANTAGGIO DELLA MEDIOCRITÀ  Né bello né brutto, né grasso né magro, né giovane né vecchio, Čìčikov è il ritratto dell’uomo qualunque. La sua presenza non desta l’interesse di nessuno, e proprio in questo si cela la sua forza: Čìčikov è infatti intenzionato ad arricchirsi attraverso un misterioso affare che, benché non sia illegale, è senz’altro un po’ strambo, ed è meglio per lui farsi notare il meno possibile.
All’inizio del brano si parla di «proprietari di campagna che possiedono un centinaio d’anime di contadini»: nella Russia zarista, infatti, la ricchezza si misurava in base a quante anime, ovvero a quanti servi della gleba lavoravano nelle terre di un possidente. Per ognuna di esse il proprietario doveva pagare una tassa allo Stato centrale, anche quando i servi in questione erano morti, fino a che non venivano ufficialmente registrati nei censimenti. L’affare di Čìčikov consiste nell’acquistare queste “anime morte” liberando i proprietari dall’obbligo di pagare le tasse, e nel rivenderle allo Stato per acquisire in cambio le terre corrispondenti, che però non esistono. Si tratta, in poche parole, di una vera e propria speculazione: vendere e acquistare cose non sulla base del loro valore reale, ma del loro valore nominale, presunto. È l’altra faccia del potente impero degli zar: quella della burocrazia sterminata, farraginosa, un mondo nelle cui pieghe prosperano indisturbati i più biechi speculatori e gli arrampicatori sociali più avidi.
Ossessionato dal suo affare, Čìčikov percorre in lungo e in largo le terre dell’Impero scortato dal suo servo Selifàn, mentre sotto gli occhi del lettore scorre una serie di personaggi assurdi, avidi, grotteschi, tragicomici. I proprietari terrieri incontrati dal protagonista incarnano infatti tutti i vizi e tutti i difetti della Russia del tempo, una Russia che sta per scomparire: anche i proprietari sono dunque, a loro modo, delle “anime morte”, perché il mondo in cui vivono è giunto ormai alla fine.

Esercizio:

COMPRENDERE


1. Cìcikov è un uomo normale, poco appariscente, ma alcuni particolari colpiscono l’attenzione del servitore: quali?



ANALIZZARE


2. Il ritratto di Cìcikov’ ha alcuni tratti decisamente grotteschi. Che cosa significa questo aggettivo? Quali sono questi tratti?



3. Che cos’era, nella Russia zarista, un governatorato?



Stampa
\r
    \r
  1. polovòj: il servo della locanda.
  2. \r
\r