Francesco Petrarca

Canzoniere

Erano i capei d ’oro a l ’aura sparsi: la visione di un sole vivo

Uno dei più celebri, se non il più celebre, dei sonetti di Petrarca, commemora, come altri testi del Canzoniere, il momento in cui ha visto per la prima volta Laura, venendone conquistato. Ma Petrarca mette in relazione questo momento con uno successivo di alcuni anni, e che corrisponde a quello della scrittura del testo (il sonetto è databile, probabilmente, agli anni Quaranta del Trecento); da questo accostamento deriva la constatazione che gli occhi dell’amata hanno perso la luce di un tempo, e che Laura non è più esattamente quella creatura celeste, quel «vivo sole» che ha fatto innamorare il poeta. Ma non cambia niente: il suo amore per lei è rimasto intatto.

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi1
che ’n mille dolci nodi2 gli avolgea,
e ’l vago lume3 oltra misura ardea4
di quei begli occhi ch’or ne son sì scarsi5;

e ’l viso6 di pietosi color’ farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i’ che l’ésca7 amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di sùbito arsi?

Non era l’andar suo8 cosa mortale,
ma d’angelica forma9, e le parole
sonavan altro che pur voce umana10:

uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch’i’ vidi; e se non fosse or tale11,
piaga12 per allentar d’arco non sana.

 

Metro: sonetto con schema ABBA ABBA CDE DCE; da notare la consonanza tra C e D.

UNA FRECCIA CHE BRUCIA NEL TEMPO A una lettura un po’ affrettata potrebbe sembrare una di quelle descriptiones puellae (“descrizioni di fanciulla”) che si trovano spesso nella letteratura latina e volgare: i capelli biondi, gli occhi che splendono, l’espressione del volto amichevole, umana. Ma queste caratteristiche, questi “predicati” di Laura non sono dati “in presa diretta”, bensì rivisti nel ricordo dall’autore maturo: tutto il sonetto è costruito sull’opposizione tra una visione folgorante («di sùbito arsi») avvenuta nel passato e un presente nel quale la visione si è offuscata: «or ne son sì scarsi», «e se non fosse or tale». È sì una poesia dedicata – come tante – alla forza travolgente del colpo di fulmine, che accende «l’ésca» nascosta nel cuore del poeta; ma è anche una poesia dedicata alla persistenza, alla continuità dell’amore nel tempo: perché, come dice con mirabile asciuttezza l’ultimo verso, la ferita duole ancora anche se la freccia che l’ha causata è stata scoccata molto tempo addietro. Un doppio tema, dunque: l’innamoramento e la durata dell’amore. 

L’IMMAGINE DI LAURA Tuttavia, la fama del sonetto non dipende dalla combinazione tra passato e presente, da questo incrocio di tempi, che del resto si trova anche in altre poesie petrarchesche. Dipende invece, probabilmente, dall’abilità straordinaria con cui Petrarca, per così dire, “apparecchia” la scena. Egli ci fa vedere, prima di tutto, con un’immagine memorabile, i capelli di Laura sciolti al vento (l’aura), e fissa così sin dal primo verso l’atmosfera sognante del testo. Noi non vediamo mai veramente la fanciulla intera, la vediamo a frammenti: il biondo dei capelli agitati dalla brezza, lo splendore degli occhi (non gli occhi), il colore del viso (non il viso) forse pietoso. Oppure la vediamo nei suoi atti, mentre cammina o mentre parla, sembrando, in entrambe le azioni, qualcosa di più che umano: e qui Petrarca si avvicina, cioè riprende quell’immaginario angelico e celestiale che nella poesia italiana era stato introdotto dagli stilnovisti, e soprattutto da Dante nella Vita nova (di fatto, Erano i capei d’oro ricorda in più punti il sonetto Tanto gentile di Dante).

L’ASPETTO FORMALE Da notare, quanto alla forma, la costruzione ordinata, razionale dell’argomentazione. Nella fronte, si descrivono tre caratteristiche della donna (capelli, occhi, viso), e a ciascuna vengono dedicati due versi. I due versi che chiudono la fronte “tirano le somme” con una interrogativa retorica (potevo non innamorarmi? No, non potevo). Nella sirma, alla descrizione della donna (l’incedere, le parole) è dedicata una terzina, mentre il v. 12 e il primo emistichio del v. 13 riassumono tutto ciò che è stato detto sin lì riguardo alla donna: un angelo, un sole. Infine, come accade spesso in Petrarca, l’ultimo verso (e la seconda metà del penultimo) contiene la pointe, la battuta che “devìa” l’attenzione dalla bellezza della donna alla persistenza dell’amore del poeta.

Esercizio:

Laboratorio

COMPRENDERE 

1 Fai la parafrasi delle terzine.

2 Dividi in sequenze le quartine, seguendo le indicazioni dell’Analisi del testo, e riassumi in breve (massimo 140 battute) il contenuto di entrambe.

ANALIZZARE 

3 Sottolinea nel testo le figure di parola e di posizione (allitterazioni, assonanze, anafore...). Scegline due e illustrane gli effetti.

4 La figura di Laura è, per così dire, scomposta, frammentata: fai un elenco degli aggettivi usati per definire le sue diverse caratteristiche (ti aiuta l’Analisi del testo: capelli, occhi, viso, andatura...). Poi proponi un sinonimo per ciascuno degli aggettivi.

INTERPRETARE 

5 Petrarca scrive «non so se vero o falso»: forse la differenza fra realtà effettiva e realtà ricordata gli sta sfuggendo, anche per l’intensità del sentimento e del desiderio; forse Petrarca sa che il ricordo deforma il reale, oppure confonde volontariamente sogno e realtà; forse più d’una di queste cose. Di’ la tua, formula un’ipotesi o argomenta una di quelle suggerite: che cosa intende sottolineare Petrarca con queste parole?

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  1. Erano ... sparsi: i capelli biondi erano sparsi al vento. Ma s’intende che anche qui, come in altri testi petrarcheschi, vale l’ambiguità/convertibilità tra l’aura (il soffio del vento) e Laura. Lo spettacolo di lunghi capelli al vento doveva, a quell’epoca, essere meno usuale di quanto sia oggi, dato che la capigliatura delle donne era per lo più raccolta, e velata nelle donne mature.

     

    *Laura e l’aura

    Laura non è solo il nome di una donna. Laura è un senhal (“segno”, “segnale” o “insegna” in provenzale). Già i trovatori avevano trasformato alcune espressioni di elogio (come “Bello Sguardo” o “Mio Desiderio”) in veri e propri nomi utilizzati per rivolgersi ai destinatari delle loro canzoni. Per esempio in Canzoniere, 79: «S’al principio risponde il fine e ’l mezzo / del quartodecimo anno ch’io sospiro, / più non mi pò scampar l’aura né ’l rezzo, sì crescer sento ’l mio ardente desio», il nome di Laura si sovrappone all’espressione che Petrarca utilizza per indicare il vento, il soffio o il respiro. Non è un’associazione casuale. Aura è una parola dai molteplici significati e già i trovatori avevano legato l’aura (la parola è identica in italiano e in provenzale) all’amato o all’amata.

     


  2. dolci nodi: cioè “belli” e che “producono diletto”.
  3. e (i)l vago lume: la bella luce (da collegare a «di quei begli occhi», al verso successivo).
  4. oltra ... ardea: ardeva con forza inusuale.
  5. ch’or ... scarsi: che ora ne sono privi, cioè sono meno luminosi, forse per il passare del tempo, forse per una malattia, forse perché la donna si mostra più del solito ritrosa.
  6. e (i)l viso ... mi parea: costruisci: e mi pareva (ma non so se ciò fosse vero o falso) che il viso di Laura si colorasse di pietà.
  7. l’ésca: la miccia, pronta ad accendersi nel petto del poeta, e innescata dal lume ardente degli occhi della donna.
  8. l’andar suo: il suo incedere, il suo passo.
  9. ma ... forma: ma degno [il suo passo] di un essere angelico.
  10. sonavan ... umana: avevano un suono diverso da quello di una voce umana.
  11. e se ... tale: e se ora non fosse più quale era allora, cioè se Laura non è più, per il trascorrere del tempo o la malattia o il ritrarsi, un «vivo sole».
  12. piaga ... sana: benché la corda dell’arco [che ha fatto partire la freccia] non sia più tesa, la piaga non guarisce: vale a dire che il poeta continua ad amare Laura nonostante lei non sia la stessa di allora, perché la ferita inferta dall’amore non si medica con il tempo.